(Credit: Edward Bishop)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Letizia Bognanni

Ci sono alcune persone che sostengono questa bizzarra teoria secondo cui gli artisti non dovrebbero avere opinioni riguardo a temi politici e sociali e, se proprio non possono fare a meno di pensare, devono evitare di renderlo pubblico, il proprio pensiero. Come se suonare, cantare, scrivere, fossero attività fuori dalla raltà, e come se musicisti, scrittori, artisti in generale – ma nel caso dei musicisti il fatto di manifestare opinioni viene spesso visto con maggiore fastidio, chissà perché – vivessero scollegati dal mondo e non fossero persone come noi, con tutto il diritto di avere delle idee, e di esprimerle, anche.
Nelle canzoni o fuori dalla musica. Tracey Thorn è una a cui evidentemente frega molto poco se c’è qualcuno che crede che una cantante debba limitarsi a cantare cuore/amore e basta, e ha deciso di dire la sua su qualunque cosa le aggradi. E di farlo soprattutto fuori dalle canzoni, tanto da farne una carriera alternativa, una seconda vita.

La prima, quella di musicista, inizia, tipicamente, a scuola, con le band Stern Bops e Marine Girls, a cui seguono il minialbum A Distant Shore e poi la lunga (17 anni) storia del glorioso duo – non solo musicale visto che Ben Watt diventa anche suo marito – elettropop Everything But The Girl. Quando la storia si interrompe, nel 2000, dopo undici album, a quanto pare per scelta di dedicarsi maggiormente alla famiglia, non si interrompe l’esigenza di esprimersi, di raccontare e raccontarsi.

Nascono quindi la seconda e la terza Tracey. Una, quella dei libri e del racconto: che un musicista scriva un libro, un memoir in particolare quale è l’opera prima Bedsit Disco Queen: How I Grew Up and Tried to Be a Pop Star, non è certo qualcosa di insolito. Non banali però sono i modi in cui la Thorn va oltre la semplice autobiografia, raccontando l’essere artista, il proprio percorso e, ancora di più nella seconda pubblicazione, Naked at the Albert Hall: The Inside Story of Singing, con approccio più analitico che emotivo, più da studiosa/giornalista che da artista.

Scrivere e cantare sono due cose molto diverse. Nella musica c’è più emozione, la musica viene più dal cuore, la scrittura dalla testa. In linea di massima la maggior parte della gente segue la musica perché da essa vuole ricevere un’emozione. Per questo usare entrambi i medium mi dà una sensazione di completezza: con la musica forse arrivi in maniera più diretta, ma con la scrittura puoi spiegare il processo.

Il che ci porta all’”altra Tracey”, quella che ogni due settimane dice la sua dalle colonne del New Statesman:

Mi è stato offerto di scrivere una rubrica. Ho accettato non solo per la sfida di farlo ma anche perché ho pensato che avevo bisogno di pormi degli obiettivi. Così il dover scrivere di un tema ogni due settimane mi ha dato una sorta di disciplina, mi ha forzato a fare pratica con lo scrivere.

Abbastanza pratica da scrivere davvero di ogni (o quasi) argomento: musica, politica, femminismo – tema al centro anche del nuovo album solista Record -, libri, storie personali, cinema… o di come abbia sempre scritto di politica, anche quando sembrava di no. Forse, inconsciamente, proprio per non dare troppo a vedere che anche gli artisti hanno opinioni.

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