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di Mauro Fenoglio

Hamburger che grondano grasso, lasciati a marcire nelle loro confezioni. Consunti paginoni centrali di riviste erotiche, che promettevano sogni bagnati. Scarpe da ginnastica di un’adolescenza buttata via, che non ritornerà più. Idoli di culture abbandonate, che hanno pagato col sangue il prezzo della costruzione dell’America bianca. Tutto accumulato a casaccio, in una discarica maleodorante. Lasciato in decomposizione, sotto la custodia terminale delle mosche. Testamento ultimo dell’eccesso made in USA. Questa l’apparente fotografia del Sogno Americano al suo capolinea, da parte degli Unknown Mortal Orchestra di Ruban Nielson. Raccontata per immagini, nel video di American Guilt, primo estratto dal nuovo album Sex & Food. D’altra parte, l’eccesso è qualcosa con cui Nielson ha convissuto, da sempre. Figlio di un trombettista neozelandese e di una campionessa di danza hula hawaiana, esposto a carenza di sonno e tentazioni chimiche sin dall’adolescenza. Col fratello Kody forma i Mint Chicks, combo art punk, accasati alla locale Flying Nun. Sfaldati dopo pochi anni, Nielson scopre il suo personale sogno americano, trasferendosi a Portland. Il resto è storia recente. Nel 2010 carica un brano su bandcamp, a nome Ffunny Ffrends, ottenendo riscontri entusiasti immediati. Poco dopo arriva il primo album a nome Unknown Mortal Orchestra. Un vulcano di intuizioni psichedeliche, abbozzi di colonna sonora e idee varie, tenute in qualche modo insieme, compresse con difficoltà in canzoni nevrotiche. Lungo un percorso di quattro dischi, Nielson e la sua creatura sono rimasti un enigma. Sempre all’ombra psichedelica dei conterranei (e affini) Tame Impala. Capaci d’intuizioni brillanti, abili nell’amalgamare riferimenti vari: dal soul, alla neo psichedelia, al funk, inscatolando il tutto in costruzioni traboccanti di spunti, fino all’orlo. Con quella tensione verso l’eccesso, compagna di Nielson, nella vita e nell’arte, come inevitabile limite nel completarsi. Dopo l’ottovolante dell’ultimo Multi-Love, dove il leader polistrumentista ha provato a tradurre in note la sua burrascosa avventura sentimentale a tre (con la moglie e un’amica giapponese conosciuta in tour), ecco la svolta. Con Sex & Food sembra arrivato il momento dei bilanci. Brani che mostrano un respiro più ampio, uno sviluppo più ragionato, per provare a riflettere (o semplicemente osservare) cosa rimanga del Sogno Americano, nell’era del populismo egomaniaco. Senza alcuna pretesa politica, apparentemente. Un segno dei tempi, come avrebbe potuto scrivere su un muro Prince, a botte di spray viola. Lo sguardo allargato di Nielson, alla ricerca di possibili ansie sociali, che spieghino il disagio privato. Ne parliamo direttamente con lui, mentre è ad Amsterdam per la promozione del nuovo album che potete ascoltare qua sotto.

I nuovi brani hanno un comune denominatore nel loro tono cupo. Come un senso di sconforto sotto pelle, che sembra permeare l’intero disco. È qualcosa di personale o semplicemente la reazione ai tempi bui che stiamo vivendo?

Ruban Nielson: “Credo che il senso dei tempi che stiamo vivendo si senta nel disco. Non so se sono pessimista, o se semplicemente mi guardo attorno e ciò che vedo è angosciante. Nonostante tutto, in generale il mio approccio è ottimista e attualmente mi ritengo fortunato, per quanto riguarda la mia esistenza personale”.

Un soul urbano e un funk senza redenzione, sembrano informare i suoni del nuovo disco. La cosa più vicina che mi è venuta in mente è Sign “O” The Times di Prince. Quasi un manifesto pop per tempi paranoici. Ti ci riconosci?

Ruban Nielson: “È sicuramente uno dei miei album preferiti di sempre. Ho speso molto tempo a studiarlo. Confrontandolo con Sex and Food, riconosco lo stesso sguardo tenebroso sulla società e la stessa ansia di frammentazione dei generi. Sei stato molto gentile…”

Confrontando i nuovi pezzi con i precedenti, ho notato un passo più meditativo. Normalmente le tue canzoni pulsano di intuizioni, che nascono e improvvisamente lasciano spazio ad altre. La differenza è voluta?

R.N.:”Avevo in mente questa volta, di lasciare più tempo ai pezzi per respirare e svilupparsi. Non so se la cosa abbia avuto buon esito o meno. Non so neanche se sia stato veramente voluto o sia successo in modo naturale durante la scrittura e la produzione”.

So che non volevi scrivere un album apertamente politico, ma è inevitabile che io ti chieda quanto il disco sia influenzato dal risultato delle elezioni dello scorso Novembre in USA.

“Fra il disco precedente e questo, l’umore negli Stati Uniti è cambiato radicalmente. Credo che valga per il mondo intero. Più che altro, oggi sembra esserci molta confusione sulla realtà e la società in sé. Non c’è più un’ideologia a cui la gente possa aderire, senza dubbi. Non si sa neanche bene che cosa sia giusto o sbagliato. Negli Stati Uniti, in particolare, dalla Casa Bianca arrivano continuamente messaggi che non hanno senso, che lasciano le persone senza riferimenti. La politica e le corporazioni ci bombardano di informazioni, dicendoci che quello che ieri pensavamo fosse giusto oggi è sbagliato e viceversa. Io volevo catturare questa confusione e derivante senso d’angoscia, senza necessariamente esporre le mie opinione sugli attuali politici e governanti. Alla fine, credo che la politica sia una cosa piccola, rispetto alla musica. La musica ha la possibilità di parlare di temi universali, senza scegliere percorsi convenienti, abbracciando apertamente un’idea politica”.

Ho letto che avevi pensato di guardare al post punk (Killing Joke e PIL, soprattutto) quando hai iniziato a progettare il nuovo disco. Perché poi hai abbandonato quel tipo di immaginario?

“In realtà non ho abbandonato completamente la fascinazione per il post punk. Credo che certe cose dei Gang Of Four e PIL informino molto i testi del disco. Concetti tipici del post punk come la distopia e la degradazione urbana o elementi di fantascienza, mi hanno certamente ispirato. Avevo anche provato a registrare alcune cose più formalmente legate al post punk, dal punto di vista musicale, ma non hanno trovato poi posto nel disco”.

Ministry of Alienation parla della paranoia. Quanto sei paranoico attualmente?

“Sono ancora abbastanza paranoico, ma fortunatamente mi prendo molto in giro per questo. Certo, è cresciuta molto la mia sfiducia nelle istituzioni, ma non penso di essere una mosca bianca in tal senso. La canzone parla di come le persone, di qualsiasi parte politica o credo religioso, finiscano comunque per essere isolate, e quindi alienarsi dai rapporti con gli altri. Sembra che abbiamo perso la capacità di relazionarci con gli altri, all’interno del nostro particolare gruppo o famiglia. E la cosa più curiosa è che, se fossimo capaci di comunicare, scopriremmo che persone diverse da noi, in altri paesi, si sentono esattamente allo stesso modo”.

“Il mio pensiero è modellato dalla tua macchina / Non possiamo sfuggire al ventesimo secolo”. Dici in uno dei nuovi testi. Credi che la tecnologia involontariamente aiuti la crescita del senso di solitudine degli individui?

“In un certo senso è vero, anche se la tecnologia ci da la possibilità di collegarci agli altri, in modi che erano impensabili in passato. Siamo arrivati al punto in cui è importante capire quanto la tecnologia sia positiva o sbagliata. Quando le possibilità di connessione influenzano anche il modo in cui siamo connessi, il tutto finisce per assomigliare molto ad un credo religioso. Molto di più di quanto noi stessi vogliamo ammettere. Dobbiamo giudicare se la tecnologia non finisca per alimentare una dottrina imposta, piuttosto che supportare nuove forme di comunità”.

Il tuo lavoro precedente (Multi – Love) parla delle complicazioni di un rapporto non convenzionale a tre (poliamoroso, come lo hai descritto tu). Credi sarebbe stato possibile per te scriverne oggi, dove ogni rapporto sentimentale è sotto lente d’ingrandimento e continuamente analizzato?

“Sono passati solo tre anni da Multi – Love, ma quel disco è definitivamente un prodotto del suo tempo. Non avrei potuto sentirmi libero di scriverlo allo stesso modo oggi. Non con tutti i problemi che stiamo affrontando. In un certo senso, fra le ragioni che hanno causato la fine di quella storia, c’era anche il modo in cui sentivamo il mondo attorno a noi, cambiare velocemente”.

If You’re Going To Brake Yourself e Not In Love, We’re Just High descrivono come la dipendenza dalle droghe possa influenzare i rapporti umani. Cosa ti attrae di questi temi delicati?

“Credo che dipenda da come la dipendenza da alcol e droghe abbia giocato un ruolo importante per me, durante l’infanzia e l’adolescenza. Mio padre è un ex tossicodipendente. La mia famiglia è sempre stata circondata da musicisti e con i musicisti e la musica, arrivano alcol e droghe. Anche io e mio fratello abbiamo dovuto venire a patti con i nostri problemi, in tal senso. Sono temi che conosco, a cui non do nessun risvolto edonistico o eroico. È semplicemente parte della mia vita, e ad un certo punto ho dovuto affrontarne le conseguenze. Credo che faccia parte della mia autobiografia. Tutto qui”.

Sex and Food è stato registrato in diversi paesi. Perché questa scelta?

“Ho registrato i due album precedenti nel mio studio domestico. Lavoravo di notte e dormivo di giorno. L’idea di farne un terzo, secondo la stessa logica, per un anno e mezzo, mi annoiava. Ho avuto la fortuna e il budget per decidere di andare via per un po’, portandomi dietro la mia band e mio fratello e girare il mondo. È stato anche un modo di condividere il mio successo con loro. I miei amici e la mia famiglia. È molto più soddisfacente, che non alzare il calice da solo, nella stanza di un albergo lontano da casa”.

Avete collaborato con qualche musicista locale, nei vari studi dove siete stati?

“A Hanoi, in Vietnam, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare musicisti locali, che registravano nello stesso studio che avevamo affittato. La maggior parte erano musicisti tradizionali di una certa età, ma uno in particolare (un ragazzo di circa vent’anni) era particolarmente interessato alla musica sperimentale e al free jazz. Abbiamo iniziato a improvvisare con lui in studio, registrando le session. Una parte delle registrazioni è finita nel disco nuovo, e altre sezioni dovrebbero far parte di un album strumentale che vedrà la luce più avanti. Eravamo una sorta di opera rock. Anche mio padre vi ha preso parte, suonando il sassofono per qualche giorno”.

Hai scelto il Vietnam fra i luoghi dove registrare, per via della tua fascinazione per il film Il Cacciatore. Oggi il Vietnam è una delle nuove economie in sviluppo. Com’è stato trovarsi in un paese completamente diverso da quanto avevi in mente nel tuo immaginario?

“È divertente perché anch’io pensavo di trovare un Vietnam molto più modernizzato. Invece, mi sono trovato in un paese non molto diverso dall’immaginario che mi portavo dietro dai film. Avevamo affittato un bed & breakfast e raggiungevamo a piedi lo studio. Niente di troppo turistico, non ne abbiamo avuto il tempo. Registravamo tutto il giorno. Ma la passeggiata dal bed & breakfast allo studio era incredibile. Fra case su palafitta, pescatori e persone che dormivano sulle amache. Non molto diverso dal quello che avevo in mente, mentre guardavo Il Cacciatore, anni prima”.

Che cos’è The American Guilt (La Colpa Americana), titolo del primo singolo di Sex and Food?

“Vivo in questo paese da dieci anni. Il senso di colpa è intrinseco alla società americana. Lo capisci quando ne fai parte, e realizzi che sei un ingranaggio di quel meccanismo di guerra e terrore. C’è un senso di panico legato alla percezione di questa colpa. Ti senti implicato a qualsiasi cosa, l’idea di America voglia dire per gli altri, che la guardano da fuori, e non puoi fare nulla per evitarlo. Il senso del video che supporta il singolo, è che forse sia arrivato il momento di far morire la falsa utopia del Sogno Americano e che la cosa riguardi tutti”.

Consideri il sesso e il cibo due veri piaceri o c’è qualcosa di malvagio legato ad un loro eccessivo uso?

“Credo siano piaceri puri. Ho pensato che il disco fosse molto oscuro e serio. Volevo provare a spiegare che, nonostante tutto, la mia personalità sia molto semplice e giocosamente stupida. Il cibo e il sesso sono semplicemente due cose di cui abbiamo bisogno e meritiamo ampiamente. È importante averlo in mente, prima di immergersi nelle canzoni dell’album”.

Pensi che questo album sia un vero nuovo inizio per te?

“Credo proprio di si. Apre un nuovo capitolo, per tante ragioni”.


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