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Dopo la recente ristampa de L’Ultimo Disco dei Mohicani con la copertina curata da Alessandro Baronciani, Maurizio Blatto torna con un nuovo libro edito da Add: si intitola Sto Ascoltando Dei Dischi.

Un “flusso di coscienza pop” in cui “è la musica a raccontare l’autore del libro che, da un’esperienza all’altra, si trova ad attraversare l’esistenza con un bagaglio di frequentazioni e conoscenza musicale straordinario”. “Medici, consulenti familiari, terapie di gruppo, persino il pronto soccorso e La Morte (quali saranno i suoi gruppi preferiti?)”, si legge nella presentazione, “tentano di capire e curare il protagonista dalla sua ossessione per la musica e i dettagli che la definiscono. Ci riusciranno? Vincerà Freud o avranno la meglio i Beastie Boys? Il terrore per il reggaeton è curabile? Perché gli Who sono indissolubilmente abbinati al mal di mare? Davvero non conoscete i Lucksmiths e le loro connessioni con il diabolico pupazzo Furby? Anni di analisi musicale e privata si incastrano in un testo alla Woody Allen, una sorta di I miei vinili e io“. Anche questa copertina è realizzata da Alessandro Baronciani.

In esclusiva su Rumore vi proponiano un estratto da leggere che comprende l’intro e una parte del primo capitolo.

Introduzione

Ho sempre amato la musica e i dischi. Persino troppo, tanto che a un certo punto ho iniziato a confondere la vita con le canzoni e il pop con la realtà. Il guaio è che non me ne accorgevo, era chi mi stava intorno a segnalarmi il problema: «Attento, torna tra noi, non stai vivendo dentro una delle tue adorate copertine di vinile. La realtà è questa qui fuori.» 
Sono malato, mi sono detto? 
Comunque, siamo seri, come si fa a non cogliere la bellezza della confezione di un vinile? Basta un piccolo esempio: la posizione quasi erotica in cui mi trovo ora. 
Sul divano, con la copertina del vinile aperta a ventaglio, in mano, e il disco che gira sullo stereo. 
Assomiglia a certe foto di gente che prende il sole sorridente, stringendo in mano sotto il mento un oggetto simile rivestito di alluminio, per abbronzarsi. La differenza è che io sono più fortunato di loro e non devo nemmeno mettermi la crema protettiva. 
Dentro la mia copertina apribile c’è tutto quello che mi serve, è un passaggio verso un mondo migliore, il mio personale binario 9 e tre quarti. I nomi dei musicisti, i ringraziamenti, talvolta i testi. Intanto, mentre le canzoni vanno, io infilo il naso nella grafica e mi ci tuffo dentro. Che goduria. Non si può desiderare molto di più. Ho solo il timore che qualcuno venga a farmi la solita domanda, per la quale ho già la risposta pronta, peraltro. 
Qual è? Un attimo ancora. 
Prima di arrivare alla domanda, vorrei soltanto dire che ho cercato di farmi aiutare. Medici, amici, polizia, centri d’ascolto, le ho provate un po’ tutte. Niente da fare. La mia ossessione non passa. 
Ho mollato una carriera da avvocato per lavorare in un negozio di dischi. Ma non è bastato. 
Allora ho pensato che la cosa migliore fosse scriverne, denunciarmi in pubblico. E lo faccio da quasi quindici anni, con una rubrica intitolata MyTunes, su «Rumore» (che è una rivista di musica e non di psicologia). Quelle sedute di autoanalisi rock’n’roll sono il mio «capirmi» e svolazzano allegre, ma non sempre, tra le pagine che seguiranno. 
Intanto, però, me la godo qui sul divano, con un disco che conosco a memoria e, povero me, ho ricomprato per la terza volta. Consapevolmente. 
Non è una questione di devozione, o appartenenza. Non soltanto. È che ristampano questi capolavori aggiungendo sempre qualcosa e tu, ossia io, non resisti. 
Ahia, sta per arrivare la domanda, lo so. Ci siamo. 
Da dietro le mie spalle. «Scusami, ancora quel disco? Ma non lo avevi già?» 
Nessun imbarazzo. «Certo, però come avrai notato, questa versione ha la copertina apribile!» 
Basta come scusa? Mi capite? È evidente l’ampliamento estetico e di possibilità di immedesimazione? Me lo auguro. Ma sono cosciente di avere qualche problema al riguardo. Tutti a dire: «Dovresti crescere, i dischi sono giocattoli per adulti. Amico, sganciati da questa sindrome di Peter Pan». Così un giorno ho messo su un bel disco di pop inglese e ho preso in mano i libri di Sir James Matthew Barrie, il creatore di Peter Pan. 
Voglio essere sincero, non mi ci sono ritrovato per nulla. 
Almeno fino a quando non ho letto questo passaggio: «Come tutti coloro che sono schiavi di un’idea fissa, il coccodrillo era una bestia stupida». 
Quindi, mentre chiudevo la splendida copertina apribile del mio disco, ho capito che non ero affatto un adulto che non voleva crescere. 
No, no. Molto probabilmente ero solo uno stupido coccodrillo ammalato di musica. 

Lo Psicologo

«Prego, si accomodi.» 
Lo psicologo, che mi è stato consigliato, ha l’aspetto rassicurante di un collezionista di jazz: cardigan, camicia azzurra e un profumo con un sentore di lavanda. Diciamoci la verità, mi ci hanno mandato, qui. La mia ossessione per le canzoni e i dischi sembrava spaventare chiunque mi conoscesse, e così mi hanno fatto gentilmente notare che, magari, il supporto di un professionista avrebbe potuto aiutarmi anche nelle piccole scelte quotidiane. Farmi capire che non si poteva andare sul serio a vivere nel Village Green dei Kinks e che potessero esserci domande filosoficamente più rilevanti di Who Knows Where the Time Goes? di Sandy Denny. O che non tutto lo scibile umano riuscisse a offrire un aggancio alle canzoni di Neil Young. Così quando mi dissero che la mia eventuale terapia sarebbe stata gestita proprio da uno younghiano, mi sono convinto a provarci. Magari avrebbe funzionato, mi sarei liberato dalla sindrome di Jonathan Richman, dall’idea di riuscire a vivere in un mondo onesto e sincero come una pop song della Motown. Quindi eccomi, entro senza pregiudizi e mi siedo su un divanetto. «Si metta comodo. Direi che la cosa migliore, per conoscerci, è che mi parli un po’ di lei. Soprattutto di questa sua passione sfrenata per le canzoni.» Sposto un paio di cuscini e decido di testare la sua professionalità. «Quindi lei consiglia un Journey rough the Past?». Silenzio. La citazione cade nel nulla. Sarà una tecnica. Rimango muto anche io. 
«Proviamo a iniziare. Lei è un dj?» 
«Bè, non esattamente. Qualche volta l’ho fatto, ma non sono state esibizioni memorabili. Una volta ho stroncato irrimediabilmente la festa di un diciottenne azzardando una scelta da Flowers of Romance dei PIL e abitualmente finisco per selezionare sempre rocksteady o indie rock inglese, ma qualche buon momento diciamo che l’ho avuto anche io. Il migliore, forse per caso.» 
«Bene, me ne parli.» Mi rilasso e lascio partire il flusso di coscienza. 
«Al limite, portati gli ELO», questo il saggio consiglio del subappaltatore della mia serata: Tony, in arte D.J. Hooker, abile gioco di parole (apprezzato da tutti) su T.J. Hooker, il poliziotto del telefilm anni Ottanta. Tony era un riempipista assoluto ed era stato ingaggiato per un compleanno in un locale affittato per l’occasione, appena oltre il centro cittadino. «Ho il matrimonio di mia cugina, vai tu al posto mio, è una serata facile, gente senza pretese. Al limite, portati gli ELO.» 
All’epoca mi esibivo come D.J. Salinger, abile gioco di parole (compreso da nessuno) sullo scrittore J.D. Salinger ed ero uno svuotapiste assoluto, il classico appassionato che confonde le proposte radiofoniche notturne con le sacrosante pretese ginniche dei danzatori. Ma i soldi mi facevano comodo e accettai, mettendo in borsa Discovery dell’Electric Light Orchestra. Quel disco è un killer, va detto. Ha almeno tre singoli bomba e la sua zuppa Beatles + disco + archi + assoli da session man + prog britannico è talmente improbabile da affascinare già in partenza. E poi Jeff Lynne, con il look immutabilmente peloso e gli occhiali da Fiat 128 Rally non può non ispirare simpatia. La festeggiata, una donna la cui solida avvenenza sembrava non interessare nessuno, si aggirava nervosa per la sala, tristemente agghindata come una festa delle medie per quarantenni, e mi indicò la mia postazione giubilandomi con un minaccioso: «Mi raccomando». I segni della tragedia erano tutti evidenti: cabaret di panini dolci (salame e un velo di burro, persino la capricciosa già vermiglia), alcuni festoni refrattari allo scotch, seggiole da sede periferica di partito allineate, invitati privi di qualsiasi amalgama. Iniziai a sudare. Feci girare i primi vinili, musica di sottofondo, azzardai un Aztec Camera, che venne accolto senza un solo cenno di comprensione, e proseguii incurante, con la cuffia appoggiata su un orecchio, indizio inequivocabile, insieme alla birra affiancata al mixer, che ero uno che la sapeva lunga. Nessuno ballava, chiacchieravano con la tensione tipica delle occasioni in cui ci si inizia a domandare: «Ma alla fine, qui succede qualcosa?». Fu a quel punto che si avvicinò uno che riconobbi all’istante come un dirigente di Rinascimento Proletario. Mi guardò con disgusto mentre sul piatto stava girando Curtis Mayfield e mi chiese «Stasera la musica è tutta così?». Quanti dj (veri) si sono sentiti rivolgere questa domanda? Plotoni, immagino. «Così come? Cosa pretendi, Franz Schubert? Gradisci accomodarti tu qua dietro ad allietare questa manica di disgraziati?» avrei voluto rispondere, e invece, mio malgrado, dissi: «Tranquillo, ora ci scaldiamo». Perfetto, parlavo già come il portinaio di Cecchetto.

Il 9 luglio, alle ore 19, ci sarà la prima presentazione con Maurizio Blatto moderato da Carlo Bordone con uno speciale dj set B2B.


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