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Ritornano i bravi ragazzi del rock indipendente statunitense con un nuovo album meditativo per iniziare il nuovo decennio, The Main Thing, uscito il 28 Febbraio per Domino Records. Ritrovo i due componenti fondatori dei Real Estate, il cantante e compositore principale Martin Courtney e il bassista Alex Bleeker, a Londra nello scantinato del pub Slaughtered Lamb alla fine di un concerto intimo per presentare il nuovo disco, durante una delle pochissime date promozionali in giro per le capitali europee prima che il delirio covid 19 chiuda tutte le possibilità di contatto umano a tempo indeterminato.

Gli “agenti immobiliari” sono partiti alla ricerca dell’ispirazione per il nuovo album con una domanda pressante: creare musica è la nostra vocazione, siamo fatti per creare musica oppure cosa siamo nati per fare? Durante l’intervista mi rivelano che con queste nuove canzoni i Real Estate si sono messi in discussione, hanno cercato di spingersi al massimo e si sono ritrovati più uniti che mai, più musicali che mai. Le ansie espresse nella loro musica sono le ansie del nuovo millennio, cos’è la cosa più importante in questo decennio di insicurezza devastante? La cosa più importante per loro è seguire la propria ispirazione e ispirare il resto del mondo con la musica. E le loro melodie sono vincenti, penetranti, subdole, ti entrano nel cervello e non ne escono più. La produzione dei Real Estate è ricca di contraddizioni, riflette una mente piena di dubbi, di fantasmi tossici, ma con una positività nostalgica di fondo, delle melodie lisergiche che aiutano a dimenticare l’inconsistenza e la pazzia della realtà che ci circonda. The Main Thing è l’album della maturità, il suono è super modulato, gli arrangiamenti studiati nei minimi dettagli. Anche se Courtney rimane il motore principale lirico-musicale della band, l’ispirazione è varia e lo sforzo collaborativo si evince nella cura maniacale dei minimi dettagli musicali, dalle melodie contrastanti del basso di Alex Bleeker, alle morbide percussioni di stampo soul del batterista Jackson Pollis, passando per l’integrazione compositiva dello studioso della musica e chitarrista Julian Lynch, al secondo album con la band dopo la traumatica e controversa partenza del componente storico Matt Mondanile.

I Real Estate sono cresciuti, musicalmente e come essere umani. Roxy Music e Joni Mitchell, ci dicono, sono le loro ispirazioni per quest’album, ma a volte si può percepire il fantasma di Elliott Smith, mentre in altri momenti il suono inglese degli anni 90 ti colpisce lateralmente, obliquo, nelle melodie a più voci, penso ai Ride, a Lloyd Cole. The Main Thing è stato registrato nel corso di innumerevoli jam sessions nello studio Marcata Sound appena a nord della città di New York, lontano dalla confusione della metropoli e creato dal produttore Kevin McMahon per ricreare il suono autentico, di vecchio stampo, analogico che esisteva una volta nel cuore nero di New York, Harlem. È una scelta deliberata, conscia, per creare un suono caldo, avvolgente, lontano dalla freddezza tecnologica che domina il mercato. E il risultato è caldo, avvolgente, nostalgico, con una dimensione lisergica, cinematografica, lontana dagli isterismi delle discoteche.

Ma sentiamo dalla loro voce il racconto di questa nuova fase della loro carriera. Seduti sui divanetti della minuscola saletta privata dello Slauthered Lamb, con una pinta di birra in mano a testa loro, io inizio con la prima domanda mentre sorseggio da un bicchierone di carta con il disegno di Chipper, il protagonista di Paper Cup, il primo singolo, in grande evidenza.

Ho ascoltato in anteprima il vostro disco nuovo The Main Thing e l’ho trovato molto maturo, completo. Prendendo spunto dal titolo vorrei iniziare chiedendovi esattamente qual è la cosa più importante in questo momento nella vostra carriera di musicisti?

Alex Bleeker: “Penso che la cosa più importante per noi e che abbiamo scoperto mentre lavoravamo al nuovo disco è che non possiamo sentirci soddisfatti di noi stessi e riposare sugli allori, non possiamo pensare di essere ‘arrivati’ dopo 10 anni e con cinque album alle spalle, di mettere tutti noi stessi in questo progetto e non cadere nella trappola di scrivere delle cose in modalità automatica, di ripetere cose perché sappiamo farle bene e senza un’idea precisa. Ci siamo confrontati con tutte queste domande nella nostra testa: perché facciamo quello che facciamo per esempio. Non avevamo dubbi, sappiamo che fare musica è quello che vogliamo fare ma volevamo capire cosa significa per noi fare musica in questo periodo di incertezza personale e globale e abbiamo scoperto che significa metterci tutta l’anima nel fare quello che vuoi fare, non è importante quello che fai, per noi è creare musica ma potrebbe essere qualsiasi cosa. E l’importante è essere sé stessi, rimanere fedeli ai propri valori, e quest’album ci ha insegnato proprio questo, è questa la cosa più importante”.

E tu Martin sei d’accordo con quello che ha detto Alex?

Martin Courtney: “Innanzitutto volevo dire, ben detto! Eh si, assolutamente. Ovviamente c’è una canzone nell’album intitolata The Main Thing che racchiude l’essenza di quello che viene espresso in una serie di canzoni in tutto l’album. Per quanto riguarda me in prima persona, sì, significa prendere coscienza di questa sensazione che ti dice sono stato parte di questo gruppo per 10 anni e da quando ho iniziato, da quando avevo 22 anni, la mia vita è cambiata in maniera drastica, ho dei bambini adesso e la mia visione del mondo è cambiata enormemente e mi sembra di rischiare di più. Penso che con questo disco siano salite a galla delle cose che probabilmente erano già lì in maniera latente. Comunque, alla fine quello che importa e che senti di non voler fare le stesse cose, non vuoi semplicemente ripeterti all’infinito e fare della musica fine a se stessa. È una presa di coscienza, stiamo facendo un disco e vogliamo fare qualcosa che abbia un senso”.

Alex: “Ci siamo analizzati durante tutto il percorso e stiamo cercando di riattizzare quella scintilla che ci aveva spinti a iniziare”.

In pratica volete essere sicuri che questo è effettivamente quello che volete fare, che diate il meglio di voi stessi creando musica.   

Martin: “Assolutamente. E abbiamo raggiunto un punto nella nostra vita di gruppo in cui ci sentiamo pronti a fare qualcosa di nuovo e a spingerci fino al limite”.

Come funzionano le dinamiche del gruppo. Vi stimolate a vicenda? Vi usate come sparring partners?

Alex: “Sicuramente, più che mai. E soprattutto per le cose più delicate. Per esempio, Martin scrive la maggior parte delle canzoni e delle parole e per la prima volta ci siamo sentiti liberi di rivedere il tutto insieme, uniti come gruppo, perché di solito l’atteggiamento di noi altri era semplicemente: oh questo è il lavoro di Martin. Invece in questo caso, in The Main Thing, soprattutto abbiamo ragionato insieme e abbiamo chiesto a Martin, che cosa vuoi dire? E la sua spiegazione ci ha fatto capire che probabilmente a volte voleva dire qualcosa ma all’apparenza stava comunicando il messaggio opposto e questo processo di analisi ci ha portati a spingerci a vicenda”.

Martin: “Spesso è questo spirito di collaborazione che abbiamo cercato di evidenziare in particolare con quest’album. Sono io a scrivere le parole per le nostre canzoni e a volte è difficile trovare delle parole che siano giuste da condividere con il mondo. È importante perché quelle parole poi dovrò cantarle per anni e anni e diventano parte di me, sono associate con chi sono io come persona e come artista. Spesso in passato cercavo di concentrarmi sul messaggio da comunicare con le mie canzoni e The Main Thing stava diventando un esercizio di ricerca verso la creazione di un messaggio da esprimere in maniera concisa ma in realtà in un primo momento, nella prima fase della stesura della canzone mi hanno fatto notare che le parole comunicavano un messaggio che non era chiaro”.

Le parole erano criptiche…

Martin: “Esattamente e non solo in The Main Thing, la canzone. Quindi abbiamo iniziato ad avere varie discussioni a proposito delle parole delle canzoni, praticamente abbiamo iniziato una discussione creativa tra i vari componenti della band che non esisteva prima, una discussione salutare per cercare di aiutarci a vicenda e spingerci a trovare delle soluzioni sia per i suoni che per le parole”.

Da quello che vedo dall’esterno, l’impressione che ho è che il vostro gruppo sia molto democratico, mi sembra ci sia un rapporto collaborativo molto forte. È solo una mia impressione?

Alex: “Si hai ragione, per quanto sia possibile, ovviamente è un equilibrio delicato che è difficile da mantenere. Siamo 5 persone e ognuno ha una propria personalità forte ma sappiamo che è questa collaborazione che fa la forza, creare una miscela che esprima noi tutti. Tra l’altro in questo disco per la prima volta abbiamo aperto le porte a dei collaboratori esterni, ci siamo aperti a delle nuove possibilità, a una sfida, e abbiamo dato l’opportunità a dei musicisti esterni di contribuire delle idee differenti”.

Martin: “Sinceramente è stata una decisione molto difficile, aprirci a delle collaborazioni esterne, probabilmente perché non lo abbiamo mai fatto prima, sentivamo di avere il dovere di proteggere la nostra creatività. Penso sia successo perché l’idea di collaborare con delle persone specifiche era molto entusiasmante, e quindi abbiamo aperto la porta a dei musicisti amici di cui abbiamo sempre ammirato il lavoro”.

Ho letto che tra i musicisti con cui avete collaborato ci sono anche i Sylvan Esso e in particolare la voce eterea di Amelia Meath vi accompagna nel primo singolo, Paper Cup. Mi sembra il risultato sia eccellente. È un singolo molto cupo, anche il video è surreale. Cosa volete dire con questo video, lo vedete come una metafora per la vita di chi si occupa di intrattenere il pubblico e del musicista in particolare?

Alex: “Sì, è metaforico e racchiude anche tutto quello che rappresenta il nostro gruppo, c’è una leggerezza all’apparenza dominante ma stiamo cercando di evidenziare il lato cupo di fondo che ci pervade”.

Martin: “Sì, è molto vero come video e ci sembra che esprima al meglio il messaggio della canzone…”

Alex: “Sì,assolutamente, non diventare la versione meccanica robotica di te stesso!”

L’intrattenitore costretto a esibirsi in qualsiasi condizione…

Martin: “Sentirsi intrappolati in una situazione in cui senti di non aver più nessuna motivazione ma invece ritrovi la scintilla che ti fa andare avanti”.

Com’è nata l’idea, avete realizzato voi il concetto per il video?

Martin: “Questo nostro amico brillante, Craig Alan ci ha aiutato con l’idea creativa iniziale e il regista Nick Roney l’ha perfezionata”.

Alex: “Penso di poter dire tranquillamente che all’inizio non mi ero reso conto di quanto fedelmente il video avrebbe rappresentato il tema della canzone fino a quando non ho visto il prodotto finito. Forse le persone che hanno effettivamente realizzato il video erano coscienti di questa cosa ma personalmente mi ero fatto un’idea che forse alcuni aspetti della canzone potevano essere chiari tramite il video ma conoscendo la musica a fondo e dopo aver visto il video, il risultato è incredibile”.

Martin: “È strano per noi anche perché come band non abbiamo mai prodotto nulla che potesse essere considerato offensivo in qualche modo e non voglio dire che il video sia offensivo in nessun modo ma forse qualcuno da qualche parte potrebbe pensare che sia piuttosto angosciante”.

Alex: “Sì forse è meglio non farlo vedere ai bambini più piccoli”.

Forse siamo arrivati ad un punto nell’evoluzione della nostra società dove siamo tutti terrorizzati dall’idea di offendere qualcuno da qualche parte. Pensate che queste paure stiano limitando la libertà d’espressione soprattutto per gli artisti?

Alex: “Penso che questo tipo di atteggiamento nasce da un senso più diffuso della sensibilità rispetto al passato e penso che questa sia una cosa positiva e mi rendo conto che molta gente si lamenta perché non si può dire più niente ma gli esseri umani hanno fatto e detto delle cose atroci in passato e fino a poco tempo fa non ci rendevamo nemmeno conto che si trattava di atteggiamenti offensivi e quindi in questo momento c’è una reazione in questo senso che può sembrare eccessiva ma forse è necessaria per un certo periodo di tempo. Lo so forse sembra un po’ estremo ma bisogna svegliarsi”.

Martin: “Abbiamo condiviso questo video e abbiamo passato un sacco di tempo a creare qualcosa che non urtasse le sensibilità di nessuno. Forse a vederlo all’apparenza è volgare, disgustante, o la tematica è cupa ma non c’è l’intenzione di attaccare nessuno. E i protagonisti sono dei bambini, secondo me il video è molto dolce, il messaggio fa bene al cuore”.

Sì, se può aiutare io l’ho interpretato positivamente, c’è il bullo ma il protagonista è il ragazzino buono. I ragazzini si comportano così e poi c’è tutto il resto, l’ambiente, il set è mooolto statunitense.

Alex: “Si dipinge un po’ la nostra infanzia, le catene di Chuck E. Cheese, le video arcade…”

Martin: “Mi sono posto la domanda se avesse un senso fuori dagli Stati Uniti”.

Forse non i dettagli ma il messaggio è universale. E comunque l’influenza che proviene dagli Stati Uniti verso i ragazzini ha raggiunto livelli inimmaginabili anche 10 anni fa grazie al proliferare delle serie televisive e le sottoscrizioni che forniscono intrattenimento a richiesta, quindi sicuramente ha senso. Stiamo guardando tutti gli stessi video, stiamo ascoltando tutti la stessa musica, il problema è diventato enorme…

Alex: “Lo scambio culturale non è a livello paritario”.

Direi che non è più uno scambio, l’influenza è unilaterale è un problema enorme, stiamo perdendo la ricchezza e la diversità culturale.

Martin: “Stavamo parlando di questo proprio ieri sera. Rischiamo di creare una monocultura. Sono d’accordo”.

Alex: “È una conseguenza che non avevamo previsto per il fatto che il nostro mondo sta diventando sempre più piccolo grazie alla rete. Il potenziale per la connettività è enorme ma Internet potenzialmente è anche causa di gravi danni”.

Per tutto c’è un lato oscuro, non è vero? È vero che esiste una eccessiva influenza proveniente dal punto di vista musicale dagli Stati Uniti ma per quanto vi riguarda mi sembra che siate aperti alle influenze esterne. Ho letto che per esempio Julian Lynch, il vostro nuovo chitarrista, ha fatto degli studi in musica etnica, è vero?

Alex: “Sì, effettivamente ha iniziato i suoi studi in etnomusicologia ma alla fine ha completato il suo dottorato in antropologia in maniera un po’ più generale appena un mese fa. Adesso è un dottore, il che è fichissimo. Ha fatto degli studi molti specifici in India sul modo in cui il suono e il rumore influenzano le varie culture nelle città. Ma Julian è un personaggio molto colto, molto intelligente e è interessato alle varie culture, è un antropologo vero!”

E per quanto riguarda la vostra musica, come è cambiata la vostra musica dopo l’ingresso di Julian nella band? È ovvio che comunque il suono della band ha seguito una sua evoluzione naturale, non siete più le stesse persone che eravate 10 anni fa, quando avete iniziato, ma quanto vi ha cambiato la presenza di Julian Lynch?

Alex: “Un bel po’. Non è questo il suo primo album con la band ma penso che nel frattempo, dopo due tour con la band, è diventato un vero e proprio membro del gruppo. Non è un rapporto che è nato da poco. Conosciamo Julian da sempre, da ragazzi ci siamo uniti noi alla sua band e ci rendevamo conto che quest’uomo è un genio, sia nel suo modo di suonare e di comporre e sono sicuro che chi ascolterà il nuovo album se ne potrà rendere conto sempre di più. Julian ha scritto una canzone per quest’album e l’abbiamo inserita proprio nella parte centrale per evidenziarla perché il suono è totalmente diverso rispetto al resto del disco. E il suono della sua chitarra è anche diventato protagonista in tutto il disco, è molto specifico per il tono che usa. Non puoi ascoltare il nuovo disco senza renderti conto della sua presenza”.

Martin: “Julian è molto metodico e cura in maniera particolare il modo in cui il suono, il tono e la trama del suo contributo musicale si adatta alla struttura della canzone. È stato molto interessante osservarlo al lavoro e vederlo produrre delle cose incredibili, perché ovviamente Julian ha una sua personalità molto spiccata e noi ci fidiamo e rispettiamo le sue abilità musicali e quindi praticamente gli lasciamo lo spazio che gli serve per esprimersi al meglio”.

È anche una questione di chimica tra le varie persone immagino ma anche una questione di più profonda fiducia perché alla fine non è un musicista sconosciuto con cui avete iniziato a collaborare da poco.

Alex: “Sì, effettivamente siamo stati fortunati e quando gli abbiamo chiesto di unirsi al gruppo lui era molto rilassato, della serie se proprio volete, eravamo noi ad essere eccitati e entusiasti quando ci ha detto di sì!”

Possiamo parlare del processo creativo e delle vostre influenze? Per esempio, per questo disco avete citato come influenze Joni Mitchell e i Roxy Music, e il suono che avete creato è molto caldo, quasi vintage. Mi chiedevo se trovate il tempo di ascoltare i vostri contemporanei o preferite chiudervi in uno spazio temporale che non sia troppo contemporaneo?

Martin: “Forse dovrei ascoltare più musica contemporanea ma sicuramente non provo il desiderio di chiudermi in maniera dogmatica alle influenze contemporanee e ci sono dei musicisti attuali che sento vicini e per cui provo una grande anticipazione quando so che stanno per pubblicare qualcosa. Direi che siamo influenzati in uguale misura dagli artisti contemporanei e da musicisti di qualsiasi epoca e genere a seconda di quello che stiamo ascoltando in un momento particolare”.

Alex: “È una delle cose più belle far parte di un gruppo composto da 5 persone. Inizia tutto da Martin visto che è il compositore principale ma poi le sue idee vengono filtrate da 4 persone diverse con le loro idiosincrasie e i loro interessi. Anche se tendenzialmente abbiamo gli stessi gusti musicali la varietà delle cose che ascoltiamo è enorme. Per esempio a Julian piace ascoltare musica metal, non in maniera esclusiva ovviamente, ma a me non interessa minimamente. Ma funziona così e con 5 persone diverse le nostre influenze sono moltiplicate per il numero di componenti della band ed è bello così. Io per esempio ascolto sia musica contemporanea che musica più datata ma mi rendo conto che non ascoltiamo molto rock indipendente attuale non perché non pensiamo che sia valido ma semplicemente perché mi sembra troppo vicino e ho voglia di esplorare varie possibilità per arrivare a delle soluzioni originali rispetto a quello che viene creato dai nostri contemporanei. Quindi per esempio l’ultimo disco dei Big Thief di cui tutti parlavano benissimo, mi ci è voluto un bel po’ prima di ascoltarlo perché pensavo di conoscere i Big Thief e il loro suono e invece è importante perché sono bravissimi”.

Martin: “I Big Thief sono un buon esempio di gruppo contemporaneo di cui posso dire di essere un fan”.

Sì, sono bravissimi. E a parte le vostre influenze musicali cosa potete dirmi del vostro processo creativo? Vi servite dei computer e dell’elettronica per arrivare a delle soluzioni? Stiamo effettivamente esaurendo le possibilità creative del cervello umano per cui ci appoggiamo sempre di più all’intelligenza artificiale?

Alex: “Credo che continuiamo a porci questa domanda se la creatività umana ha dei limiti da sempre!”

Martin: “Direi che lavoriamo in maniera piuttosto analogica. Dal punto di vista pratico viviamo tutti in città diverse, siamo sparsi per gli Stati Uniti e quindi di solito trascorro un paio di giorni alla settimana nel nostro spazio dove facciamo le prove, da solo, per avere un po’ di spazio creativo per me stesso. Di solito inizio a scrivere qualcosa e poi inizio ad inviare le registrazioni demo al resto del gruppo. Quando pensiamo di avere qualcosa, dopo qualche mese, quando pensiamo sia arrivato il momento giusto ci ritroviamo tutti insieme per poi comporre effettivamente la nuova musica”.

Alex: “Sì, effettivamente per avere un’idea del processo effettivo di solito è Martin ad iniziare la nuova composizione, a volte Julian, ma soprattutto Martin e poi se tu fossi seduta nella stanza dove componiamo ci vedresti suonare quel pezzo o quell’idea migliaia di volte per cercare di capire cosa fare per migliorare quell’idea iniziale, per renderla al meglio”. 

Martin: “Sì, ascoltiamo la melodia e ci ascoltiamo a vicenda in continuazione”.

Alex: “Semplicemente cerchiamo di capire cos’è meglio e proviamo a ripetere un pezzo più veloce o più lentamente, e ci chiediamo, cosa ne dite se proviamo a ripetere quel pezzo 3 volte invece di 2? O proviamo a ripeterlo 19 volte, proviamo delle idee completamente sballate fino a quando non funziona!”

Martin: “E a volte succede che sentiamo qualcosa che stiamo improvvisando e qualcuno ti dice, che cos’era quella cosa che hai appena fatto? Rifallo subito!”

Se solo potessi ricordarlo!

Alex: “appunto! Ma in generale facciamo le cose alla vecchia maniera, non usiamo quasi per niente l’elettronica ma ovviamente registriamo le canzoni in modalità digitale e anche noi usiamo i nostri telefonini, così come stai registrando adesso questa intervista, per poter poi riascoltare il tutto”.

Martin: “Lo sai che nel frattempo ho comprato un aggeggio per registrare e riascoltare quello che facciamo? Si, fa tutto parte del modo in cui in pratica lavoriamo perché purtroppo non siamo tutti nello stesso posto, non ci possiamo ritrovare tutti i giorni o tutte le settimane per fare pratica e imparare le canzoni. All’inizio della nostra carriera vivevamo tutti nella città di New York e ci potevamo vedere una volta a settimana e potevamo creare una routine e adesso invece dobbiamo essere molto più organizzati”.

Qualche mese fa stavo intervistando Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney e lei diceva che il fatto di vivere in città diverse l’ha aiutata ad apprezzare le qualità compositive della sua compagna di band Corin Tucker, perché praticamente entrambe hanno lo spazio per esprimersi che non avevano quando componevano insieme nella stessa stanza.

Alex: “Sono un grandissimo fan di Carrie Brownstein! Penso che ci siano dei vantaggi e degli svantaggi. Abbiamo avuto un periodo molto produttivo quando vivevamo praticamente in un’area di 2 km quadrati l’uno dall’altro a NY e in quel periodo siamo cresciuti enormemente come band. Adesso invece dobbiamo fare uno sforzo. Probabilmente è così perché siamo più maturi e probabilmente avremmo dei problemi anche se vivessimo tutti nello stesso posto. Per esempio, Martin ha dei bambini adesso e dobbiamo trovare il tempo libero per ritrovarci insieme e lavorare alla band. Inoltre tutto ruota intorno al fatto che siamo 5 persone e dobbiamo mantenere un rapporto tra tutti e 5 e non è semplice, dobbiamo tutti fare uno sforzo e lasciare lo spazio necessario a noi tutti, così ognuno sente di poter vivere la propria vita al di là della band, senza creare dei risentimenti”.

Certo è difficile trovare l’equilibrio giusto ma siete tutti delle persone con una propria vita che va oltre al vostro percorso insieme come band. Anche il fatto di dover andare in tour per lunghi periodi di tempo può diventare molto stressante e causare delle tensioni, non è vero?

Alex: “Sì, in un anno come questo praticamente viviamo insieme in questo spazio nebuloso e non geografico per la maggior parte del tempo…”

Martin: “Praticamente siamo condannati a stare insieme per la maggior parte di quest’anno!”

E come mantenete il vostro senso della realtà quando siete rinchiusi mentalmente nello spazio del tour?

Alex: “Secondo me rimaniamo sani di mente semplicemente perché abbiamo il contatto con il nostro pubblico a tenerci su. Se dovessimo vivere nelle condizioni in cui viviamo quando siamo in tournée senza dover suonare per il pubblico, sicuramente diventeremmo pazzi”.

Martin: “Sì, forse sembra trito, ma effettivamente ti resetti tutte le volte che suoni su un palco, ogni sera il processo di catarsi si ripete e ti libera dalle tensioni”.

Alex: “E la cosa più bella delle tournée è andare alla ricerca di una cena decente! (Ridono!) Vorrei tantissimo che per questo breve tour promozionale fosse prevista una data in Italia così da poter mangiare in Italia! È il modo migliore per imparare qualcosa di una cultura che non ci appartiene. È divertente!”

Ma quando siete in tour avete il tempo di esplorare i posti che visitate?

Martin: “Di solito no, ma a volte succede. A volte hai qualche ora, a volte un giorno o due…”

Comunque viaggiate e avete le possibilità di avere un’introduzione ai paesi che visitate.

Alex: “Sì, a volte hai la possibilità di pianificare intorno al tour, vorrei per esempio rimanere qualche giorno in Portogallo questa volta. Comunque, anche se brevemente abbiamo avuto la fortuna di vedere tantissimi posti e di conoscere talmente tante persone nuove grazie a questa band”.

Martin: “Sì, è incredibile, ci sentiamo privilegiati”.

Avete mai pensato al vostro futuro? La musica rock in particolare è tradizionalmente associata con la gioventù, pensate che vorrete fare musica per sempre come i Rolling Stones? Anche se personalmente penso qualcuno dovrebbe fermarli!

Martin: “So cosa vuoi dire, soprattutto perché a un certo punto non c’è più crescita. Mi piace pensare che non siamo ancora arrivati a quel momento e si, mi piacerebbe continuare fino a quando avremo qualcosa da dire ed è questa la filosofia che ha pervaso questo nuovo disco. Ci siamo chiesti onestamente ne vale la pena?”

Alex: “Ne deve valere la pena sia per noi, sia per chi ascolta, una volta che questo rapporto simbiotico viene a mancare, arriva il momento di fermarsi. Penso che per la prima volta ci siamo fermati a pensare proprio a questo, ci siamo posti la domanda e abbiamo raggiunto la conclusione che si, non solo ne vale la pena, ma scavando in profondità dentro di noi abbiamo trovato quello che serve, e ci siamo posti queste domande perché anche se avevamo paura che non ci fosse niente, noi tutti volevamo intensamente che ci fosse quella scintilla”.

Martin: “Sì, l’aver affrontato questi interrogativi è un qualcosa di cui siamo veramente fieri”.

Alex: “E sì, sono felicissimo di aver vissuto questa vita meravigliosa, di aver scelto questa professione, ma è interessante quello che ci chiedi perché una volta che raggiungi i 30 anni, maturando, se pensi di aver raggiunto una certa stabilità nella tua vita, ti rendi conto che hai scommesso tutto su questo tipo di professione e che potrebbe svanire tutto in qualsiasi momento”.

In realtà in questo momento storico stiamo vivendo tutti in un periodo di grande incertezza, in qualsiasi professione, e i livelli di ansia sono molto elevati. Ma mi sembra che abbiate espresso in maniera molto intensa questo sentire umano del momento con la vostra musica e penso che dovreste sentirvi orgogliosi di quello che avete creato.

Alex: “Grazie. È assolutamente un disco che riflette quest’ansia generale”.

Nelle note che accompagnano l’uscita del vostro disco avete aggiunto anche le preoccupazioni intorno ai cambiamenti climatici tra le cose che vi causano maggiore ansia. Viaggio spesso negli Stati Uniti e mi sembra che al contrario dell’Europa il problema ambientale non sia sentito allo stesso modo.

Martin: “Sicuramente non è la priorità del nostro leader ed è questa gran parte del problema perché tra le nuove generazioni o per chiunque presti un po’ d’attenzione a quello che ci sta succedendo intorno sicuramente è causa di grande preoccupazione”.

Alex: “Non voglio sembrare un disfattista ma mi sembra che un po’ tutti abbiamo questo atteggiamento per cui ci diciamo si, si la situazione è grave ma… andiamo a farci un’altra birra”.

Martin: “Sì, bisognerebbe fare dei cambiamenti totali ma purtroppo nel nostro paese ci sono quelli che negano l’esistenza del cambiamento climatico persino nella EPA (Environmental Protection Agency)…”

Alex: “Ma bisogna riconoscere che la portata del cambiamento necessario è tale che non è una cosa che fa piacere a nessuno. Guarda noi per esempio, qualcuno potrebbe dire che non è responsabile venire in volo in Europa per fare un tour promozionale di 5 date. Nessuno sfugge alle critiche, compresi noi, e siamo talmente abituati a questo tipo di comportamento, dobbiamo iniziare a chiederci seriamente come cambiare il nostro stile di vita”.

Dobbiamo pensare ad un cambiamento culturale totale e probabilmente è ancora più difficile negli Stati Uniti perché si è raggiunto un livello di consumismo che in Europa non riusciamo nemmeno a concepire.

Alex: “Sì, si capisce subito perché la gente si culla nel nostro paese e continuiamo a dire, ah ci volete spaventare ma non c’è niente di vero”.

Martin: “Sì, ci dicono che prima o poi uno scienziato creerà un enzima per ripulire gli oceani…”

Alex: “Ma anch’io, anche se sono completamente convinto della gravità del problema, quando le relazioni delle Nazioni Unite sul problema vengono pubblicate, non riesco a leggerle dopo un paio di paragrafi, fanno troppa paura”.

Ma il vostro mestiere è quello di musicisti, come potete contribuire al dibattito, volete contribuire al dibattito?

Martin: “Direi che abbiamo il dovere di parlarne visto che abbiamo un certo seguito e abbiamo iniziato a contribuire anche se forse per il momento solo in maniera simbolica. Per esempio abbiamo lavorato con questa ditta Reverb che produce bottiglie d’acqua che possono essere riutilizzate e le cifre raccolte dalla vendita vengono donate per controbilanciare le emissioni di CO2. Non è tantissimo quello che facciamo dal punto di vista pratico”.

Bisogna iniziare da qualche parte…

Alex: “Non siamo scienziati che si occupano dei cambiamenti climatici, né siamo uomini politici quindi forse il nostro ruolo è quello di creare qualcosa che rifletta quest’incertezza generale perché non possiamo dimenticarci del lato emotivo. Forse non siamo le persone che possono risolvere il problema ma perlomeno possiamo parlare con onestà di come tutto questo ci fa sentire ed è una cosa che non facciamo abbastanza. Ne abbiamo parlato un po’ in tutte le interviste che abbiamo fatto recentemente”.

Martin: “E non perché abbiamo un fine ulteriore, è una cosa che ci viene naturale”.

Alex: “No semplicemente siamo esseri umani e in questo momento questo è la discussione più importante che bisogna affrontare. Non è un punto di vista politico, la situazione è realmente drammatica. Stiamo parlando dell’ansia globale inerente alle nostre vite e qual è una delle case principali? Il cambiamento climatico”.

Ragazzi cerchiamo di concludere in maniera un po’ più leggera. Vi volevo chiedere, quest’orso enorme sta viaggiando con voi, fa parte della band? (Risate generali, mi riferisco ad un peluche enorme piazzato alle spalle dei due componenti dei Real Estate).  Scusate ma durante tutta l’intervista era nel mio campo visivo e spesso era difficile rimanere seria!

Martin: “Sì certo, ovviamente dobbiamo pagare per il biglietto aereo anche per lui (risate)”.

Alex: “OMG, lo sai che non mi ero nemmeno accorto di avercelo alle spalle? Sai, siamo delle persone molto insicure e ce lo portiamo sempre dietro. È il nostro tour manager!”

E per finire, avete un messaggio speciale per i vostri fan?

Alex: “Semplicemente che ci mettiamo tutto noi stessi ma questa volta ancora di più, ci sentiamo quasi come una nuova band, è molto eccitante”.

Martin: “E un’ultima cosa: vogliamo assolutamente venire in Italia!”

So che spesso non è semplicissimo aggiungere l’Italia a un tour europeo…

Martin: “Sì, mi sembra sia una questione geografica un po’ come la Florida, che viene sempre dimenticata dai tour manager”.

Sì, infatti tutti i gruppi internazionali preferiscono fermarsi a Milano mentre io vengo dal sud est dell’Italia e storicamente non viene mai nessuno!

Alex: “Fico! Ma sai che noi abbiamo suonato da quelle parti, a Santa Caterina, era un festival quasi privato, l’organizzatore aveva uno studio di registrazione e stava cercando di attirare delle band che volessero registrare nel suo studio”. 

Martin: “È stato veramente speciale! E per me in particolare, per la storia della mia famiglia. Mio nonno è italiano dalla parte di mia madre e mi piacerebbe approfondire. Ma in Puglia ci siamo divertiti tantissimo, abbiamo nuotato nel Mediterraneo e c’erano queste rocce vulcaniche spettacolari. Non ci siamo tolti le scarpe per non tagliarci e il tipo che ci ha portati là stava pescando delle cozze e le abbiamo mangiate sul posto. Incredibile, abbiamo dei ricordi bellissimi”.


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