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di Letizia Bognanni

La musica è un’arte apolide e Ana Rab aka Gnučči è la migliore fotografia di un’assenza di radici che diventa moltiplicazione di fonti da cui attingere linfa creativa: nata a Belgrado ma cresciuta in Svezia a causa della diaspora jugoslava, ha registrato il primo album You Good I’m Good Let’s Be Great, un brillante meltin’ pot di Electro, Dance, Avant, R&B, Hip Hop, in viaggio fra Sudafrica, Svezia, Danimarca, Germania, Messico, Stati Uniti, Portogallo e Francia – ma vivendo davvero i luoghi attraversati, perché, precisa, “non sono un’artista-turista. Quando cambi nazione, devi ricostruire tutto. Sono un prodotto di un mix di influenze molto diverse e questo ovviamente viene trasposto nella mia musica”. Senza mai tralasciare un altro aspetto importante che la caratterizza come artista e come persona, l’essere donna e femminista: “mi piace immaginare ragazze che ascoltino la mia musica e che sentano che il messaggio è diretto a loro. Voglio dare potere alle ragazze e alle donne, è qualcosa di molto importante per me”. Sabato 29 giugno potremo vederla dal vivo a Pescara, dove sarà ospite della sedicesima edizione dell’Indierocket Festival.

La tua musica è stata descritta, fra le altre cose, come “Pop per un nuovo decennio”. Ti riconosci in questa definizione?

“Più o meno. Sono fastidiosa e infastidita perché mi riconosco in tutto e niente perciò odio le etichette, penso che siano noiose, anche se necessarie. Abbiamo l’ossessione di voler categorizzare ogni cosa, e anche se ne capisco l’esigenza personalmente ne sono allergica perché cado in una spirale di “sono pop per un nuovo decennio, ma sono anche quest’altra cosa, sono tutto oh chi se ne frega non sono niente, venite ai miei concerti e basta”. Questa è la mia musica, ascoltarla ha più senso che parlarne”.

Come dovrebbe essere secondo te il pop per un nuovo decennio?

“Credo che dovrebbe parlare meno di affari romantici, coppie, rotture, monogamia ecc. Non fraintendermi. Amo l’amore ma sarebe carino se avessimo più canzoni e testi che parlano dell’esperienza dell’amore in modi diversi da oh lui/lei mi ama/non mi ama”.

Ti definisci femminista: credi che nel mondo della musica le cose stiano migliorando da questo punto di vista? Per esempio, penso alla line-up dell’ultimo Primavera Sound, con una presenza notevole di artiste…

“Non loderei qualsiasi grande festival per la presenza di artiste donne, perché è il loro lavoro. Femminista o no, perché un festival dovrebbe volere una line-up omogenea? è una cosa imbarazzante e misera. Sappiamo tutti che l’industria, gli eventi delle multinazionali e i festival sono in ritardo sull’evoluzione delle cose quindi non li considero. Le scene alternative che non seguono gli standard dell’industria, i festival più piccoli, quelli queer, quelli che hanno come priorità la qualità piùttosto che i numeri – è qui che il mio spirito femminista ha passato i giorni più eccitanti. Ho avuto la fortuna di suonare in eventi incredibili e sono grata ai promoter che mi hanno voluta, perché anch’io avevo un’idea ristretta di cosa potessero essere i festival e l’arte. Senza queste esperienze non avrei saputo che non devi per forza accontentarti tipo “guarda, un paio di artiste donne, che lungimiranza”. Meriti di meglio. Promoter e booking sono produttori di esperienze culturali. Loro capiscono come creare un’atmosfera che accolga il pubblico in modo da fargli apprezzare quello che sanno e in questa gioia da festival si crea una vibrazione aperta a nuove esperienze, suoni, artisti ecc.”

Cosa pensi dell’attuale situazione politica in Europa (e non solo), in particolare riguardo al problema dell’immigrazione, che è una cosa che ti ha toccato direttamente?

“Ci sono molte situazioni diverse e le situazioni hanno contesti che dovrebbero essere compresi e rispettati. Mi piacerebbe che si smettesse di trattare gli immigrati, i rifugiati, le vite umane, come un soggetto singolo o una specie di protocollo burocratico. Non siamo numeri, siamo persone con diversi passati, storie, ragioni e non si dovrebbe parlare di noi come un soggetto singolare e specialmente non come “un problema”. Abbiamo problemi diversi ma non siamo il problema. Le autorità italiane che processano Pia Klemp e il suo staff perché salvano vite sono un problema. Per favore firmate la petizione se pensate che sia ingiusto”.

Hai anche detto di essere “orgogliosamente DIY e self-made”: quanto è importante, e quanto influenza la tua musica, avere questo tipo di libertà artistica?

“è importante perché mi permette di creare le esperienze che voglio e che mi servono per vivere una vita appagante. Il mio scopo con la musica non è mai stato solo essere un’artista. Il mio scopo è curare e godermi la vita e se la libertà in tutti i sensi è una possibilità io la colgo. Anche se significa che devo lavorare più duramente. Non avrei visto lo scopo di scegliere e lavorare così duramente per la libertà artistica, se avessi fatto musica che mi sembrava che ripetesse qualcosa che esiste già quindi mi sono imposta di fare musica che fosse un’alternativa ai prodotti di massa. Quello che faccio e perché lo faccio è serio, politico e spirituale, perciò cerco di bilanciarlo non essendo troppo protettiva con la mia musica. Il mio album di debutto You Good I’m Good Let’s Be Great è una raccolta di quello che pensavo e sentivo mentre lo registravo. è il risultato della spontaneità che è una riflessione autentica. In fin dei conti tutto ciò che voglio è suonare dal vivo, farvi ballare e urlarvi in faccia testi incoraggianti. E fino a quel momento provo a non pensare troppo alla musica, perché non mi sembra necessario o sincero per il mio modo di esprimermi”.

Hai scritto e registrato il tuo primo album in Sudafrica, Svezia, Danimarca, Germania, Messico, Stati Uniti, Portogallo e Francia. Anche il tuo prossimo lavoro avrà tutte queste “nazionalità”?

Spero di no. Per quanto sia fantastico, non è sostenibile per me lavorare ancora in questo modo. Essendo un’artista indipendente sono più creativa quando posso tirare fuori il massimo dalle piccole cose. Ma il modo in cui ho fatto il mio album era troppo per una persona. L’ho fatto mentre viaggiavo perché dovevo finanziarlo con i concerti, e quindi registravo nei posti in cui andavo a suonare. Ho cercato di farlo in modo sano affittando case e invitando creativi in quello che chiamavo RAB REC CAMP. In questo modo ho provato a fare canzoni in circostanze amichevoli e sane cambiando ambiente in continuazione, che è una cosa stressante. Ho fatto uno sforzo per lavorare dovunque andassi. Per esempio se dovevo fare un video assumevo lo staff sul posto. Mi sento irresponsabile a usare un paese come location per i miei video e non dare qualcosa in cambio se posso. Quando suono fuori dall’Europa trovo donne del posto da far esibire come DJ ai miei concerti. Non voglio essere un’artista-turista, voglio godermi la vita e conservare momenti e ricordi oltre il palco. Non c’è un modo migliore per conoscere un nuovo paese che farlo con la gente del posto. Diventa una cosa personale, come un amico che ti presenta i suoi amici e tutto diventa familiare”.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

“Non ho nessun programma. Mi piacerebbe svegliarmi un giorno e trovare un’email da una persona ricca di soldi ma povera di idee che vuole lavorare con me e le mie idee. La mia mail è ana@gnucci.biz”.

Quanto è importante la dimensione live per te?

“Mi piace fare esperienze, non ascoltare spiegazioni, perciò per me ha più senso la vita reale e i live. Amo l’atmosfera che si crea quando la musica solleva le persone e le persone sollevano la musica. La mia canzone You Good I’m Good Let’s Be Great è ispirata all’esperienza di suonare dal vivo e spiega nel modo migliore il modo in cui mi fa sentire”.


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