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di Francesco Vignani

Piedi di piombo nel bollare The Deconstruction come l’album in cui mr. E  si arrende all’ottimismo, anche se probabilmente per esigenze di sintesi finirà per essere ricordato come tale. Vero, forse per la prima volta non ci sono lutti o cuori spezzati a fare da filo conduttore ai 15 pezzi della scaletta. Ma più semplicemente e prosaicamente a cambiare per la prima volta è la posizione della lente di ingrandimento del loro autore. Ovvero autobiografismo sì, ma riportato a un contesto più ampio e condiviso, quello di un 2018 in cui “il mondo sta impazzendo ma, a cercare bene, c’è ancora tanta bellezza da scoprire”. Agganciando la ricerca a un’immagine di comunità quasi post-Trumpiana, una sorta di us vs them che ben si sposa con gli sporadici accenti soul di un disco ancora una volta solidissimo. Non cambia invece l’enigmaticità di uno che se ha magari smesso di sbranare gli intervistatori (la rete è impietosamente piena di esempi, per chi ne avesse voglia) si è subito dopo iscritto alla scuola dei J Mascis di questo mondo, fra risposte che partono promettenti per incartarsi alla prima subordinata e la solita (ed educatamente laconica) teoria di monosillabi. A breve gli Eels passeranno dall’Italia al festival Acieloaperto il 23 giugno alla Rocca Malatestiana di Cesena.

Un passo indietro: negli ultimissimi versi del tuo penultimo disco (The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett) parlavi di buone sensazioni circa la strada davanti a te. Confermi?

Mark Oliver Everett: “Bella domanda… diciamo che ho cambiato idea nel frattempo, ok? (ride). È un verso che ho scritto per quel disco ma non è poi così diverso dalla filosofia di fondo degli altri miei lavori. Voglio dire, so benissimo che spesso la gente ascolta un mio album e pensa: oddio, quant’è triste e deprimente ‘sta roba. Ma se li ascolti bene parlano tutti della ricerca di un approdo, di un posto in cui essere felici”.

Conclusione più faticosa se parliamo di The Deconstruction, forse proprio per il panorama politico in cui è nato.

Mark Oliver Everett: “Sì, il momento è quello che è. È impossibile ignorare quanto accade intorno a noi. Ma poco per volta ho cominciato a convincermi che ciò di cui ora ha bisogno la gente è un po’ di positività, di rendersi conto che non tutto è perduto e che proprio ora è necessario essere ancora più gentili l’uno con l’altro. Non so se nel paese finirà per scoppiare qualche rivolta, ma oggi come oggi è un posto pieno di gente che non va d’accordo neppure con i vicini di casa”.

Nelle note di accompagnamento al disco insisti sul fatto che il cambiamento deve cominciare dal cortile di casa: sembra una di quelle frasi che si trovavano sui dischi hardcore della tua adolescenza, no?

“Capisco a cosa ti riferisci però non è una cosa che ho capito in quegli anni, ma solo più tardi. Attorno ai 20, probabilmente, anche se tuttora è una di quelle cose che non mi stanco di ripetere o di praticare nella mia vita quotidiana”.

Altro tema ricorrente è quello del ruolo del singolo nell’universo, a leggere versi come “puoi ammazzare o essere ammazzato che tanto il sole sorgerà lo stesso”.

“Guarda, secondo me è una cosa che fa sempre bene tenere a mente. Vale per tutti, e ovviamente anche per me. Anzi: forse soprattutto per me”.

L’unica via di fuga possibile resta la bellezza, allora?

“È qualcosa che puoi cercare ovunque, si nasconde nell’arte, nella musica, nei luoghi come nelle persone. È facilissimo trovarla, è sempre attorno a noi in ogni attimo della nostra vita quotidiana. Ma a livello di società la grossa differenza la fa chi vi presta attenzione. E sa come aprirsi ad essa”.

Di cosa parla un brano come Sweet Scorched Earth? È insolitamente solare anche per un disco come questo.

Alla fine era nient’altro che un mio tentativo di mettere in parallelo quanto stava capitando nel mondo con quello che invece succedeva nella mia vita privata. Perché stavo passando un periodo davvero positivo nello stesso momento in cui Trump è diventato presidente e questo alla fine è riuscito a rovinare tutto”.

Quindi il disco nasce prima della sua elezione?

“In parte sì. È stato un processo molto lento, un periodo in cui ho scritto in modo estremamente sporadico. Anche volutamente: preferivo essere sicuro di essere ispirato prima di affrontare qualsiasi passaggio, che fosse la scrittura o anche solo le registrazioni. Sono passati così quattro anni ma non sono stato con le mani in mano, semplicemente scrivevo evitando di pensare a un album”.

Avere ora uno studio di proprietà ti permette di prenderti i tuoi tempi, probabilmente.

“Non so se ha reso il tutto più piacevole, quando hai uno studio tutto tuo devi prepararti a un sacco di mal di testa non preventivati. Occuparti degli strumenti e delle macchine, ad esempio. E ogni responsabilità legata al posto finisce per essere la tua. Ovvio, è peggio andare in uno studio professionale e pagare le loro tariffe ma è anche vero che i tuoi musicisti tendono a non prenderti del tutto sul serio quando lo spazio è il tuo. Cazzeggiano il doppio di quando c’è qualcuno che gli ricorda il costo all’ora della sala”.

Non so se è voluto ma da un paio di album in qua la tua scrittura sembra seguire un approccio less is more, per così dire.

“Forse, non ne sono così sicuro. Chiaramente non ho una ricetta fissa per scrivere canzoni, cambia ogni volta proprio perché ogni volta scopri qualcosa di nuovo, o provi cose a cui sono anni che pensi”.

Di sicuro il tuo stile è talmente personale che da un lato è difficile individuarvi nuove influenze e dall’altro è al sicuro da rischi di plagio.

“Dici? In realtà qualcuno c’è stato, ma non farò mai dei nomi, non voglio mettermi nei guai! E poi è capitato talmente raramente che lo prendo come un complimento, in fondo è sempre piacevole vedere che qualcuno presta così attenzione a quello che fai da volerne isolare un pezzettino. Invece non sento molta roba nuova, non ho tempo. Sono troppo impegnato a lavorare, se proprio devo mettere su qualcosa di sicuro è vecchia”.

E questa fantomatica scena di Los Angeles?

“Boh. Non ne so nulla, non sono minimamente coinvolto dalla cosa”.

Frequenti di più altre realtà locali, magari: giusto il mese scorso sei tornato come attore nella terza e ultima stagione di Love. È vero che avevi già lavorato con Judd Apatow  per Questi sono i 40 ma alla fine la tua scena era stata tagliata?

“Sì, esatto. Ci siamo conosciuti a un concerto di beneficenza, lui aveva letto il mio libro e mi aveva fatto arrivare i suoi complimenti. Mi diverto un sacco a lavorare con lui, l’ambiente del set è una situazione del tutto diversa da quelle a cui sono abituato e secondo me la serie è molto brillante e riuscita. E soprattutto recitare è una grande sfida per me”.

C’entra la paura di annoiarti a fare solo il musicista?

“Ora meno, ma quando ho fatto il documentario su mio padre (Parallel Worlds, Parallel Lives del 2007) stavo effettivamente sperimentando, ero alla ricerca di esperienze nuove. È normale, dopo un po’ di anni arrivi a un punto in cui capisci di starti dedicando da troppo tempo alla stessa cosa e devi prenderti una pausa”.

A un certo punto si era parlato anche di un film tratto dalla tua autobiografia (Rock, amore, morte, follia, Elliot edizioni), no?

“Sì ma era una notizia falsa. Sono stato avvicinato da un po’ di produttori, questo lo posso confermare, ma non siamo mai arrivati a definire la cosa. Non mi dispiacerebbe capitasse ma devono essere coinvolte le persone giuste”.

Il libro come i tuoi testi sono quasi sempre privi di filtri: mai avuto problemi in tal senso?

“Beh, è strano quando incroci qualcuno per la strada e ti dice di aver apprezzato la tua autobiografia. Mi fa piacere, sono sicuro che il loro intento è quello di farmi i complimenti ma vuol anche dire che hanno effettivamente letto alcune delle cose che racconto nel libro. È imbarazzante da morire, quando capita l’unica possibilità è quella di far finta di niente”.

In che rapporti sei coi tuoi vecchi lavori?

“Sono ancora molto affezionato ai miei primi dischi. A intervalli regolari esce fuori l’idea di riproporli dal vivo per intero, anche se non mi sono mai arrivate delle offerte folli o anche solo irrinunciabili per farlo. Però mi piacerebbe, ci sono brani che non abbiamo mai suonato”.

Cos’è cambiato dopo i 50 anni?

“Il fatto che semplicemente io mi senta più vecchio? Mica molto altro, alla fine. Figurati che da ragazzino ero convinto di non arrivare neppure ai 18 anni, non so neanche il perché ma ne ero certo. Diciamo che la mia potrebbe essere una buona lezione per il resto del mondo: occhio, potreste vivere molto di più di quanto vi aspettate!”

Gli Eeels saranno al festival Acieloaperto il 23 giugno alla Rocca Malatestiana di Cesena. Tutti i dettagli qui.


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