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di Elena Rebecca Odelli

Maria Antonietta, all’anagrafe Letizia Cesarini, torna a quattro anni da Sassi con Deluderti, un album che sicuramente segna la svolta e la raggiunta maturità della cantautrice pesarese. Il singolo apripista segna anche il concept disseminato tra le tracce del disco. Un esordio musicale a maturità appena raggiunta, il nome di Letizia inizia a circolare tra l’ambiente underground quando, con Alberto Baldolini, forma i Young Wrists. Il suo debutto da solista lo vedremo solo nel 2010 quando autoproduce e pubblica Marie Antoniette wants to suck your young blood. Un album diretto che elogiava il coraggio delle donne. Il primo album ufficiale però vede la nascita nel 2012, Maria Antonietta, appunto da cui Letizia prenderà il nome. Un album prodotto e registrato da Dario Brunori. L’album in cui Maria Antonietta pone il fervido accento sull’autodeterminazione femminile ma anche sull’universo sacro. Letizia mostra subito il suo lato più sfacciato ma anche più onesto, peculiarità che le renderanno il giusto valore disco dopo disco. L’ascesa culmina con Sassi, pubblicato nel 2014 per la Tempesta Dischi. Oltre cento spettacoli dal vivo la porteranno lungo lo stivale. A seguito della fine del tour, la pausa. Uno stop dedicato alla stesura della tesi di laurea in Storia dell’Arte dedicata alle pratiche sommerse della creatività femminile, un singolo scritto per i Tre Allegri Ragazzi Morti (E invece niente), e una serie di reading dedicate a quelle poetesse che maggiormente l’hanno ispirata.
Deluderti, il prossimo disco in uscita, racchiude la storia di Letizia ma anche di Maria Antonietta, autrice mai banale, onesta, sfacciata e sincera. Voce unica del panorama underground che non è mai caduta nel facile mondo di lustrini, make up e stylist di grido, per rimanere onesta con sé stessa sino alla fine.

Perché tanto silenzio prima di tornare con un tuo disco?

Maria Antonietta: “Mi sono presa del tempo, innanzitutto per laurearmi. Ci tenevo a finire quel percorso, quindi ovviamente tra lo scrivere la tesi e dare gli ultimi due esami, era un progetto che volevo terminare. Ho scritto il disco e ho fatto anche un laboratorio di arte terapia. C’è questa associazione culturale a Senigallia in cui si tengono questi laboratori, sono andata lì per alcuni mesi e ho cercato di imparare alcune cose dall’educatore che lavora con questi ragazzi tutti affetti da alcune disabilità. Lapsus ogni pomeriggio li fa sperimentare con le arti. Ho tenuto con il suo aiuto un laboratorio di collage. Per cinque/sei mesi ho fatto questo. Ho letto molti libri e molta poesia, mi sono dedicata alla lettura e a tutte quelle cose che quando sei in tour e molto impegnata fuori di casa fai fatica a praticare. Mi sono ricaricata un po’. Gli anni precedenti erano stati densi, avevo bisogno di ritagliarmi una finestra altra”.

In Sassi dicevi “c’è un tempo per lanciare i sassi e un tempo per raccoglierli” a che punto sei ora? Perché in Deluderti qualche sasso è stato lanciato.

Maria Antonietta: “Mi sento molto bene e soddisfatta della mia vita, della mia ricerca. Mi sento equilibrata. Una condizione che non avevo mai sperimentato fino ad ora. Questo non è che ti semplifica la vita in automatico, sei solo più consapevole di te stesso, di chi sei, che cosa vuoi dire. Il fatto di essere più centrato ti mette molto alla prova. Ti permette di realizzarti e realizzare ciò che tu hai in testa, ma allo stesso tempo è difficile. Ti mette alla prova perché si deve rimanere fedeli a sé stessi e alla propria identità.
Deluderti mi ha portato a chiedermi cosa voglia dire esser donna, forte, fragile e indipendente oggi”.

In Oceano canti questa immagine incisiva come quella dell’esser giudicati come si giudica un libro di figure. Rivedo gli anni che stanno scorrendo. Cosa significa essere una donna oggi?

“Non è facile essere quelle che siamo. Quello che faccio, avendo anche una dimensione pubblica, c’è un minimo di visibilità che ti espone al giudizio, è una condizione che riguarda tutti. Penso sia difficile perché, e mi ricollego anche al titolo del disco, avverto che il fatto che tutto ciò che sei, che dici o che fai, debba per forza di cose incontrare l’approvazione dell’altro e intercettare il suo Like. Senza l’approvazione dell’altro, senza quel tipo di consenso, pare che quello che dici e sei non abbia valore o che non esista. Secondo me si riesce ad essere adulti solo quando ci si permette di deludere le aspettative dell’altro e proprie. Quando ti permetti di deludere quella proiezione e dire e fare cose che fanno davvero parte della tua identità, senza la paura di perdere un eventuale consenso approvazione, quello ti dà veramente una grande forza ed energia. Non è semplice, per niente, è una tendenza però tutti i giorni fai i conti con una serie di aspettative e giudizi che sono spesso molto approssimativi, come se giudicassi un libro dalle illustrazioni. Tutto è molto veloce, rapido, invece le persone sono molto complesse, la musica i dischi la vita sono molto complessi. Fermarsi a quel livello di giudizio molto facile e comodo, in realtà non porta in profondità e non porta a nulla di vero”.

Che rapporto hai con le tue aspettative?

“Ho sempre avuto delle alte aspettative e ho sempre avuto la mania del controllo, della perfezione che non mi appartiene e non mi apparterrà mai. Sono sempre molto severa con me stessa. Sto cercando di permettermi di sbagliare, di accettare il fatto che sbaglio continuamente e devo fare pace con questa cosa. Tendo ad essere più morbida con gli altri che con me stessa. Sto cercando di abbassare il livello dell’aspettativa verso me stessa e di essere pronta alla sorpresa”.

In Deluderti, ogni brano sembra un capitolo, fai dei richiami ad adattamento (Vergine) e all’appartenenza (Pesci) “Tutti i miei pensieri li darei in pasto a loro se solo mi volessero con loro nelle profondità”, cosa rappresentano per te questi due concetti?

“In Vergine canto ‘me ne resto in disparte perché questa è la parte che preferisco’, si lega anche al fatto che in questi anni in cui sono stata lontana dal mondo della musica, sono stata anche distante fisicamente. Io abito a Senigallia, mi sono trasferita a vivere in campagna, in una campagna radicale, un certo isolamento anche geografico. Vivo qui da tre anni ormai, in una dimensione molto contemplativa, lontana e astratta dal sistema lavorativo, questo mi è servito molto per maturare una visione più ampia. Hai un respiro diverso quando stai in disparte. È un momento molto fertile, una possibilità di avere uno sguardo più ampio e astrarsi. Ho anche maturato un rapporto diverso con la dimensione naturale, viverci così a stretto contatto mi ha fatto sviluppare un rapporto che non avevo con la natura. A volte quando sono più avvilita, il contatto con la natura, gli animali, mi solleva sempre. Mi fa sentire parte di un sistema più vasto in cui io posso avere il mio posto”.

La cosa che mi ha colpito di te è la forza che canalizzi sul palco. Non è facile per una donna della scena underground arrivare così empaticamente alle persone.

“In quelle che faccio cerco di essere il più trasparente possibile. Può essere che questa mia trasparenza o spigolosità, è rischiosa perché non c’è edulcorazione. Non do mai niente per scontato, quando pubblico un disco o faccio un concerto. Non avendo una strategia poetica, ma quello che scrivo si origina dal fatto che sto riflettendo su alcune cose, c’è sempre un certo rischio. Non è facile esporsi senza troppi filtri”.

Cosa facevi quando avevi meno anni e più stomaco? (Stomaco)

“Quando avevo meno anni ero meno consapevole. Quell’inconsapevolezza porta con sé un minimo di incoscienza che comporta il fare delle cose senza porsi alcun tipo di domanda, senza metterti in discussione. Quel tipo di approccio, benché doloroso, era molto meno complesso da gestire. Quando diventi adulta diventi anche consapevole delle conseguenze, delle relazioni con gli altri, il rispetto di te stessa, tutte cose che esistevano senza grande consapevolezza. Era tutto forse più semplice, da un certo punto di vista.”

Unica citazione del disco è “Chi mangia dolore mangia sempre e solo in questa vita”. Cos’è oggi per te il dolore?

“È una citazione della Merini. In realtà non la conosco tantissimo, però quando ho letto questa frase mi ha proprio stesa. Reputo che veramente racchiuda un nucleo di verità incredibile. Tanto spesso nella mia vita mi sono trovata a non stare bene, a vivere un momento di dolore. La cosa più vera, non è la profondità del dolore, le implicazioni che può avere nella tua vita, ma il vero danno che ti fa è che ti allontana dagli altri. Quando si sta male, cominci a non condividere più nulla con gli altri perché sei completamente ripiegato su te stesso, e quando sei troppo ripiegato, il mondo non esiste, esiste solo il tuo dolore. Però chi è abituato a mangiare solo dolore o a farci i conti, alla fine rimane solo. Il non poter condividere con gli altri è la forma più profonda del dolore. Io penso che in questa vita, la cosa più sensata e la cosa che ha più valore, sia la condivisione con gli altri, altrimenti diventa tutto assolutamente autoreferenziale e sterile. La bellezza di fare un disco è arrangiare un brano con gli altri, suonarlo con gli altri, lavorare insieme, andare in tour insieme. È quello che ti permette di essere contenta. Le persone che sono entrate in questo disco, l’hanno davvero vissuto insieme a me. Quella frase mi ha fatta riflettere molto perché quando stavo male, ero davvero più ego riferita e stavo male perché non riuscivo a relazionarmi con gli altri”.

Hai usato anche degli strumenti insoliti per questo disco.

“Il disco l’abbiamo prodotto di base io e Giovanni Imparato Colombre, giustamente su alcuni brani ci sono state altre figure che ci hanno aiutato. Vivendo insieme è stata un’esperienza che abbiamo potuto portare avanti quotidianamente. Questa contingenza ci ha permesso di fare un lavoro che non sempre riesci a fare. Ci siamo divertiti a inserirli degli strumenti, il principale che è quello che ha dato il sound al disco e poeticamente mi piace che sia protagonista, è l’omnichord. Ha una pasta sonora molto chiara e brillante, quasi paradisiaca. Vivendo in un posto verde e luminoso, volevo riuscire a mantenere dentro ai brani quella freschezza. Quel suono l’ho sempre associato a questa dimensione. Riuscire a mantenere l’aria è questo che ci ha ispirato per il sound”.

Alla luce di quel senso di aspettativa e di non aspettativa, di delusione e non delusione. C’è una donna che ti ha maggiormente ispirato questa determinazione femminile?

“Questo disco è stato molto ispirato da Emily Dickinson. Ho letto molte sue poesie. Ho tante eroine che si sono avvicendate, queste donne forti e volitive come Giovanna D’Arco, Santa Caterina. Tutte figure che hanno fatto della loro volontà un’arma per affermarsi. Questo disco è stato ispirato dalla Dickinson, una figura incredibile, che ha trovato un modo molto particolare per realizzarsi. Si è ritirata a vita privata più o meno da quando aveva trent’anni, non è più uscita di casa. Ha cominciato a scrivere, durante la vita ha pubblicato forse due poesie. Ha continuato la ricerca della sua visione, della sua scrittura in maniera molto disciplinata e seria, per tutta la sua vita e lo ha fatto in disparte. Si è tolta dalle dinamiche editoriali, sociali. Ha fatto una scelta radicale di estraneità e ha realizzato la sua vocazione. Ha fatto una scelta diversa, ha realizzato la sua visione in modo suo, raggiungendo delle mete altissime. È stata molto ispirante. A volte si cade nella trappola di dire che se non sono abbastanza visibile, non si può fare ciò che si vorrebbe. Penso invece che la tua ricerca personale, sia in primis tua e privata, appartiene a te, la ricerca valida. A volte ci si fa fregare dalle dinamiche per cui se non è visibile non è valido. È quello il nucleo. La Dickinson mi ha insegnato a stare concentrata sulla ricerca al di là di tutto ciò che può accadere, il feedback dal mondo esterno, tenendo il fuoco su ciò che stai facendo indipendentemente da tutto”.


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