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di Letizia Bognanni

Nilüfer Yanya ha iniziato a scrivere canzoni nella sua testa a sei anni, a dodici ha scoperto la chitarra, ma timida com’era (e com’è) le ci è voluto qualche anno per trovare il coraggio di condividere la sua musica, convinta dal suo maestro di chitarra: “Sapevo di voler cantare”, dice, ma l’idea di doverlo fare veramente era spaventosa. È stato orribile. Ma allo stesso tempo, mi è piaciuto molto”. Così, a diciotto anni, questa ora ventitreenne inglese di origini turche, irlandesi e Bajan cresciuta in una famiglia di artisti, ha caricato qualche brano su Soundcloud, attirando l’attenzione con la sua personale miscela di soul, jazz, pop intimo con richiami elettronici e chitarra dal sound grunge, arrivando a pubblicare tre EP, supportare in tour artisti come The xx, Interpol, Broken Social Scene, Mitski, Sharon Van Etten, e firmare poi con la ATO Records, che a marzo pubblica il primo album Miss Universe. Un lavoro dalla genesi “casalinga”: registrato a Penzance, lo stesso studio dove jammava con lo zio Joe – un ex musicista – sotto la supervisione del suo ex insegnante di chitarra Dave Okumu dei The Invisible e i suoi colleghi di band Jazzi Bobbi e Luke Bower e dei produttori John Congleton, Oli Barton-Wood, Will Archer e M.T. Hadley. Ma non per questo meno ambizioso nel suo modo insieme etereo e diretto di affrontare paranoie personali e generazionali, in canzoni che parlano del suo universo interiore ma anche di un mondo fuori che, sfatando il mito dei giovani disimpegnati, non si limita a criticare ma prova nel suo piccolo a cambiare, anche grazie al progetto Artists In Transit. Un nome che le somiglia.

Chi è la Miss Universe del titolo?

“In realtà, non dovreste saperlo. È un insieme di personaggi. Posso darti qualche indizio: potrebbe essere una delle voci degli interludi dell’album. Potrebbe essere il personaggio di una qualche rappresentazione teatrale che va in prima fila, potrei essere io, potresti essere tu. Non c’è una Miss Universe definitiva, è come la voce della società che dice quello che abbiamo in testa. Non puoi ascoltarla senza pensare”.

Gli interludi sembrano un modo per dividere il disco in capitoli.

“Si, è così. Decisamente”.

C’è un motivo particolare per questa scelta?

“Le canzoni dell’album sono piuttosto diverse tra loro, gli stili sono differenti, volevo raggrupparle in un modo che avesse senso per l’ascoltatore e sono convinta che se le ascolti in questo modo c’è una specie di linea guida nella diversità. Il fatto che ci sia un legame tra tutta questa musica ha più senso e rende il progetto più coeso. Altrimenti sarebbero stati solo bit e spezzoni messi alla rinfusa”.

Com’è il tuo processo di scrittura?

“Ho scritto la maggior parte delle canzoni l’anno scorso, e ho avuto un anno pieno di impegni, quindi a dire il vero è stato molto difficile. Ho collaborato con tante persone diverse e quindi il lavoro è stato concentrato in più periodi di tempo di due tre giorni ciascuno. Non c’è stato un momento tipo “me ne vado da qualche parte a scrivere”, come dovrebbe essere o come ci si immagina facciano tutti gli autori. Non ho avuto il tempo quindi la scrittura è stata abbastanza sparpagliata”.

Ho letto che per il video di Thanks 4 Nothing hai preso delle decisioni con delle vecchie carte di Stargate. Hai usato qualche rituale del genere anche per scrivere le canzoni?

“No no, niente carte. Quando si è trattato della realizzazione dell’artwork, dell’idea d’insieme, ho usato a caso libri di fotografia e manuali di istruzioni”.

Come hai detto prima, ci sono molti stili diversi nel disco, come definiresti la tua musica?

“Credo che nell’album ci siano molte chitarre tendenti al punk e al grunge, e influenze indie abbastanza diverse, band come The Strokes, Pixies, cose del genere. E poi anche Cure, Verve. Alcune canzoni contengono parti molto pop… Non saprei darti una definizione precisa”.

Quanto ti ha influenzato crescere in una famiglia di artisti?

“Credo che l’influenza stia ne considerare la canzone una forma d’arte, non so se mi spiego: non è che penso “Wow sto cantando”, trovo più interessante la fase della scrittura, e non si tratta dello scrivere per risultare la migliore, è una cosa personale, che faccio per me e che viene dalla mia educazione, che ha formato il mio modo di vendere e pensare”.

Mi parli del progetto Artist in transit? Lo trovo molto interessante.

“Grazie. L’idea è venuta a mia sorella due anni fa, nel 2016, anzi forse adesso dovrei dire tre anni fa. Andava spesso su un’isola della Grecia in cui ogni giorno arrivavano barconi di rifugiati e voleva davvero… be’, in realtà, come tutti, non sapeva bene cosa fare in quella situazione, allora ha iniziato a fare un po’ di attività con la chiesa e ha capito che era un ottimo modo per coinvolgere e conoscere le persone, capire il loro mondo, che sta diventando una grossa parte del nostro, anche se tutti continuano a ignorare la cosa o a far finta del contrario. Credo sia importante andare sul posto e conoscere queste persone, quindi abbiamo organizzato una serie di laboratori d’arte ad Atene. Sono il posto giusto da frequentare, una sorta di spazio non ufficiale in cui le persone possono entrare e scrollarsi di dosso la giornata. A volte può essere edificante, altre triste, ma abbiamo conosciuto persone meravigliose e le abbiamo aiutate, ora magari possono ricordare qualcos’altro oltre a un barcone a pezzi. L’arte è anche uno dei mezzi per aiutare le persone”.

Purtroppo non è così comune che un ventenne abbia anche un pensiero politico…

“È vero che a molte persone non interessa la politica. Personalmente non voglio lasciarmi realmente assorbire dalla politica, ma voglio lasciarmi assorbire da ciò in cui credo, e al momento c’è un cambiamento da mettere in atto quindi è tempo di combattere. E dire quello che si deve dire. Penso sia importante andare a incontrare rifugiati, potremmo essere noi, anche solo da un punto di vista umano, non per forza politico. Oggi è tutto sbagliato”.

Sei presente praticamente in ogni classifica del 2018 tipo “canzoni dell’anno” o “artista del futuro”, questa cosa ti mette pressione per l’uscita dell’album?

“Sì, a dire il vero la cosa mi spaventa molto”.

Se può rassicurarti, penso sia davvero un bell’album.

“Grazie!”

Ho letto anche che non ami molto esibirti dal vivo, è vero?

“Non è che mi dispiacciano i tour, ma sono difficili perché amo la musica e amo creare musica, e quando immaginavo la mia vita da musicista non pensavo affatto ai tour, fondamentalmente non pensavo che portassero via tanto tempo. Penso che non sia nelle intenzioni di molti musicisti passare tanto tempo in tour. Io a un certo punto sento molto la mancanza dei miei amici, della mia famiglia. È il prezzo da pagare, ma sono grata perché è un’esperienza importante ed è una fortuna poterla vivere”.

Ti vedremo in Italia?

“Spero di sì, se tutto va bene entro l’anno”.

Hai un brano preferito dell’album, o che consideri più significativo?

“Penso che Heavyweight Champion of the Year sia ancora la mia preferita, l’ho scritta di getto, il suo sound è una delle parti più pure della mia scrittura e l’ho prodotta insieme ai miei amici Jazzi e Luke, che suonano anche nella mia band. Vado molto fiera di quella canzone”.

Questo è un buon momento per essere una cantautrice, ti senti parte di un “movimento”?

“Si, credo di si. Di recente ci sono molte più artiste donne e cantautrici e credo sia fantastico. Spero solo che non diventi una guerra uomo-donna”.


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