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Di Mario Ruggeri

Non è il fatto di essere un supergruppo. Di band così ne è sempre stata piena la storia del rock, e molto spesso l’insieme dei singoli elementi “superstar” non ha mai risolto l’equazione di superband. Eppure i Dead Daisies ci sono riusciti. Anzi, ci spingiamo oltre. Nel mondo Hard Rock, i Daisies sono stati tra i più bravi a fondere personalità così forti come quelle dei singoli componenti e distillare un suono unico, corposo, tradizionale ma insieme fresco e palpitante. Marco Mendoza, con una lunga storia che va dai Blue Murder ai Whitesnake passando per i Thin Lizzy, Deen Castronovo batterista incredibile che ha scritto le ritmiche tra gli altri per i Bad English, Doug Aldrich con Dio, Whitesnake e manciate di altri colossi e poi lui, John Corabi. Il cantante italo statunitense, di origini calabresi con una lunga carriera nel mondo Hard Rock e poi esploso nella sua breve ma significativa esperienza con i Mötley Crüe (quattro anni di tante gioie ma altrettanti dolori) racconta brevemente il senso di una band tanto classica quanto stellare come i suoi Dead Daisies e di un disco uscito da pochi mesi, Burn It Down, e già acclamato tra i migliori dischi Hard del 2018.

John, la prima cosa che è emersa da Burn It Down è una strana sensazione: che oggi i Daisies abbiano molti riferimenti alla tua esperienza nei Mötley Crüe. E, pensando che proprio i dischi cui tu hai partecipato erano di fatto i più “evolutivi” nella storia della band di Nikki Sixx, arrivo a pensare che la vera anima di quel periodo fossi tu.

“Dunque, io non amo parlare moltissimo dei Mötley Crüe, perché si è detto troppo e perché sono successe tante cose, anche se negli ultimi anni i rapporti con alcuni componenti della band si sono tranquillizzati. E quindi cerco sempre di essere molto delicato affrontando l’argomento. Però, è altrettanto vero che il mio timbro di voce e alcune idee, poi criticate moltissimo sia dalla stampa che dalla band stessa, erano arrivate alla scrittura dei Mötley. Ogni tanto penso che i Dead Daisies siano, non tanto la mia rivincita, quanto il mio modo di far esplodere i concetti che all’epoca avevo in mente”.

Burn It Down ci dice innanzitutto una cosa: che l’Hard Rock Americano non è mai morto e forse mai lo farà. Più di ogni altra cosa che la band abbia mai suonato, questo disco è un totale ritorno alla tradizione americana. E mi vengono in mente ad esempio i Grand Funk Railroad del secondo periodo, gli Starz, oltre che ovviamente l’eco statunitense dei Led Zeppelin.

“Se ci pensi, l’Hard Rock Europeo e l’Hard Rock americano erano due culture distinte. In Europa l’influenza sia del prog che dei grandi mostri sacri come i Deep Purple, portavano nel rock musica anche di derivazione classica, del barocco e della folk music. In America invece il suono Hard era sicuramente più legato a quello che io definisco Highway Rock, ovvero al root rock potenziato e suonato ai massimi volumi consentiti. Ecco, quella è la nostra tradizione ed è da lì che siamo ripartiti: da quello che è accaduto negli anni ’80 e che di fatto era la prosecuzione degli anni settanta. Penso ad esempio all’evoluzione radiofonica di Bob Seger, ai Kiss più pieni e meno “glam”. È una tradizione che non morirà mai”.

Aggiungerei al lotto i Van Halen: vero che non appartengono alla tradizione anni settanta, ma loro incarnano gli Eighties statunitensi e ciò che sento in Burn It Down è irrimediabilmente rivolto a loro.

“Vuoi che sia sincero: non credo che esista band Hard Rock in America, che si definisca e sia tale, che non paghi quotidianamente il suo dazio ai Van Halen. E se non lo fa, allora sta mentendo. Loro sono stati i più grandi negli anni ottanta, non c’è nulla da dire. E anche noi ne risentiamo, almeno moralmente”.

È come se tu fossi completamente immerso nel rock. Che cos’è per te il rock?

“È la mia vita. È salire sul palco, vedere la gente, sentire il sudore, i volumi e andare a letto con le orecchie che fischiano. È quell’emozione che mi tiene vivo ogni giorno”.


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