(Love – Forever Changes, 1967 – Elektra)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Luca Minutolo

Potremmo chiamarle strane congiunzioni astrali, casualità, oppure molto più semplicemente sfiga. La storia ci ha regalato un’infinità di dischi che non hanno goduto della giusta attenzione al momento stesso della loro venuta al mondo. Vuoi perché in netto anticipo sui tempi. Oppure per un alone di sfortuna che ammanta determinate circostanze. Nelle scorse puntate di questa rubrica abbiamo affrontato Marquee Moon dei Television che, ai tempi, fu un gioiello grezzo per pochi intimi. Se vogliamo ragionare in questi termini è facilissimo constatare quale sia il disco più sottovalutato (ai suoi tempi), ma meglio riuscito di tutta la storia pop del secolo scorso: Forever Changes dei Love. Molti staranno già storcendo il naso, tirando in ballo una quantità immensa di dischi custoditi per decenni come segreti nascosti. Ce ne sono e ce ne saranno sempre moltissimi. Pochi, ma potremmo azzardare anche nessuno, possiede lo stesso stato di grazia melodica di quest’album. Il parto più travagliato di un genio outsider come Arthur Lee, tra i primi frontman di colore a capo di una banda di bianchi. Eppure i presupposti per ricevere la giusta attenzione mediatica c’erano tutti.

Il carisma di Arthur Lee è strabordante e ai limiti della sfacciataggine, rivendicando in più interviste il merito di aver fatto accasare proprio i Doors tra le fila della Elektra, di cui i Love facevano già parte dal loro esordio omonimo. Questo terzo disco della band, viene pubblicato nel 1967 proprio con la stessa Elektra e il supporto di Bruce Botnick. Insomma, tutte le carte in regola per sbarcare il lunario. Oppure cadere nell’oblio. Al tempo delle registrazioni di Forever Changes, Arthur Lee e i suoi soci sono letteralmente a pezzi. Droghe, dipendenze di ogni tipo e conseguenti problemi psicologici conducono Lee a metter giù le prime bozze del disco col supporto di alcuni turnisti, salvo poi recuperare i suoi soci per le registrazioni. L’urgenza del punk a venire, la soavità della melodia pop. Nel mezzo, si staglia magnificamente Forever Changes dei Love. Quella che Arthur Lee porta sulle spalle è la vera Insostenibile leggerezza dell’essere applicata alla musica. Lee si fa diretto cronista della disgregazione del sogno hippie. “The news today will be the movies for tomorrow” chiosa nella magnifica A House Is Not A Motel. E come non dare torto alla sua visione in prima linea di un mondo confuso che si sta disgregando sotto i suoi (e i nostri) occhi. Eppure quella di Forever Changes è un’apocalisse dolcissima. La condizione necessaria per accedere alla grazia eterna. Un passaggio obbligato per lasciare che i cancelli si schiudano al suono magnifico delle orchestrazioni sparse in ogni singolo pezzo del lotto. Un lasciapassare imponente e dosato alla perfezione. Se pensiamo alla centralità degli archi, dei fiati e le melodie vocali di Forever Changes sono stati registrati in quattro mesi tormentati, beh è una questione che potrebbe far impazzire (di nuovo) Brian Wilson. Merito dell’estro e della scrittura vivida di Arthur Lee, impreziosito dagli arrangiamenti di David Angel. I due infatti utilizzano un metodo a dir poco classico per riempire di dettagli quella che, di fatto, è pura materia garage lisergica. Archi, fiati e digressioni ispirate dal flamenco e vegliate al calor latino. Immerse in un cangiante calderone psichedelico cullato da melodie soavi.

Approccio al tempo stesso vivido e immaginifico. Proprio dalle parole di David Angel, intervistato per il documentario Love Story realizzato nel 2009 da Chris Hall, che si intuisce lo stato di grazia che portato Forever Changes così in alto, traghettato dalla naturale leadership di Lee: “Arthur Lee era un genio puro. Non aveva bisogno di alcun aiuto. Gli bastavano i suoi strumenti. Aveva la serietà di un artista, non di chi invece vuole raggiungere il successo. Pensava esclusivamente alla musica e non credo avesse nessun pensiero commerciale nella sua testa. La sua mente era concentrata al cento per cento sulla musica. Non aveva secondi fini. Ha trascinato tutti in quella direzione, me compreso. Per me era lui il capo, ma semplicemente per la sua capacità e intelligenza. Sapeva esattamente quando le cose andavano nel verso giusto oppure no, senza perdere neanche un minuto durante il lavoro”. Insomma, toccato dalla mano di Dio per creare la melodia perfetta. E in Forever Changes abbiamo l’imbarazzo della scelta, pescando a mani basse da questo filotto di “non grandi successi, ma grandi canzoni”, come riportava la nota di copertina di una loro raccolta. Dall’acustica spagnoleggiante Alone Again Or alla dolcezza struggente di Andmoreagain. Soffermandosi sulla carica garage ortodossa di A House Is Not A Motel fino al trascinante ritmo di Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale imperniato di Anima Latina e spaccato losangelino. Spesso Arthur Lee ha bollato Forever Changes frutto della sua paura costante di morire, approcciandosi alla sua realizzazione come se si trattasse del suo testamento definitivo. Nulla di più vicino dunque alla fugace visione divina.