Il nostro Maurizio Blatto ha iniziato a dare dei consigli giornalieri sul sito del suo negozio di dischi, vista la pausa forzata tanti di noi dalle classiche attività quotidiane. Per chi ancora non lo sapesse, il negozio si chiama Backdoor, ed è a Torino, in Via Pinelli 45.

I suoi sono brevi flash, incursioni musicali quotidiane: una citazione, un video, una cover, un concerto, un aneddoto, un disco o qualsiasi altra cosa. Giusto per alleggerire questo periodo decisamente pesante che vede alcuni di noi chiusi in casa. Non uscite, ve lo raccomandiamo ancora, così potremo presto tornare a comprare dischi nei negozi, guardare concerti, festival e tutto che facevamo prima e che pensavamo che nessuno ce lo avrebbe potuto portare via.  Ecco la settimana di Maurizio Blatto riassunta qua sotto:

di Maurizio Blatto

1. Backdoor Antivirus – Lunedì, 16 marzo 2020

Da ragazzino avevo una raccolta di fumetti intitolata The Dropouts. Contrariamente all’uso odierno della parola (generalmente qualcuno che non lavora, ma ha un bel progetto musicale destinato a fare il botto e indossa abiti di recupero più per necessità che per hipsterismo) definiva una coppia di naufraghi, Alf e Shandy, che trascorrevano giornate pressappoco identiche su una minuscola isola deserta. Ricordo in particolare una striscia: i due erano sdraiati sotto l’unica pianta di cocco, mani intrecciate dietro la testa, in silenzio. Non succedeva niente. Alla fine, uno dei due diceva “sempre duro il lunedì, eh?”.

Ecco, oggi funziona un po’così.

Ma non per tutti, là “fuori” c’è gente che garantisce servizi e, soprattutto, ci sono infermiere/i e dottoresse/dottori che immagino siano a pezzi. Credo che ognuno di noi sia in contatto con qualcuno che lavora in ospedale e sa bene che, quando riescono a risponderci, sono quasi sempre esausti, ma anche risoluti e, se ce la fanno, persino ironici.

Bè, grazie.

Ho pensato a cosa dedicare loro oggi, e mi veniva sempre in mente l’attacco di  “I’m So Tired” dei Beatles, quella sensazione di beatitudine malsana da svenimento annunciata da “I’m so tired, I haven’t slept a wink I’m so tired, my mind is on the blink”, ma poi ho pensato che ci voleva qualcosa di più ottimista, insomma una canzone pop di minchionesco supporto.

Mi sono ricordato di quando, trent’anni fa, svolgevo il mio ameno servizio militare. Un pomeriggio in caserma, in cui eravamo quasi tutti  in aria di congedo, ma scazzatissimi e irascibili, all’improvviso è partita nei corridoi da una radio a tutto volume “Samarcanda” di Roberto Vecchioni. Memorie da dopoguerra, lo so, e anche se ascoltate solo noise giapponese o il lati B dei 12″ della Warp, immagino che vi sia capitato almeno una volta nella vita di sentire quella canzone. Un ritmo folk, da danza agreste, con un ritornello di quelli che non ti stacchi (mai) più dal cervello che fa “Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh”.  Appunto. Esattamente quando partì il refrain del cavallo, un commilitone abruzzese metallaro totale assoluto, che in nove mesi ci aveva omaggiati credo di sedici parole in totale, cominciò a battere gli anfibi a tempo e a muoversi con la mano fieramente alta nel gesto delle tre corna. Yeah! Impazzimmo tutti, sull’ennesimo oh oh cavallo, esplose un coro da stadio esaurito in ogni ordine di posto, chiunque batteva a tempo su armadietti, letti a castello o gavette d’alluminio. Qualcuno, persino, rise. Poi, finita la canzone, tornammo tutti abbastanza velocemente al nostro aplomb virilmente tenuto in piedi con il Vinavil. Ma fu un momento indimenticabile, di fiera e impagabile cazzoneria liberatoria.

Quindi, cari amici che siete al limite, e non dormite da tempo e non so nemmeno bene che cosa state e dovrete affrontare, ecco il mio piccolo omaggio. Have fun, se potete.

2. Backdoor Antivirus – Martedì, 17 marzo 2020

Abitualmente sono quello che, nel carrello del supermarket di famiglia, infila i biscotti Lingue di Gatto a fianco delle carote e i grissini con le noci sotto il sedano. Alla cassa, ovviamente, mi beccano sempre. Quasi sempre la faccio franca, se esagero (per dire, il Brie infilato come il triangolo del Tetris tra i cetrioli, che sono il massimo dello schifo alimentare, per me), alla peggio rimetto a posto negli scaffali e finisce lì. Quasi sempre, però, vinco con successo la mission impossible di mimetizzare tra il cibo sano un succulento pacchetto di Tuc. Si è tramutato in un rituale consentito. “Ah, eccoli qua, iniziavo a preoccuparmi”, quando saltan fuori.

Ho una dipendenza da Tuc, sono come il crack per me (insieme a maionese e, soprattutto, agnolotti. Ben tallonati da tonno, fontina d’Aosta, insalata russa e Barbera). Più che uno snack sono un concetto filosofico. A chiarirlo senza esitazioni, ecco la loro definizione:

“IL CRACKER DALL’INCONFONDIBILE GUSTO DI TUC IDEALE PER IL TUO ATTACCO DI FAME”

Di cosa sa il Tuc? Di Tuc, ovviamente.

Credo sia stato Leibniz a ideare la loro pubblicità (ottimo lavoro Gottfried Wilhelm, in ogni caso).

Comunque stamattina sono uscito di casa dopo quattro giorni di isolamento totale per fare la spesa. Da dove vivo al supermercato, che in verità è molto vicino, ho incontrato soltanto due persone. L’effetto è stato molto Sfida all’OK Corral, piazzale deserto, sguardo negli occhi, spostamenti in simmetria. All’interno del supermercato, invece, un balletto ottocentesco. Prego, dopo di lei, avanti, si immagini, allora tocca a me, si figuri, ma soprattutto: mi stia ben lontano, cazzo! Comprensibile.

Quindi ho puntato dritto verso lo scaffale dei Tuc. Vuoto.

No, questa, No.

Carne pochissima, carta igienica idem, una sola bustina di lievito. Tuc finiti.

Magari un sadico li aveva spostati nel settore dei pomodori secchi? No. Dietro i bagnoschiuma? Nemmeno.

Ho guardato una povera inserviente (senza mascherina e guanti) dall’aria stanchissima che metteva a posto sacchi di patate e mi sono fermato un secondo esatto prima di domandarle “Scusi, ma che lei sappia, i Tuc sono finiti?”

Avrebbe potuto stordirmi con due pacchi di fette biscottate integrali e poi ammazzarmi a colpi di Viacal. Legittima difesa.

Così ho pagato e sono tornato a casa, ma lo ammetto, senza Tuc mi sono sentito perso.

E quindi…

E ora, ecco una prima carrellata di contributi a OGGETTO DISPETTO

1-El Pelador Medievale
Magari questa iniziativa mi permetterà di capire perché nello sgabuzzino, in un posto anche abbastanza accessibile, io ho uno strumento che serve a sbucciare le mele, e in foto sembra una macchina da tortura medievale. Chi me l’ha regalata (e lo so chi è, mi ha anche regalato una bottiglia di assenzio da 80 gradi) cosa pensa di me? (Stefano)

2- New Age (non quella dei Velvet)
Rovistando nella libreria di casa è saltato fuori questo. Un manuale di auto-aiuto new age in lingua originale potenziale regalo di non ricordo chi. Probabilmente qualcuno convinto che sia squilibrato. (Charlie)

3-La tripletta di Stella:

a-Female Power
Volume di 500 pagine rinvenuto nella mia libreria tra “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir e “Dovremmo essere tutti femministi” della Adiche. Una provocazione bella e buona da parte di ignoti.

b-Glam on the Phone
Sì, è un telefono fisso a forma di logo dei Rolling Stones tempestato di glitter.

c-(me and) Julio…
Ammetto di non possedere molti dischi, ma i pochi che ho li ascolto e mi piacciono. Come sia finito in casa mia il 45 giri del duetto Iglesias/Ross con tanto di busta protettiva è un vero mistero.

4-Me, I’m just a lawnmower, you can tell me by the way I walk
Stamattina ho trovato in garage un tosaerba professional… io vivo in un appartamento (!)… che dire ??? (Alberto)

5-e c’hai la faccia da, e sei vestito da
C’era anche con copertina a specchio. Io, da timido, avevo preso quella normale. (Andrea)

3. Backdoor Antivirus – Mercoledì, 18 marzo 2020

“Questa città sta diventando una città fantasma. Tutti i club hanno chiuso.
Questa città sta diventando una città fantasma. Tutte le band non suoneranno più”.

La canzone è del 1981 e gli Specials la scrissero in piena tatcherismo, con un’Inghilterra impoverita, la band accusata di essersi commercializzata per l’ingresso di tastiere giudicate troppo pop e il pubblico che scatenava risse sotto il palco.

Jerry Dammers, il leader degli Specials,  guardava dal finestrino dell’autobus i negozi chiusi di Liverpool e le signore anziane di Glasgow che vendevano quanto avevano ancora in casa (servizi da tè con tazze e piattini inclusi, avete idea di che cosa significhi per un britannico?) e poi, senza troppo sforzo, ha scritto “Ghost Town”.

Chi avrebbe mai pronosticato che sarebbe diventata così amaramente attuale?

Fa paura.

Ricordate l’ultimo concerto che avete visto?

Abbastanza appiccicati uno all’altro, pacche sulle spalle, mani addosso, sudore, sorsi di birra offerti da bicchieri altrui, qualcuno tossisce, si suda, qualcuno starnutisce. La normalità convertita oggi in prontuario della mini apocalisse.

Quando tutto finirà, credo che saremo disposti a fare 50 km a piedi per andare a vedere la reunion dei Four Salami On The Boat.

Garantito.

E non voglio più sentire quelli che “Ah, suonano là? No, troppo in periferia. Ah no, suonano lì? Troppo in centro, non c’è parcheggio”.

Ma ok, capisco che bisogna tenere il morale alto, quindi ecco, per la grande iniziativa

OGGETTO DISPETTO:

Lo special di Mauro F.

“La casa di mia madre”

A volte non occorre attendere che sia la quarantena a rivelarci aspetti della nostra casa che ci sorprendano. Gli oggetti che non ti aspetti possono uscire inaspettati da ogni angolo, anche con la scusa di riorganizzare una stanza o preparare la casa per le festività. La casa di mia madre è da sempre un laboratorio di creatività. L’avvento dell’infinita apatia in cui il mondo sta progressivamente declinando non l’ha colta impreparata. Essendo marzo inoltrato, solo ora gli spazi e le pareti della casa stavano liberandosi dalle modifiche dettate dalla celebrazione del Natale, per prepararsi ai colori e alla gioia dell’estate. La casa di mia madre è una creatura cangiante, multiforme, che si alimenta continuamente di oggetti “che sono validi e non vorrai mica che li butti via”, che “servivano ad una cosa, ma io li ho re-inventati per un’altra”, che “guarda cosa ho trovato al mercatino”. Un mausoleo di creatività incontrollabile, esplosiva.

A puro scopo di suggerimenti d’arredamento, nel caso oggetti inattesi inizino a spuntare anche a casa vostra, ecco qualche semplice esempio:

1) MACEDONIA DI SOPRAMMOBILI
Consiste nel costringere nell’ultimo angolo/piano orizzontale libero della casa oggetti che appartengono a tempi, culture, stili diversi e (apparentemente e incomprensibilmente) messi insieme. La narrativa che c’è dietro a questa logica è per lo più indecifrabile e solitamente si risolve in un “stanno bene, vero?”, “non capisci niente” (nel caso non si sia immediatamente pronti ad annuire alla domanda precedente)

2) LA RICONCETTUALIZZAZIONE WARHOLIANA DELL’OGGETTO
Gesto creativo in cui un oggetto (solitamente deperibile e teoricamente non riutilizzabile) viene inserito in un nuovo contesto che lo rende “valido” e non più usa e getta. Qui tovagliolo per pranzo di Natale appeso alla parte come addobbo e arricchito da corona natalizia. Il concetto è quello di evitare che chi lo osserva capisca che è un semplice tovagliolo

C) L’INVASIONE DEL MERCATINO
E anche quando sembra che Natale sia finalmente fuori da casa di mia madre (verso fine marzo), quando anche l’ultima briciola di creatività sembra essere momentaneamente sopita e pareti e angoli rifiatano, rimane sempre la minaccia dormiente del mercatino. Improvvisamente appaiono su pareti o sui pochi spazi lasciati sui piani orizzontali, oggetti nuovi, inimmaginabili, inspiegabili. Come questo.

4. Backdoor Antivirus – Giovedì, 19 marzo 2020

Ieri ho avuto il piacere di essere ospite all’interno di Altre/Storie di Mario Calabresi.

è una newsletter settimanale. Eccola spiegata direttamente dall’autore “Perché una newsletter? Perché ti aspetta. Perché non si perde. Perché la ritrovi. Perché la leggi quando vuoi. Perché non ha limiti di lunghezza. Perché la si può curare nei dettagli. Perché è un appuntamento fisso. Perché è antica e moderna. Ho deciso di fare una newsletter perché mi somiglia e serve a raccontare le storie che mi stanno più a cuore”.

Come non essere d’accordo?

La attendo sempre, esattamente come Bastonate per Posta, del mio amico Francesco Farabegoli, l’unico che conosca che ha sempre un’opinione (divertente? inattesa? incomprensibile? invidiabile?) sulle cose che mi stanno intorno.

Cliccate sui link e iscrivetevi, non ve ne pentirete.

E così, ecco il mio piccolo omaggio a questo modo di raccontare quanto sfugge, prima ancora della canzone (che vi consiglio di ascoltare alla fine, o di notte, o quando siete soli)

Questo rende l’Antivirus molto più lungo del solito, ma è una storia incredibile, che parla, per chi scrive, di uno dei più grandi talenti della musica contemporanea. E di una città (come tutti) che amo incondizionatamente.

È una mia intervista, pubblicata su Rumore nel 2015.

A Gigi Masin. Qui sotto un estratto:

SENZA TEMPO: GIGI MASIN
Di Maurizio Blatto

Con Gigi Masin, veneziano classe 1955, il tempo è stato parzialmente galantuomo. La sua musica, ignorata per anni, è passata da culto sotterraneo ad approvazione mondiale. Appartato e dotato di una grazia assoluta, il suo tocco minimale di tasti e assenze ha attraversato il tempo e ora è qui, per tutti.

È una storia singolare la tua, sia sotto il profilo artistico che umano. Hai una cifra stilistica personalissima che, pur accarezzando David Sylvian, i Talk Talk, l’elettronica impalpabile, l’ECM e i paesaggi di Robert Fripp, ha trovato dopo anni consensi presso il popolo di Ibiza. Raccontaci i tuoi esordi.

“Ho iniziato a suonare una chitarra scordata fino a quando, nella prima metà degli anni settanta, sono entrato nel mondo nelle radio private veneziane. Di giorno seguivo la normale programmazione pop da classifica, ma la sera avevo uno spazio di assoluta libertà nel quale trasmettevo Miles Davis, John Martyn, National Health o Dick Gaughan. Poi sono finiti i soldi e con loro il lavoro alla radio, e allora ho trasportato la mia passione dai vinili alla musica stessa. Volevo fare un disco a tutti i costi, e desideravo che fosse di chitarra. Ma per il mio compleanno mi hanno regalato un sintetizzatore, di fatto, cambiandomi la vita. Era un modello economico, ma quelle sonorità hanno mutato per sempre la mia sensibilità: ho iniziato a giocarci, costruendo linee semplici che scaturivano quasi per sottrazione. Ho fatto sì che quel giocattolo diventasse un’abitudine quotidiana”.

Immagino tu sia consapevole del fatto che detieni un piccolo record. Wind è stato il disco venduto al prezzo più alto nel marzo del 2012 sulla piattaforma di compravendita mondiale Discogs. Assegnato per 923 dollari e 83 centesimi. E quando qualche copia viene messa sul mercato non scende mai sotto i 500 euro. Che effetto ti fa?

“La cosa mi dà pochissima soddisfazione, ovviamente apprezzo che sia cercato, ma nel fondo del mio cuore mi dico non ci siamo. È in completa antitesi con le motivazioni originali. Quindi lo ristamperò e in un formato diverso da quello originale, per renderlo disponibile a un prezzo “normale”. Della nuova edizione se ne occuperanno delle persone di mia completa fiducia. Non soltanto la veste grafica sarà differente, ma anche il suono verrà migliorato”.

Tu sei stato anche un dj, vero?

“Sì, nel periodo delle radio private, ma in realtà facevo il vice dj. Durante le serate nei locali eleganti di Cortina o al Lido di Venezia, scaldavo e raffreddavo la sala, senza mai assolutamente mixare. Avevo lo stesso approccio della radio e mi concedevo la medesima libertà. Erano anni in cui ci si fidava del dj, anche se azzardava un brano di Miles Davis per la pista. Forse c’era più apertura mentale. Il nostro è un Paese sindacalizzato anche per la musica, per capirci qui chi ascolta Springsteen vuole solo Springsteen, e allora gli ambienti aperti e senza barriere, che pur ci sono, fanno fatica a emergere”.

E il campionamento della tua Clouds da parte di Bjork?

“La storia è lunga e parte ancor prima. Un amico di Londra mi avvertì che i To Rococo Rot avevano usato in pratica l’intera Clouds per la loro Die Dinge Des Lebens (su The Amateur View, City Slang, 1999 nda). Lippok dei TRR insiste ancora oggi che sia solo un campione, ma basta ascoltare i due brani per farsi un’idea. In ogni caso io ho provato a contattare la band con tutto l’entusiasmo e la disponibilità possibile, ma mi è stato fatto capire subito e senza mezzi termini di stare al mio posto. Freddezza assoluta e nessuna apertura al dialogo. Quello è solo un campione, fine. La cosa sembrava essersi chiusa lì, ma un anno dopo, con grande cordialità, Lippok mi scrive nuovamente da grande “amicone” e mi dice che hanno avuto un’offerta per Die Dinge Des Lebens e, in poche parole, mi chiede un’autorizzazione o meglio, una liberatoria, dove avrei dovuto attestare che il pezzo era completamente loro. Calma, questo è un po’ troppo, anche per una vicenda dove non c’è mai stata alcuna forma di rispetto. Domanda e scava, dopo qualche mail viene fuori il nome di Bjork: era stata lei a richiedere il brano. Nel giro di poche ore ho preso il disco (Les Nouvelles Musiques De Chambre Volume 2, edito dalla Sub Rosa nel 1989, nda), di cui avevo solo tre copie, e l’ho spedito alla One Little Indian, l’etichetta di Bjork. Loro si sono accorti della cosa e, dopo una settimana, un responsabile mi ha contattato per tentare di ammorbidire i toni. Ammorbidire? Bastava non cercare di fregarmi e affrontare la cosa diversamente. Io avrei capito. Ma così si esagerava: ho ancora tutte le mail dove i TRR mi chiedono di girare Clouds a Bjork come fosse loro”.

Com’è possibile che non si dia un giusto valore economico al tuo lavoro? Sono grandi nomi, non hai pensato a intraprendere una via legale?

“Certo, ma ho desistito, troppo caro. E non è stato l’unico caso: Jun Seba in arte Nujabes, è il suono nome letto al contrario, un produttore giapponese, ha preso sempre Clouds, l’ha velocizzata, ci ha messo sopra il rappato firmato Five Deez e l’ha battezzata Latitudes (Remix). Senza chiedere nulla ovviamente, e allora quando l’ho saputo mi son detto – adesso basta-, ma poi ho scoperto che in situazioni come questa si lavora per accordi bilaterali, quindi per arrivare in Giappone avrei dovuto prima ingaggiare un avvocato a Singapore. Troppo complicato e, soprattutto, oneroso”.

Quanto ti influenza vivere a Venezia? È solo una suggestione da cartolina o ha un effettivo impatto sulla tua musica?

“Mio nonno era gondoliere, fai tu…. Ovvio che ti influenzi dove vivi, ma che si rifletta sulla musica non saprei. Io non riesco a stare lontano da Venezia, di trasferirsi non se ne parla. Ormai ho casa da anni a Mestre, ma è là, a dieci minuti e so che se ti perdi, scopri ancora angoli meravigliosi, delle enclavi “vere”. Da piccolo facevo il bagno nei canali, che erano limpidi e trasparenti, ti tuffavi dentro. Venezia era bellissima. Ma è anche una città ingrata, un palco dove i veneziani non suonano, a meno che non facciano reggae o ska, cantino in dialetto e si portino dietro l’orchestrina. Che uno come Enrico Coniglio (musicista e field recorder, consigliate le sue Topofonienda), registratore di luoghi veneziani quasi sezionati al bisturi, venga ignorato a casa sua, è offensivo. Prima o poi registreremo un disco insieme, ce lo diciamo sempre”.

A proposito. C’è un musicista “famoso” con il quale ti sarebbe piaciuto collaborare?

“Avrei voluto suonare per John Martyn, un autore che ho sempre amato. Al di là dell’alcool, l’ho sempre sentito vicinissimo a me”.

In chiusura: un luogo di Venezia e la canzone ideale da ascoltare lì.

“La stazione ferroviaria di Santa Lucia e From A Late Night Train dei Blue Nile. È insuperabile, la ascolti e pensi di dover buttare la tastiera, per sempre”.

Se siete arrivati fin qui, sappiate che i dischi di Gigi Masin sono stati ristampati e lui si esibisce abbastanza regolarmente dal vivo (un incanto, credetemi). Il mondo ha finalmente iniziato ad apprezzarlo come avrebbe sempre meritato. Sono usciti nuovi dischi a suo nome, tra cui uno, splendido, uscito da poco: Calypso.

Qui una bella presentazione del lavoro:

E la canzone? Eccola. Impalpabile, perfetta. Da “Small Hours”, come diceva John Martyn.

Buon ascolto, vi farà bene.
PS anche questa:

5. Backdoor Antivirus – Venerdì, 20 marzo 2020

Ognuno, e in modo diverso, si sta organizzando per contribuire a uno scandire meno tetro (pigro? atterrito?) delle giornate che stiamo vivendo. Questo appuntamento ne è un piccolo esempio.

Fioccano i djset on line (Facebook, soprattutto).

Essendo io un apolide social, me li perdo tutti, ma direi che quelli di George Self Pylon (“The Blue Hour”) e Andrea Pellizzer (“Touching From A Distance”) sono tra i più apprezzati del “nostro” giro. Cercateli sulle loro pagine Facebook, garantisco io.

Hold On, guys!

Vi segnalo anche questa pregevole mixata di Marco,

altro nostro amico/cliente, che mi è stata di straordinario supporto durante la pulizia delle fughe delle piastrelle in bagno (effetto devastante collaterale della pandemia).

Oltre a questo pregevole modo di stare insieme, è partita anche la moda degli aperitivi on-line. Ci si trova a una certa ora su qualche piattaforma e alè, bicchieri in prima vista e chiacchiere in libertà. Niente da dire, sto partecipando anche io ogni tanto.

Ma la faccenda si porta dietro qualche problema.

Innanzitutto compagni delle medie che davvero non avevi più nessun interesse a incontrare (“proprio tu, bastardo, mi devi ancora settemila lire che ti avevo prestato in gita”), drammatiche reunion di maturandi (“perdonami, ma quando ho firmato dopo aver consegnato il compito di matematica, insieme alla certificazione che non avrei mai più dovuto “spiegare” una funzione davo per incluso che scomparissi anche tu, con la tua passione per la pallavolo e Gianna Nannini”).

E fin qui, basta negarsi.

Poi ci sono le complicazioni legate a quelli che ti fa davvero piacere incontrare.

Lo sfondo: se piazzo il pc in cucina, dietro di me si vedrà la pentola con gli avanzi dei rigatoni al pesto (senz’aglio, barattolo industriale)? Verrà giudicato troppo neorealista? Vado in salotto e ordino i soprammobili sotto lo specchio? Apparirà inequivocabilmente borghese? Mi metto sdraiato sul letto con i cuscinoni dietro la testa? Potrebbe essere scambiato per sottile erotismo domestico? Seduto composto sul sofà? Penseranno sia già morto e impagliato da un tassidermista?

L’abito: metto una camicia ma resto in boxer tanto mi inquadrano solo dal busto in su? Tengo una felpa, stile informale ma reattivo? Indosso un abito elegante così lo giudicano da funerale e mi buttan fuori dalla simpatica community e posso tornare ad ascoltarmi Bryan Ferry “Live At The Royal Albert Hall 1974″? Siamo sicuri che ‘sta videocamera non si muove e poi finisce che mi inquadrano le ciabatte e mi tocca poi impiccarmi per la vergogna?

L’igiene personale: devo lavarmi i capelli? Si vedrà che non toccano shampoo da sei giorni o usufruisco di quell’effetto vaporiera insito nella connessione che poi alla fine non si distinguono nemmeno i contorni delle facce? Mi raso o mantengo questo effetto barba trasandata che fa di me un fico survivor oh yeah?

Food & Beverages: possibile che abbiamo solo il vino bianco che buttiamo nella pentola con le salsicce? Che ci sia soltanto una Moretti da preliminari di Europa League? Cosa mettiamo davanti, i Fonzies aperti a ottobre? I grissini nelle buste di plastica che danno all’ospedale? Ma che figura facciamo, è mai possibile?

Insomma, problemi.

Che alla fine si superano e, in qualche modo si riesce a far festa.

Ecco un bel brano adeguato, quindi, per i vostri festini meeting, ammucchiate,  amarcord, conferenze, chi sei già? aperitivi on line

e comunque sappiate che ho appena fatto la doccia, mi sbarbo regolarmente, sotto la camicia ho i jeans (e, assolutamente non le ciabatte), nella dispensa ho ancora (una!!!) ottima bottiglia di Barbera e un bel barattolino di carciofini sott’olio.

Get in the groove

6. Backdoor Antivirus – Sabato, 21 marzo 2020

L’ultima volta che abbiamo cambiato casa mi sono domandato quale fosse una caratteristica alla quale, potendo, non avrei voluto rinunciare.

Un piccolo pezzo di giardino? Per carità, che poi mi tocca curarlo, rischio di amputarmi un arto con qualche attrezzo, mi porta in faccia i moschini e va a finire che in preda ai “nervi” piastrello tutto come un parcheggio del Lidl.

Una stanza tutta mia solo per dischi e riviste? Utopia assoluta, lasciamo perdere.

Riscaldamento autonomo? No, grazie, già dato. Nell’alloggio precedente vivevamo come due nudisti a Norilsk (Siberia, temperatura di -25 mentre scrivo)

Cantina spaziosa? Mio malgrado, no, quello che non sta con me, va buttato. Quaderni scolastici (ma perché mai li conserviamo? soprattutto quelli di matematica?) o vecchio costume di Zorro Carnevale 1974 (privo di spada in plastica nera) inclusi.

Alla fine la mia richiesta è stata questa “Gradirei niente balcone, potendo”.

Perché?

Soffro di vertigini in maniera mostruosa (quando vidi “The Walk”, il film sul funambolo che attraversa su un filo le Torri Gemelle, svenni dal divano e mi accasciai sul tappeto come le coperte di pile, con un debole scintillio nel buio più totale), non ci mangerei sopra con sedia e tavolino nemmeno se mi invitassero con un AK47, odio quel ciarpame che abitualmente si ammassa sopra e mi tocca vedere dalle finestre, non gradisco quel tipo di socialità alla Anna Magnani che ti porta a conversare con i dirimpettai.

Il solito orso snob.

Il che mi mette in difficoltà con questo Movimento dei Balconi quotidiano.

Va tutto bene, ci mancherebbe, quello che influisce positivamente sull’umore e allontana da noi l’idea di abbandono non è oggi criticabile, ma due parole sulla playlist degli appuntamenti canori balconari delle 18, il mio ruolo di critico musicale mi impone di doverle dire.

In Inghilterra, riportano le news questi giorni, si sono affacciati e hanno cantato “Panic” degli Smiths.

Io non pretendo tanto, ma ecco qualche timido rilievo.

“Volare” ok, Modugno, tradizione italiana. “Azzurro”, benissimo. “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, nessun problema. “Bella Ciao”, doppio valore in questi tempi di (differente) resistenza, va bene. Non dico nulla sull’inno italiano. Però qui in due giorni è partita una doppietta incomprensibilmente romanesca: “Tanto pè cantà” di Nino Manfredi e “ma che c’è frega, ma che c’è ‘mporta, se dentro il vino…”. Io vivo in centro a Torino, non a Trastevere, intanto, ma poi dovremmo riconoscerci tutti in “e noi je dimo e noi je famo, c’hai messo l’acqua e nun te pagamo?”. Ma questo è niente, mi sono toccate anche “L’Italiano” di Toto Cutugno e, a seguire, “Despacito” a volumi da parata del Ventennio. Ora, io non so più cosa dire su “Despacito”, ma davvero no, vi prego. Persino Pavarotti (o era Bocelli, chissà?), ma “Despacito” no. C’è gente che mi scrive che ha subito un’ora di hit di Cocciante senza time-out, un mash up agghiacciante tra “Il carrozzone” di Renato Zero e “Questo piccolo grande amore” di Baglioni (se capitasse qui, invito sin da ora mia moglie a legarmi alla lavatarice, prima che commetta un gesto inconsulto), tre giorni fa tutti a urlare “Felicità” di Al Bano e Romina. Ragazzi, occhio che qui la faccenda va per le lunghe e bisogna darsi una regolata, altrimenti facciamo tutti la fine di uno che ho visto una decina di balconi oltre la mia finestra che è uscito seminudo e ha urlato istericamente, e senza pausa alcuna”, “Stella Stai” di Umberto Tozzi per un paio di minuti. Sono segnali che vi invito a non sottovalutare. Se andiamo avanti così inizieranno a spuntare i cecchini tra i coppi delle tegole, potete scommetterci (io, in mimetica, se parte la mania di “Caruso”, garantito). Quindi, non pretendo che alle 18.00 usciamo tutti e facciamo scattare all’unisono “September Gurls” dei Big Star, anche se mi piacerebbe, ma insomma si accettano proposte, anche fieramente popolari (Battisti!), per alzare il livello di almeno due tacche rispetto a “Despacito”.

E visto che, bene o male, tutti iniziamo a dare qualche segno di squilibrio, la mia proposta per i balconi a venire è questa (mi raccomando le movenze):

ovviamente io darò il mio contributo al riparo, dietro una finestra.

Papa-Oom-Mow-Mow a tutti

7. Backdoor Antivirus – domenica, 22 marzo 2020

Le cose non vanno benissimo, purtroppo. Quindi, come spero sia ovvio, voglio ricordare che questa piccola area di decompressione giornaliera mette spesso in risalto “problemi” legati all’isolamento domestico e alle nuove dinamiche di sopravvivenza, ma so bene che voi che siete là fuori per motivi diversi, fronteggiate ben altri tipi di difficoltà. Mi auguro che tutto questo non sia in qualche modo offensivo e riesca, anche solo per qualche minuto, a strapparvi un sorriso.

A puttanata a day keeps the doctor away. Almeno spero.

Detto questo, richiamerei la vostra attenzione su un nervo scoperto della nostra nuova quotidianità.

Come in tempo di guerra, chi vive in campagna o ha un minimo di spazio esterno, se la passa un po’meglio.

Ma in città, dentro gli appartamenti, iniziano a esserci dei guai.

Io vorrei assoldare un tecnico della balistica, quei tipi in camice bianco che analizzano le traiettorie dei proiettili e, dopo attenta e silenziosa analisi, pontificano senza esitazioni: “è stato il geometra del quinto piano, da dietro le begonie, con una balestra comprata durante una gita organizzata dall’Uni 3 a San Marino”. Lo vorrei qui, altro che sulla scena del crimine e non solo per me, ma per l’insieme dei nostri interi nuclei familiari. Per capire una volta per tutte com’è possibile che esattamente nello stesso momento in cui io vado a prendere un bagnoschiuma nuovo nello sgabuzzino, mia moglie entra per riempire la lavatrice. Ah, no, prego, vai pure tu. Qual’è la bisettrice impazzita che ci porta tutti (tutti!) nello stesso istante a tentare di entrare in bagno per fare la doccia? Come può capitare che, esattamente venti secondi dopo che ho messo sul piatto un vinile di Miles Davis, partano il phon di mia figlia e l’aspirapolvere innescato da mia moglie (dal che si evince, inequivocabilmente, lo so, che io non faccio una mazza e lei lavora). Perché anche se non puntiamo la sveglia finiamo per dover fissare i turni come in FIAT per fare la colazione? E poi, c’è una specie di guru naturista new age metafisico che può spiegarmi perché al mattino io ho l’innata simpatia facciale di un Travaglio in collegamento Gruber, mentre gli altri sprizzano allegria? E poi sarà mai credibile che ci si colleghi collettivamente tutti a Netflix nello spazio di tredici secondi causando un’immediata guerra dei Balcani in miniatura per stabilire chi deve sganciarsi? Chi ha nascosto il telecomando? Sei stato tu a finire i Tuc (chiaro, sì)? Chi ha aperto la busta dei biscotti come Edward Mani di Forbice? Perché mai nessuno mette una bottiglia d’acqua nuova in frigo quando ne finisce una? Cosa ci fai in camera da letto adesso? Ci vivo, cazzo, è casa mia! Dovevi spostarlo proprio qui in mezzo lo scatolone? Non era mia intenzione. Passa pure, prima tu, ma sei scemo, cosa fai spingi?

Ho reso l’idea?

Ma temo che dovremmo inventarci nuove abilità motorie, mimetizzazioni da giungla di Saigon urbana, scivolare come i giapponesi sulla metropolitana di Tokyo, calcolare gli spostamenti, piazzare dei tabelloni con orari e annotare presenze tipo “Ore 17:00, tv prenotata per recupero vecchie puntate di Walking Dead, pregasi sgombrare area salotto. Grazie”.

Può funzionare?

Speriamo, anche se l’ingorgo nello sgabuzzino temo sia inevitabile.

e quindi

Backdoor riaprirà, si spera presto, e i vinili torneranno a girare

Keep On Rockin’ In A Free (from virus) World

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Nel frattempo… (a gift from my lovely wife)