(Belle and Sebastian – Tigermilk, 1996 – Electric Honey)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Francesco Vignani

Non che sia il caso di scomodare l’inizio di Anna Karenina o dell’Ulisse di Joyce, e probabilmente neppure l’autobiografia di Morrissey e la sua memorabile (una delle poche?) prima riga “my childhood is streets upon streets upon streets upon streets”.  Ma, tanto per rimanere nell’ambito di libri a tema musicale che nessuno qua mai tradurrà, si difende bene anche l’incipit di In The All-Night Cafè di Stuart David, racconto del primo anno di vita della band narrato dal punto di vista del suo fondatore e bassista. “Un pomeriggio, nel 1994, mi è venuta un’idea. So per certo che centinaia di persone l’hanno avuta identica prima di me. Ma mi è venuta all’improvviso, quasi dal nulla, e nel giro di un paio di settimane la mia vita cambiò per sempre”. Nessun piano quinquennale o chissà quale gran macchinazione, però. Se l’idea presto prenderà vita propria fino a incarnarsi in uno dei più amati gruppi scozzesi degli ultimi 20 anni, le preoccupazioni alle spalle erano molto più immediate. Non perdere l’assegno di disoccupazione e finire a lavorare nelle fabbriche o nella centrale nucleare fuori Glasgow: solo che (e gigantesco è il peso di tale sussidio nella nascita del Britpop tutto) decisamente magnanime erano le condizioni per accedervi. Sufficiente persino l’idea di cui sopra, ovvero iscriversi a un corso di musica come quello tenuto fra le mura del locale Stow College: Beatbox il nome, l’ex Associates e gloria locale Alan Rankin il professore e soprattutto Stuart Murdoch, futura voce dei Belle and Sebastian, in uno degli altri banchi. “La prima volta che lo vidi aveva un maglione di lana con un orsetto, un taglio di capelli casalingo e un look all’antica che mi ricordava Stephen dei Pastels. È stato un attimo capire qual era il suo mondo”, racconterà David anni dopo. Mondo costruito con pazienza, passo passo: giovanissima promessa dell’atletica, Murdoch vi rinuncerà dopo una diagnosi di sindrome di affaticamento cronico (mai guarita e spesso di ritorno nei testi) che alla fine degli Ottanta lo bloccherà a letto per sette anni. Unico svago, prendere un bus per il centro di Glasgow per spiarne la vita degli abitanti e pian piano costruirci attorno delle canzoni. Di livello nettamente superiore – e infatti negli anni la gelosia si farà fatale – a quelle del socio, oltre che già sopravvissute agli stress test delle serate per debuttanti di Glasgow e in numero sufficiente da riempire due facciate di un vinile, esattamente quello che l’università finanziava agli studenti migliori del corso tramite la propria (!) etichetta interna, la Electric Honey.

Esito che bene o male tutti i fan dei B&S conoscono a memoria, ovviamente. Ma sono i passaggi intermedi ad avere reso Tigermilk il disco di culto che conosciamo. La formazione del gruppo, intanto. Stevie Jackson, tuttora chitarrista e sorta di alter ego di Murdoch per 22 anni, racconterà così il casting in un eccellente documentario per “Pitchfork”: “Sembrava di vedere Yul Brinner scegliere la sua posse nei Magnifici Sette“. E, se torneremo su come il mondo della band nasca autoreferenziale, la descrizione migliore del gruppo è nel testo di This Is Just A Modern Rock Song di appena due anni dopo. “Siamo quattro ragazzi con vestiti di velluto/non siamo formidabili ma siamo competenti/Stevie è pieno di buone intenzioni/Richard (Colburn, batterista ed ex giocatore semiprofessionista di biliardo, ndr) è in fissa per il rock’n’roll/Stuart sta a casa perché gli pare un peccato doverne mai uscire”, con buona pace di Isobel Campbell, violoncellista e anche lei parte del nucleo fondatore della band prima di una separazione nel 2002 su cui i ricami della rete tuttora poco possono di fronte al silenzio in merito di Murdoch. Altro elemento della leggenda le registrazioni presso i locali e ben avviati Cava Studios, ricavati all’interno di una vecchia chiesa. Basso il budget e poco il tempo (cinque giorni tutto incluso) tanto che, se Tigermilk non è il classico disco che ad alzare il volume muore un audiofilo, poco ci manca. Lo dicono i dettagli, per così dire: il rumore subito dopo l’inizio di Expectations è quello della zip del maglione di Murdoch che viene abbassata, ad esempio, e un tonfo che qua e là ritorna è quello di Stuart David che abbandona la sedia su cui era seduto per registrare le parti vocali per cominciare a saltellare per la sala.

Non il tipico inizio da band a cui anni dopo qualcuno dedicherà dei tour a piedi per i luoghi fondativi. Ma il suono di una band che impara a conoscersi in studio, e non prima come nella normalità dei casi. Dirà Murdoch: “Probabilmente non avevamo neanche mai suonato tutti assieme, prima. Ma alla fine dei cinque giorni eravamo un gruppo, nessun dubbio su questo. È stata la nostra genesi, il settimo giorno ci siamo riposati, mentre il sesto ci siamo occupati del bucato e siamo andati al bar”. I risultati restano assolutamente eccellenti, viste le condizioni. In una delle rare interviste dei Novanta, Murdoch dirà che al tempo le ispirazioni erano “la noia, la depressione, il clima e i film di Hal Hartley”, finendo però per fare torto a sé stesso. Perché Tigermilk parte da molto lontano per arrivare a un passo da casa: i Love e i Byrds come Nick Drake ma anche gli Orange Juice, i Pastels e i Teenage Fanclub. Oltre ovviamente agli Smiths, di cui in una certa maniera sono stati eccellente surrogato per chi per ragioni anagrafiche è arrivato a conoscerli troppo tardi: pari pari l’immaginario delle copertine, ad esempio, per quanto Murdoch dicesse di ispirarsi a quelle della Blue Note. Tempo cinque minuti e la band ha già la sua Headmaster Ritual nella già citata Expectations, ad esempio, lussuosa (considerati i mezzi) ballata acustica con fiati e archi a trainare il racconto di una ragazza incompresa dal resto della scuola. Tonalmente non distante da We Rule The School, pura malinconia scozzese asciugata dal violoncello della Campbell e riassunta da quel “do something pretty while you can” che doveva scandire come una sveglia i pomeriggi del giovane Murdoch, oltre a capolavori come The State I Am In, il cui unico limite sta nel comparire in versione più matura in un successivo EP. O My Wandering Days Are Over, secondo la leggenda scritta immediatamente dopo il primo incontro fra Murdoch e Isobel, fino alla chiusura folk di una Mary Jo in cui torna il libro che il prete regalava al protagonista dell’appena menzionata The State I Am In, se vogliamo tornare sull’autoreferenzialità della band. O meglio, di come Murdoch avesse già in mente un universo chiuso per la sua creatura, limite o punto di forza a seconda dei punti di vista. Autore ambizioso e determinato ben oltre le apparenze eppure anche uno (come racconterà nella sua raccolta di appunti The Celestial Café) preoccupato di disturbare i nuovi vicini del piano di sotto con delle ciabatte troppo pesanti, ad esempio, oltre che soggetto in grado di scrivere in piena lad culture un verso come “non c’è niente di male nel leggere la Bibbia da soli”. Perché, se il musicista nasce formato, altrettanto vale per l’autore di testi: “Adoravo la capacità di Stuart di illuminare la vita di tutti i giorni con un linguaggio colloquiale che riusciva a rendere tutto magico, semplicemente mettendolo a galleggiare sopra una bella melodia. C’era un livello di normalità che non avevo mai trovato in un pezzo pop, prima. Mi era capitato con la poesia ma anche il poeta più ancorato alla realtà a un certo punto scappa altrove, prova ad indicare una via di fuga in una vita diversa. Invece le sue sono storie di persone normali che fanno cose normali in giornate normali, non hanno bisogno di un’epifania”, concederà Stuart David.

Stampato nel 1996 in sole 1000 copie, sarà proprio la sua rarità a fare le fortune dei B&S. Perché la voglia di Murdoch di costruirsi una brilliant career andava di pari passo con una conoscenza delle regole del pop da fare invidia ai Simon Reynolds di questo mondo. Mettiamola così: non è stato esattamente Liberato a scoprire che il mistero è il migliore moltiplicatore di interesse. Nessuna intervista e foto promozionali praticamente inesistenti: a fare il lavoro sporco (e gratuito) fu il sempre più costante ed esteso chiacchiericcio attorno a una piccola e abbastanza sfigata band di Glasgow di cui si sapeva solo avesse fatto un disco tanto brillante quanto introvabile. Addirittura c’è chi dice che Murdoch neppure volesse che il disco fosse ascoltato, almeno non nel momento della sua uscita: doveva solo occuparsi di creare il polverone per il successivo If You’re Feeling Sinister dello stesso anno. Tuttora il vero capolavoro dei B&S, anche se gli scozzesi sono quel tipo di band il cui fan compulsivo (chi scrive giura anche su The Life Pursuit del 2006, interessasse mai a qualcuno) ha almeno due dischi preferiti. La magia di Tigermilk, scoperta dal grosso del pubblico solo un paio d’anni dopo con la sua ristampa, è al massimo un’altra: l’istantanea di un piccolo attimo irripetibile, quasi ascoltatori e gruppo stessero scoprendo sincronicamente il peso di quanto capitato fra le mani. Non un caso che la band dal vivo quasi si irrigidisca nel suonarne i pezzi anche ora, quando i loro live sono diventati delle piccole feste. Una forma di rispetto, o di gratitudine a una musa fin lì più sconosciuta che invocata. La stessa che suggerirà a Murdoch il trucco per conquistarla: “Sii popolare, suona pop e ti guadagnerai il mio amore2. Capiterà quasi 20 anni dopo, in un album ormai a eoni dal pauperismo degli esordi come Girls In Peacetime Want To Dance: ma era lo stesso suggerimento messo a profitto fin dai primi passi.

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