• 6
    Shares

A pochissimi giorni dall’inizio del periodo di lockdown che ha costretto quasi tutti i paesi del mondo ad annullare gran parte delle attività umane, incontro Jesse Tabish, cantante e leader degli Other Lives alla vigilia della pubblicazione del loro quarto disco For Your Love (pubblicato da PIAS/ATO Records, a fine aprile). Il panico da coronavirus è nell’aria ma né io né Jesse durante questa chiacchierata abbiamo idea che, dopo una decina di giorni, tutti gli incontri, tutti gli eventi, e tutti i concerti sarebbero stati annullati a tempo indeterminato. Per il momento ci salutiamo calorosamente e prendiamo posto a un tavolino dello Slaughtered Lamb nel centro di Londra – la regola di due metri di distanza tra le persone non era stata ancora introdotta – e alla fine della conversazione Jesse imbraccia la sua chitarra e insieme a Jonathon Mooney, alle tastiere e al violino, ci presenta in anteprima le nuove canzoni, senza dimenticare un paio di classici, sorseggiando vino, rosso per Jesse, bianco per Jonathon. Sarà il mio ultimo evento dal vivo per quanto tempo? Nella nostra conversazione non possiamo ignorare l’elefante nella stanza, il coronavirus, ma partiamo dalla musica e dalla storia degli Other Lives, originari di Stillwater, una città universitaria al centro esatto degli Stati Uniti, nello stato di Oklahoma, famoso perché colpito da un’infinità di tornado, per un famosissimo attentato terroristico e per i Flaming Lips, anche se musicalmente gli Other Lives sono all’estremo opposto della psichedelia colorata di Wayne Coyne e compagni. Durante la nostra conversazione Tabish mi rivela che il quarto disco ufficiale degli Other Lives è nato nel corso di una vacanza creativa in Sicilia e il risultato finale è stato raggiunto a Gilchrist Home, una casa isolata nei boschi umidi dell’Oregon, in un’abitazione creata nel corso di un decennio dai proprietari ossessionati dalla musica. Tabish confessa che la casa è il posto in cui abita e crea con la moglie, Kim, parte della band. E la meravigliosa casa in legno, presente in tutti i video e le foto promozionali, nel disco diventa quasi il sesto membro della band. Il cantante ci racconta che l’ultimo degli Other Lives è stato per lui soprattutto un processo catartico, perché finalmente è stato pronto a confrontare e superare con l’auto-terapia offerta dalla musica un episodio drammatico che ha devastato la sua adolescenza e la sua vita da adulto e di artista, l’omicidio di un suo amico mentre Tabish iniziava il suo percorso nel mondo della musica. Tabish racconta le circostanze nell’introduzione all’intima We Wait, ricorda il suo amico, Tommy, quasi un fratello maggiore, e si rimprovera di non aver visto i segni, visto che a quanto pare l’omicida fa parte della cerchia intima della band. Come scrive nella canzone, non è colpa del destino, ma di una pistola nelle mani di una persona intenta ad uccidere. Ma ritorniamo a una serata ancora invernale all’inizio di marzo e alla mia conversazione con Jesse Tabish.

Ci incontriamo per la prima volta e la tua band non è conosciutissima in Italia anche se siete in giro da un po’. Siete ormai al quarto album come Other Lives, vero? Ci puoi raccontare il vostro viaggio musicale?

“Si, certo. Siamo insieme da 15 anni. Abbiamo iniziato il nostro viaggio a Stillwater, in Oklahoma e a partire dal nostro primo album sono passati 15 anni molto intensi. Abbiamo prodotto tutti i nostri dischi quasi completamente da soli e il gruppo principale è composto da 3 persone Jonathon Mooney, Josh Onstott e io. I nostri dischi iniziali erano molto influenzati dal paesaggio dell’Oklahoma, dalle praterie colpite dal fenomeno detto Dust Bowl (il disastro ecologico delle tempeste di polvere)”.

Possiamo dire che la vostra musica si ispira alla natura?

“Sì, totalmente. E in questo nuovo disco siamo ritornati alle nostre origini anche se nel frattempo ci siamo trasferiti a Portland, in Oregon, ma non nella città, ci siamo trasferiti in questa casa enorme, nella foresta. Mi sono trasferito con mia moglie, Kim, che fa parte della band. Quindi l’idea era di ritornare alla natura e ritrovare un modo naturale di comporre le nostre canzoni e ripristinare lo spazio creativo che nasce dal silenzio in netta opposizione al rumore della città. Siamo arrivati al nostro quarto disco e volevamo ritrovarci, ritrovare la nostra essenza”.

Mi hai appena detto che vi siete trasferiti a Portland e, visto che l’Oregon è uno stato molto diverso rispetto all’Oklahoma, sono molto curiosa di sapere quanto questa differenza nel paesaggio e nel clima vi abbia condizionati.

“Si, effettivamente nel nord ovest piove in continuazione, di conseguenza significa che non esci poi tantissimo e dal punto di vista creativo è perfetto. Sicuramente la pioggia continua comunica un certo senso di cupezza che mi trasporta in uno stato d’animo malinconico, ma è una sensazione che mi piace molto, ispira la meditazione. Dal punto di vista del paesaggio fisico, è completamente diverso ma l’Oregon mi ispira le stesse sensazioni e lo stesso senso di isolamento. Non descrivo il paesaggio nelle mie canzoni, ma la natura mi ispira a livello subcosciente”.

L’ispirazione nella tua musica quindi viene dai grandi spazi, dalla solitudine. Anche la luce è molto diversa quanto più a nord si viaggia. Immagino ci sia una grande differenza tra l’Oklahoma e l’Oregon. Il nuovo disco mi sembra molto dark, musicalmente. È colpa degli inverni del nord?

“Sicuramente l’oscurità e la pioggia hanno influito ma questo disco in particolare mi ha aiutato molto a liberarmi dalla depressione e dai traumi che mi hanno colpito nel passato. Abbiamo sempre avuto un lato più oscuro dal punto di vista musicale, sai personalmente mi porto dentro una certa cupezza però allo stesso tempo nutro molta speranza. Ma sai, penso che questa sia una caratteristica che colpisce un po’ tutti, in qualche modo e la vita diventa quasi una danza tra le due influenze”.

Sì, capisco perfettamente quello che vuoi dire. Questi eventi di cui parli nel tuo passato, su cui ti sei aperto per la prima volta di recente, devono aver avuto una profonda influenza sulla tua musica.

“Quando ero giovane, tutto era diverso e la vita con il passare del tempo diventa sempre più dura ma allo stesso tempo continua a sorprendermi con la sua bellezza e con le sue capacità rivelatrici e con tutta la cupezza e l’oscurità che mi circonda mi rendo conto di aver trovato lo spazio mentale per affinare le mie capacità percettive”.

Certo quando si è giovani l’entusiasmo per la vita è al massimo, tutto è nuovo, poi la vita con i suoi drammi ci cambia in maniera definitiva, diventiamo più amari con la maturità, forse?

“Si, assolutamente, ma l’idea è di rimanere giocosi tramite l’arte, non si può creare indossando una giacca e una cravatta, bisogna avere lo spazio per esprimersi, per cazzeggiare…”

E mantenere intatta la propria curiosità.

“Sempre! Ma credo che ci sia una maggiore intensità e la tendenza a riflettere molto di più su se stessi quando si comincia a maturare, cominci a riflettere e ad affrontare i traumi che ti hanno segnato nel passato perché se non affronti i tuoi demoni, sei segnato dall’ansia, dalla depressione e per quanto mi riguarda questo disco è stato il mio tentativo di confrontare i miei demoni e dire, non voglio essere depresso e voglio incoraggiare tutti a cercare di fare lo stesso”.

È un momento molto difficile un po’ per tutti, non aiuta il fatto che sembra che tutto sia sul punto di collassare davanti ai nostri occhi. Dato quello che sto succedendo, sono molto interessata al tuo messaggio di speranza. Pensi la gente possa trovare la forza di vivere tramite la musica o tramite qualsiasi altre forza positiva importante nella loro vita?

“Sai, la maggior parte di quello che scrivo, i temi che affronto sono il mio modo di superare i miei traumi personali ma cerco di scrivere in un modo che possa essere interpretato da chi ascolta. Molte delle canzoni che scrivo non descrivono un evento particolare, per esempio Hey Hey I, affronta il tema in maniera molto generale, ma il messaggio è che non importa chi sia il tuo oppressore, si può trattare di un dittatore o di una religione, o qualsiasi altra cosa, ma spero che chi ascolti si possa ritrovare nelle parole e sentire che possiamo liberarci dai nostri oppressori se decidiamo di essere liberi. Ci sono troppe persone che non sono libere, non sono libere nella loro mente e la mia speranza è chi ci ascolta riesca a comprendere cosa significhi per loro essere liberi. Ma soprattutto quello che metto nella mia musica sono le mie sensazioni, non è una cosa definita, ma c’è uno spazio nel tuo cuore, un qualcosa che ti dia una carica di energia e fa partire l’ispirazione”.

E speri di comunicare questa energia a chi ti ascolta…

“Si, appunto.”

Mi hai detto che Kim, tua moglie, fa parte della band. Mi puoi dire se la casa che appare nei nuovi video e sulla copertina del disco, è la casa in cui vivete?

“Si, è casa nostra”.

È meravigliosa!

“Si, è stupenda. Ci siamo trasferiti forse 2 anni fa. È di un mio amico, era la casa di suo padre che purtroppo è deceduto e la casa era rimasta vuota per almeno due anni e io cercavo una casa, quindi… è un posto bellissimo”.

Deve essere un posto pieno di storia, il posto in cui vivi ti deve ispirare. Mi è piaciuto molto il video del primo singolo, Lost Day, sembra riflettere la vita in un universo parallelo, o anche oltre la morte, così come il nome stesso della band, Altre Vite. Ci puoi raccontare come avete scelto questo nome?

“Sai, c’è questo film The Lives of Others (Le vite degli altri, 2006), lo conosci?”

Sì, certo.

“È uno dei miei film preferiti e amavo anche il titolo. È lo stesso discorso che ha guidato anche la scelta del titolo dell’ultimo album For Their Love: c’è qualcosa di più grande, di globale, inclusivo, ma non te lo dice in maniera diretta. È la stessa cosa con Other Lives, c’è un qualcosa di umano implicito ma non lo puoi definire in maniera chiara”.

La nostra società ci spinge a concentrarci su noi stessi, ad isolarci, vuoi dire che stai cercando a spingere le persone di andare nella direzione opposta?

“Non è così semplice. L’idea è innanzitutto di trovare un punto di equilibrio in te stesso e spero che questo ti porti a diventare un essere più compassionevole, aperto, attivo nella società e non semplicemente a pensare conto solo io e fanculo a tutto il resto. Ma è un qualcosa che permea tutta la nostra esistenza, diventare degli esseri soddisfatti, realizzati, è un processo diverso per ognuno di noi ma coinvolge tutto: il nostro modo di mangiare, quello che compriamo, come votiamo e la speranza è di raggiungere un livello in cui le nostre decisioni sono dettate dal bene comune”.

Certo, non possiamo sperare di cambiare la società se prima non cambiamo noi stessi. Il problema è che la società è organizzata in modo tale che siamo spinti a consumare sempre di più in maniera totalmente irresponsabile.

“È tutto superficiale, questo sono io, questa è la macchina che mi posso permettere, ci hanno venduto tutte queste cazzate per oltre 100 anni e funziona, la gente ci crede”.

È un messaggio molto potente, molto sofisticato è difficile resistere.

“Totalmente… ma eccoci nel ventunesimo secolo, e per le decisioni dei nostri governanti e dittatori il pianeta è a pezzi”.

Si, non ha senso.

“Qualcuno può dire che se ci osserviamo come specie, abbiamo sempre seguito questa traiettoria e forse questa è la natura umana, abbiamo questi impulsi incontrollabili, stiamo scendendo in territorio freudiano”.

È un impulso totalmente distruttivo. Sto pensando al titolo del vostro secondo disco “Tamer Animals”, parlavate degli uomini, vero? È incredibile pensare che siamo allo stesso tempo gli animali più addomesticati e che abbiamo imparato a distruggere in maniera estremamente sofisticata.

“Si, siamo molto creativi nella distruzione, non potevo dirlo in maniera più precisa”.

È un pensiero che mi fa impazzire, ci consideriamo degli esseri pensanti, costruttivi e invece stiamo andando sempre più indietro. Ma non credo sia il compito dell’artista trovare una soluzione…

“Ma sai, io penso che l’arte possa guidarci nella direzione giusta, è sempre stato così, a partire dall’Illuminismo, e poi all’inizio del ventesimo secolo, o ancora negli anni 60 l’arte ha fatto da apripista, può essere un’influenza breve ma ho sempre pensato che sia questo il ruolo dell’arte.  Però allo stesso tempo la gente deve volere il cambiamento e tutto dipende dallo stato di salute della società in cui viviamo. C’è un libro, non ricordo il nome dell’autore in questo momento, The World of Yesterday (Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig), è un autore austriaco e parla del passaggio dal XIX al XX secolo, prima della Seconda guerra mondiale e ci dice che le persone si incontravano per leggere delle poesie, non era una cosa elitaria, è tutto pubblicato sui giornali dell’epoca e guarda com’è ridotta la stampa adesso”.

Si, è deprimente. Ma sono felice che tu hai trovato spazio per la speranza. Purtroppo dovunque ci giriamo anche se ci sono delle realtà alternative, tutto è dominato dalla superficialità, anche e soprattutto nel mondo dell’arte, ma allo stesso tempo per fortuna ci sono delle band come la tua che mi fanno ben sperare.

“Grazie e giornalisti come te fanno sperare anche me”.

È tristissimo pensare che tutto si basi sull’ossessione di diventare più famosi, di avere più successo.

“Penso che le cose succedano a ondate. E c’è sempre la speranza nelle nuove generazioni, che prendano coscienza e dicono, adesso basta, siamo stanchi di camminare come dei fottuti zombies, siamo stanchi di vivere per consumare. Lo sai se decidessimo di non comprare dei determinati prodotti, possiamo far chiudere delle industrie.”

Sì, è uno strumento molto potente ma la gente non se ne rende conto. Ma cadiamo sempre nella trappola di mettere gli uni contro gli altri. Mi rendo conto sempre di più che non è l’età a renderti un bacchettone, anche i ventenni possono avere una mentalità molto ristretta. È un cambiamento che bisogna iniziare al di là delle divisioni generazionali, e bisogna superare le divisioni create dai confini. Se ognuno di noi cambiasse la propria vita, chissà qualcun altro potrebbe seguire il nostro esempio.

“Esattamente, sono convinto che quello che mangiamo, come spendiamo i nostri soldi, quello che leggiamo determina il cambiamento e come fare per diffondere il tutto? Non ho assolutamente idea”.

Purtroppo corriamo sempre il rischio della percezione dell’intellettuale come la figura che ci dice: ‘io so meglio di te qual è la soluzione’ e quest’approccio paternalistico crea la reazione opposta.

“Sì, i media elitari e liberali negli Stati Uniti sono la ragione per cui Trump è stato eletto, si sono dimenticati dai lavoratori, della gente comune e hanno creato un mostro”.

Sai nel 2016 il risultato del referendum pro-Brexit e l’elezione di Trump per me erano scontati, bastava dare ascolto alla gente normale. E invece l’atteggiamento generale era un arrogante ‘non succederà mai’.

“Sai, lo pensavo anch’io ma mia moglie è tedesca e per rassicurare i suoi genitori dicevo anch’io: prometto che non succederà mai.”

E invece eccoci qui quattro anni dopo. E come sta andando negli Stati Uniti con la crisi causata dal coronavirus? Fino alla settimana scorsa era abbastanza tranquillo ma a partire da oggi è esploso tutto! (L’intervista è avvenuta il 2 Marzo 2020).

“Sì, si stanno tutti cagando addosso. Cosa fare? Ti lavi le mani… Sai ero in hotel e guardavo le notizie e sto seguendo anche il Guardian. Di solito queste cose non mi preoccupano ma la cosa che mi dà da pensare è che hanno chiuso il Louvre!”

L’isterismo non aiuta, dovremmo essere più preoccupati dal fatto che abbiamo distrutto i nostri sistemi immunitari e che tutti gli antisettici non fanno altro che rendere i virus più potenti.

“Sai, è il prezzo da pagare perché andiamo contro la nostra natura umana… abbiamo una canzone che ho scritto un po’ di tempo fa Dust Bowl, parla degli anni 20 e degli anni 30 quando nelle pianure degli Stati Uniti l’agricoltura intensiva è stata la causa di una tempesta di sabbia che è durata per mesi e ha distrutto i raccolti, ha distrutto tutto. Possiamo andare contro la natura fino ad un certo punto perché poi si vendica in modi che non possiamo immaginare”.

La reazione della natura è sempre più forte… ma stiamo divergendo un po’ troppo, forse.

“Sì, siamo caduti nella tana del coniglio!” (Si riferisce a Alice nel Paese delle Meraviglie).

Oggi con Jonathan ci presentate in anteprima qualche canzone ma avete previsto un tour per portare in giro le vostre nuove canzoni? Ritornerete in Europa o sarà un tour soprattutto negli Stati Uniti?

“No, verremo in Europa. In realtà siamo più seguiti in Europa che negli Stati Uniti. Adoro l’Europa. Sai la mia prima moglie era francese e la mia seconda moglie è tedesca, considero l’Europa come la mia seconda casa. Con Kim, mia moglie, stiamo pensando di trasferirci in Europa, mi sento molto vicino all’Europa”.

Anche dal punto di vista musicale?

“Sì e soprattutto perché il pubblico apprezza la musica classica in un modo che non esiste negli Stati Uniti”.

Sì, ci sono un sacco di paesi dove si suona un sacco di musica classica in Europa, ma forse quello che mi sta stretto dell’Europa è la mancanza di spazi aperti, è un posto molto più concentrato e popolato.

“Quello che amo di più degli Stati Uniti è l’idea che chiunque possa diventare un musicista, non devi aver frequentato le scuole giuste e puoi definire le tue regole, adoro questa libertà che è parte della nostra storia, il fatto di essere liberi di prendere armi e bagagli e trasferirsi in California per ricominciare”.

Fa parte dei vostri geni! Penso che il problema più grosso in Europa in questo momento è il fatto che si stiano risvegliando dei sentimenti nazionalistici, sicuramente è sovrappopolata e le crepe si iniziano a vedere, stiamo raggiungendo una situazione che potrebbe diventare esplosiva.

“Le uniche cose per cui ci dobbiamo sentire nazionalisti sono il cibo e il vino. Al massimo lo sport, va bene anche quello. Queste sono le uniche cose su cui si può competere”.

Assolutamente! Le frontiere non fermano la musica! Senti, ritornando ai suoni che ti hanno influenzato, senti l’influenza delle popolazioni indigene americane, nonostante il fatto che siano state decimate dai colonizzatori europei, senti la loro presenza spirituale e musicale nella tua musica?

“È un argomento molto difficile. Posso dirti che in molti posti si sente questo spirito, questa vibrazione, le vecchie comunità stanno scomparendo ma si può sentire questa presenza spirituale nell’aria, non è una cosa tangibile. La puoi trovare nella scala pentatonica del blues (intona la scala), è l’anima della musica africana, degli schiavi, è l’anima della musica indigena americana, ed è l’anima della musica degli immigrati soprattutto irlandesi. Queste tre presenze musicali seguono tutte la stessa scala musicale e questo miscuglio di blues, country music, gospel e di musica nativa americana, sono queste ad aver creato il nostro suono, è una presenza costante e latente. Gli americani riconoscono questo suono”.

Non abbiamo molto tempo a disposizione purtroppo, hai un messaggio speciale per i tuoi fans italiani?

“Sì, volevo aggiungere che per questo disco ho creato i demo per tutte le canzoni in Sicilia, non ricordo il nome della cittadina ma eravamo a un’ora da Palermo, eravamo sulla costa, senza computer, solo con la mia chitarra”.

E come mai siete finiti a Palermo. Cosa vi ha fatto scegliere la Sicilia?

“Con Kim, mia moglie, siamo dovuti andare avanti e indietro, per problemi di immigrazione, e dovevamo rimanere fuori dagli Stati Uniti per tre mesi e ovviamente volevamo visitare l’Italia. Ma sono stato felice di abbandonare il computer e gli Stati Uniti per un po’ di tempo. Vivere in Sicilia mi ha aiutato a concentrarmi in maniera incredibile, è una sensazione che si può trovare solo nel vecchio continente e ha influenzato enormemente il mio approccio musicale, mi ha aiutato a ritrovarmi, a riprendere la mia chitarra e a cantare delle stramaledette canzoni senza l’ausilio del computer”.

Hai ascoltato un po’ di musica locale mentre eri in Sicilia?

“No, però posso dirti che durante il viaggio verso il sud abbiamo ascoltato tantissimo Ennio Morricone”.


  • 6
    Shares