(James – Laid, 1993 – Mercury)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Francesco Vignani

È strana, la storia dei James. Per il suo mettere insieme in 36 anni di vita una serie di parabole artistiche fra loro difficilmente conciliabili, in un certo senso. O, ad allargare lo sguardo, per come diversissimo possa esserne il racconto se a spenderlo è la stampa invece del pubblico. Stando alla prima, i mancuniani sono il classico gruppo a cui manca sempre un pezzetto, di quelli bene o male nati per inseguire. Prima una bollinatura da nuovi Smiths a metà anni Ottanta, ed è inutile ricordare com’è andata a finire. Poi la gara a chi sarebbe stato il principe regnante di Manchester a cavallo dei Novanta, con ovviamente la storia a raccontare gli anni dal punto di vista di Stone Roses e Happy Mondays. E a seguire – volendo fermarci al 1993 di Laid – un paio di singoli dal successo davvero di massa come Come Home (secondo una radio locale la più importante canzone mancuniana di sempre) e Sit Down, materiale sempre e comunque guardato con un mezzo sogghigno dalla stampa specialistica. Prendete un fan medio di Booth e soci e la faccenda sarà diversissima, invece. Se lo ricorderà chi negli anni Novanta ha frequentato un festival inglese: con l’unica eccezione dei buttafuori, ovunque magliette dei James, dai neonati ai nonni. E chissà cosa fa più impressione in questi anni di fruizione liquida della musica: il fatto che secondo Wikipedia il gruppo abbia venduto più di 25 milioni di dischi o il fatto che (l’assolutamente decoroso) Girl At The End Of The World del 2016 sia stato il loro album con il piazzamento migliore di sempre in classifica, a 34 anni dalla formazione del gruppo?
Perché i James sono sempre stati un gruppo improbabile per i canoni pop inglesi e non solo, visto come nella stessa Italia il loro pubblico sia sempre stato infinitamente minore rispetto ad altri paesi. Una delle band peggio vestite della storia, in anni in cui i vari “Melody Maker” e “NME” (entrambi seppelliti dai James, a dirla tutta) prestavano più attenzione alle questioni sartoriali che a quelle musicali, in attesa di fabbricare il vestito perfetto per il Britpop. E in Tim Booth uno dei frontman meno attenti alla coolness di sempre, nel suo modo di ballare a metà strada fra un derviscio e il classico tizio troppo ubriaco per accorgersi di essere ridicolo in pista. “Una sera ero in un club, ballavo in un modo un po’ sopra le righe perché stavo cercando di superare la separazione da una ragazza. Gli altri mi hanno notato e mi hanno chiesto se volevo diventare il ballerino del gruppo, una sorta di Bez prima dei tempi. Solo dopo mi hanno chiesto di cantare! Ma adesso prendo la danza molto sul serio, ho trovato un’insegnante che ne insegna una forma molto simile allo sciamanesimo: il che ovviamente è una parolaccia nell’ambiente musicale”, concederà ai tempi di Laid. Uno fissato con la new age e la spiritualità quando ancora non era di moda parlarne alla stampa: se oggi tutti citano il Damon Albarn che racconta di poter scrivere la Lonely Planet dello yoga, all’epoca diverse erano le reazioni a uno che raccontava di aver incontrato Kurt Cobain negli studi di Top Of The Pops, averlo trovato giù di voce e avergli proposto un massaggio lenitivo alle corde vocali.
Solo che, come capita almeno una volta nella vita a quelli privi di un posto ben preciso, il gruppo nel 1993 finisce per trovarsi in una situazione piuttosto unica. Da un lato, un lunghissimo tour acustico negli States di spalla a Neil Young su precisa richiesta del canadese: “tutti parlano dei Sonic Youth e del loro tour con lui, ma uno dei suoi roadie una sera mi ha confessato che il pubblico li fischiava sera dopo sera, quindi occhio alle leggende in giro. Soprattutto perché nessuno scrive che noi siamo sempre usciti fra gli applausi”. Scelta di suonare in acustico lungimirante, in ogni caso, visto quanto pericolosa fosse la china verso lo stadium rock di area U2 che il gruppo aveva preso con dischi come Gold Mother e Seven. Cruciale però in questa volontà di asciugare il proprio suono è l’aiuto che arriva piuttosto a sorpresa al momento di tornare a casa in Inghilterra: dopo anni e anni di corteggiamento, Brian Eno accetta di produrre il gruppo. “È uno che risolve problemi, osserva il tuo modo di lavorare e toglie tutti gli elementi di ingombro, di disturbo. Generalmente le nostre sono canzoni che si scrivono quasi da sole ma abbiamo sempre la tendenza a sovraccaricarle. A Eno piacciono le cose semplici invece, un paio di take e via. Ci ha incoraggiato a improvvisare, oltre a farci capire che l’imperfezione è un bene. Un sacco di pezzi del disco sono molto vulnerabili, se li avessimo suonati prima di incontrarlo li avremmo resi molto più muscolosi proprio per evitare il panico da palcoscenico. Invece sono rimasti nel loro stato naturale, per fortuna. Ci siamo trovati benissimo con lui, ha la fama di essere un accademico glaciale e non è assolutamente così: è un appassionato di vini e noi lo prendevamo sempre in giro, ma non se l’è mai presa. Neppure quando abbiamo cominciato a chiamarlo Sir Brian”. Il risultato risente eccome delle due esperienze, pur rimanendo un disco dei James. Per chi ha avuto il modo di incontrarlo all’uscita, persino fra coloro che poco li sopportavano e li sopporteranno, un capolavoro assoluto solo travolto dalla messe di uscite di un 1993 con più pietre miliari che settimane. Togliamo magari dall’equazione il singolo omonimo, folk pop di banalità estrema negli accenni sessuali: in fondo c’era l’America da conquistare (e non a caso il brano finirà nella colonna sonora di American Pie), tutto valeva e un certo tipo di testi rimarrà sempre nelle corde di Booth.

Il resto suona però come un gruppo baciato dalla grazia senza neppure il tempo di accorgersene, avendo scelto di chiudere il tutto in appena sei settimane. Con alcuni brani – i migliori – a suonare persino scheletrici, se messi a confronto col resto della discografia dei mancuniani: persino ambient il passo di una Skindiving che costringe Booth al falsetto, con Lullaby a lasciare sian i tasti di un pianoforte a contrappuntare una storia di abusi fatta solo di acustica, voce e suoni brianeneschi. E pezzi come Out To Get You (le prime parole del disco? “Sono così solo stanotte che il letto sembra più grande di quando ero bambino”) o P.S. a ritornare sulla separazione da Martine McDonagh, madre del primo figlio del frontman e manager della band: “Laid è un disco triste, non depresso come il suo predecessore Seven. La tristezza è un’emozione vera, come la gioia e la rabbia. La depressione è un buco nero invece, ti annulla, equivale a non provare nulla. Ho registrato la gran parte di Seven in quello stato, ora è come se stessi guarendo e stessi trovando sufficiente sicurezza in me stesso da poter cantare canzoni semplicemente tristi”, spiegava il clima del disco ai tempi dell’uscita il mancuniano. Talmente perfette da far risaltare anche la compostezza dei pezzi più ricchi e ad alti ritmi: il pop radiofonico di Say Something, una Low Low Low messa lì perché ogni disco dei James in fondo ha bisogno della Sit Down di turno e soprattutto Sometimes.

Mezza chiave di volta emotiva del disco, con la drammatica semplicità del suo giro di chitarra acustica a raccontare cosa capita quando ci si torna ad innamorare: “a volte quando ti guardo negli occhi giuro di riuscire a vedere la tua anima” sarà anche un coro da liceale ipersensibile, non fosse che immerso in tanto dolore finisce per valere quale la più rumorosa delle catarsi. Vette emotive che la band non replicherà più, neppure in quel Wah Wah uscito dalle stesse sessioni e ampiamente più sperimentale o in Whiplash del 1997 (dopo quattro anni in cui la band ha rischiato parecchio, fra minacce di scioglimento e cartelle esattoriali da orlo della bancarotta), monco dal punto di vista dell’intensità malgrado il ritorno in regia di Brian Eno. Ma nulla in questi 25 anni è riuscito a togliere anche solo un grammo al potere consolatorio di Laid: e, se un quarto di secolo non è bastato a fargli trovare residenza fra i grandi classici del pop inglese, gli zeri sui conti in banca del gruppo sanno almeno di rivincita morale fra le più pratiche.

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