Appunti dalla quarantena è un appuntamento libero con le firme di Rumore. Appunti, stralci, storie, situazioni, consigli e pensieri casuali (e non) che il troppo tempo chiusi nelle quattro mura fa emergere.

di Luca Gricinella

“La maggioranza dei giovani della banlieue è costituita da studenti che vogliono venirne fuori o lavoratori. Resta una minoranza che ha ceduto all’illegalità anche perché la strada non è fatta per tutti, non tutti sono capaci di essere violenti e menarsi, non è che esiste una parte specifica della popolazione che ha questa violenza nel sangue. Si tratta di scelte che la gente fa a causa di situazioni di precarietà e perché pensano sia una scelta facile quando in realtà non è mai una buona scelta”. Parole di Kery James (1977) – rapper francese engagé e attivo dai primi anni 90 – a commento del suo film d’esordio, Banlieusards, in italiano Vita nella banlieue, disponibile su Netflix:

In questi giorni di flash mob alla finestra, sui social è circolato di nuovo il video di una delle scene più note de L’odio, quella in cui un dj (Cut Killer) si affaccia da un piano alto di un palazzone di periferia e, rivolgendo due casse potenti verso l’esterno, scratcha e mixa generando un incontro/scontro di suoni tradizionali e moderni.

Il regista di questo storico film del 1995 di cui quest’anno ricorre il venticinquennale, Mathieu Kassovitz, ha un piccolo ruolo anche in Banlieusards: è lui, infatti, il garçon della palestra di pugilato. All’uscita del film, alcuni media francesi hanno sottolineato come continui l’invasione del cinema da parte dei rapper francesi e, in effetti, i casi sono tanti (sia di registi come Hamé e Ekoué sia di attori come Joeystarr e tanti altri), altri invece si sono soffermati sul ritorno dell’ambientazione in banlieue, dopo anni di rari e timidi tentativi. Si può parlare di ritorno deciso soprattutto grazie al recente e meritatissimo exploit de I miserabili di Ladj Ly che, nonostante un budget di produzione molto basso e il coinvolgimento di quasi tutti attori non professionisti (proprio gente del quartiere), ha vinto il Premio della Giuria a Cannes ed è stato candidato all’Oscar come Migliore film straniero. A Cannes, durante la standing ovation seguita alla proiezione ufficiale del film, Ladj Ly aveva in piedi di fronte a sé anche due radiosi Vincent Cassel e Mathieu Kassovitz, come a segnare un passaggio di consegne.

I miserabili

Kery James e Leïla Sy – coregista e già autrice di diversi videoclip del rapper – erano cinque anni che, senza successo, cercavano un produttore. Il tentativo con Netflix è andato in porto e, oggi, in Francia, Banlieuesards ha raggiunto numeri importanti perché, nonostante l’uscita nella seconda parte del 2019, è stato il terzo film più visto del 2019 (l’unico titolo francese in Top 10). Il plot gioca molto sui conflitti immediati, soprattutto quello tra bene e male. Nella cité parigina di Bois-l’Abbé, nel dipartimento 94, una signora di origine maliana ha cresciuto da sola tre figli maschi: il più grande è uno spacciatore, il secondo uno studente brillante di giurisprudenza, il terzo, che si sta formando, si divide tra questi due modelli. E sempre tre, proprio come ne L’odio, sono i personaggi chiave de I miserabili: il poliziotto super violento e cinico, quello civile ed educato e quello di origine africana, cresciuto nel quartiere dove è di pattuglia coi suoi due colleghi, combattuto tra assuefazione alla disumanità e un briciolo di umanità legata al suo passato. Qui siamo nella citè Les Bosquets a Montfermeil, in un altro dipartimento caldo, il 93, sempre nei dintorni di Parigi, esattamente dove Victor Hugo ha scritto l’opera da cui il film prende il titolo. Nella sceneggiatura ogni forma di umanità è regolarmente repressa e – continuando il parallelo tra le due opere – fa impressione che Kery James abbia proprio dichiarato l’intento di voler attribuire, con il film, agli abitanti della banlieue un’umanità che spesso viene loro negata. Le citè sono zone dove la legge è sospesa e i più indifesi, i ragazzini (chiamati, in gergo, “i microbi”) sono le prime vittime di una violenza che arriva in buona parte proprio da chi rappresenta lo Stato, la polizia: è così che cresce una rabbia affamata di vendetta e che si prende atto di come, dopo 25 anni, nulla sia cambiato, anzi quell’odio messo in scena da Kassovitz è più che mai vivo.

Sia Kery James sia il regista de I miserabili, Ladj Ly, sono cresciuti davvero nelle citè e le loro opere, per quanto diverse per sostanza e intensità (c’è da scommettere che I miserabili resterà nelle menti delle nuove generazioni per molti anni, mentre Banlieusards resta un film “onesto”), testimoniano come, oltre al rap, anche il cinema possa diventare la voce dei senza voce delle banlieue. Anzi, la cultura hip hop, a differenza de L’odio, in questi due film non è così presente: se in Banlieusards l’arringa con cui lo studente prepara la tesi di laurea (sulla banlieue) a un certo punto diventa una specie di rap acapella, ne I miserabili un ragazzo uscito dal carcere e psicologicamente provato accenna qualche verso in rima ai poliziotti specificando che lui non fa trap. Per il resto, a parte le tag sui muri, nient’altro.

Il rap, con tutte le sue evoluzioni, continua a essere la musica delle banlieue e oggi ci sono artisti come i PNL che, nonostante il grande successo planetario, continuano a rimarcare la loro provenienza, a raccontare che sono cresciuti in un quartiere caldo tra povertà, violenza e spaccio, nel loro caso Les Tarterêts, altra citè parigina emblematica, spesso teatro di scontri con la polizia, anche nel 2005 dopo la morte dei due adolescenti di Clichy-sous-Bois, Zyed Benna e Bouna Traoré, avvenuta durante una fuga dalla polizia messa in atto semplicemente per paura di subire quei soprusi ben mostrati ne I miserabili. I due fratelli che formano i PNL sono un caso emblematico anche perché sono riusciti a farsi notare grazie a dei video sempre molto curati e dal sapore cinematografico: la loro trilogia del 2016, NahaOnizukaBené (in totale 37 minuti di riprese) è uno spaccato della vita in banlieue e ribadisce la potenza del connubio tra rap e immagini in movimento.

Anche Ladj Ly, in passato, ha realizzato dei videoclip, oltre a vari cortometraggi e documentari. Membro del collettivo Kourtrajmé, ha un volto ai più noto perché immortalato dal suo amico artista JR in una foto storica del 2004 in cui imbraccia una videocamera come fosse un’arma: uno scatto in bianco e nero che lo ha reso un’icona prima di raggiungere la fama. Nel 2008 ha pubblicato sul web un suo video molto crudo che documenta un vero abuso della polizia e che è diventato una prova per la condanna di tre agenti. Oggi, nell’epoca della democratizzazione delle immagini, molti ragazzini delle banlieue usano gli smartphone per fare la stessa cosa, sperando di non essere visti dai poliziotti. Ma attenzione, Ladj Ly non vuole che si riduca il suo film a un atto di accusa contro la polizia, perché, come ha dichiarato più volte: “Il nemico in comune tra gli abitanti del quartiere e i poliziotti, è la miseria”…