Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Letizia Bognanni

È solo una voce non verificata, ma pare che nel 1983 il direttore del NME avesse detto a uno dei suoi giornalisti: “Nick Cave fa propaganda al male”. È un pensiero talmente ottuso, ancora di più se espresso da una persona che si occupa di musica, quindi di arte, quindi di qualcosa che per sua stessa natura dovrebbe essere estraneo all’intento di “promuovere” alcunché, che non ci si dovrebbe prendere nemmeno la briga di commentarlo. Ma al di là del ridicolo puritanesimo, c’è da dire che il giudizio contiene la parola chiave della poetica di Nick Cave: Male. Quello che è – terribilmente – sbagliato è l’idea che Nick Cave se ne faccia “promotore”. No. Nick Cave è, semmai, uno studioso del male. Consapevole, come ogni artista degno di questo nome, che la luce non esiste senza il buio, e che le pagine più interessanti dell’animo umano sono quelle più difficili da leggere perché avvolte dall’oscurità. Sono anche più difficili da raccontare, perché devi capire come illuminarle senza perdere le sfumature, le ombre, i contrasti, le linee, le espressioni. E per farlo devi per forza immergerti fino in fondo. Non per promuovere il male, ma per cercarne, e mostrarne, la bellezza nascosta.

Un’indagine tanto profonda, in tanti sensi, non può essere raccontata in una forma univoca, però, e infatti Nick ne sceglie (almeno) tre:

La canzone.
L’incriminata musica del male, che dal furioso post-punk degli inizi coi Birthday Party arriva alla scarnificata elaborazione del lutto di Skeleton Tree, passando attraverso tutte le sfumature di nero dei fiori del male nati dai Bad Seeds, attraverso i funerali, le murder ballads, gli amori, i sogni, le dannazioni.

Il racconto.
“A volte prendo un personaggio e mi esprimo attraverso il punto di vista di quel personaggio”. Nick Cave da grande voleva fare lo scrittore. E anche se romanzi e racconti non diventeranno il suo day-job, così sarà: inseguendo la tradizione del racconto sudista di William Faulkner e Flannery O’Connor, in libri come E l’asina vide l’angelo e La morte di Bunny Munro dà voce a personaggi oscuri, maledetti, tormentati, spirituali, profondamente umani – perché umano è anche uccidere, è anche non essere umano, umani sono il bene e il male.

Il cinema.
Ancora come narratore, con le sceneggiature di Ghosts… of the Civil Dead, La proposta (The Proposition) e Lawless, e prestando la sua fisicità espressionista a Wim Wenders, John Hillcoat, Tom DiCillo, Andrew Dominik, per mettersi nei panni di altri personaggi di cui raccontare il punto di vista, oppure per fare di se stesso un personaggio, come in 20000 Days on Earth e One More Time With Feeling. Per “promuovere” nient’altro che una ricerca artistica. “Non mi interessa quello che capisco fino in fondo. Le parole che ho scritto negli anni sono solo la superficie. Ci sono verità che stanno sotto la superficie delle parole… verità che vengono su senza preavviso, come gobbe di un mostro marino e poi scompaiono. Quello che la performance e la canzone è per me è cercare un modo di spingere il mostro in superficie, per creare uno spazio, dove la creatura può sfondare quello che esiste e quello che ci è noto. Questo spazio luccicante, dove realtà e immaginazione si intersecano… è dove esistono amore e lacrime e gioia. Questo è il posto. Il posto dove viviamo”.

Leggi le altre storie de Il Gusto della Musica