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belle

di Emanuele Sacchi

Nono album, un obiettivo a cui molte band non si avvicinano nemmeno. Specie nel mondo dell’indie rock, volubile e modaiolo come e più del suo contraltare pop. Quanti si ricordano, senza ricorrere a Google, storie di 15-20 anni fa, gente come Veruca Salt, Lush, Belly, Levellers o Carter USM, per dire? Di solito a disseppellire qualcosa dal passato prossimo dell’indie ci pensa il video condiviso su FB del tipo-che-la-sa-lunga (e che spesso ci arriva casualmente, dopo aver cliccato sui più disdicevoli rottami pop-rock), altrimenti è calma piatta: troppo presto e troppo poco per risultare vintage. Tranne che per alcune eccezioni, tra cui i Belle and Sebastian e pochi, pochissimi altri. Autori di un indie-rock smithsiano con un pizzico di Nick Drake e di Felt – da subito culto e poi tendenza – che della loro fragilità hanno fatto un motivo di orgoglio e di rafforzamento identitario. Così simili ai personaggi di un film di Wes Anderson da far pensare a come sia possibile che tra tutti i loro flirt con il cinema d’autore non siano (ancora) passati di lì. Inconfondibili, unici e per questo durevoli, anche oltre lo hype, che li ha attraversati e incensati a cavallo del millennio, e la fuoriuscita dell’elemento più glamour e riconoscibile del gruppo, la bambola di porcellana Isobel Campbell.
Eppure nel 2015 si parla ancora di Belle And Sebastian. E di un album, Girls in Peacetime Want to Dance, che li vede più danzerecci che mai, senza che la svolta suoni artefatta e furba (prendi questo, Arcade Fire) e senza che venga meno la specificità del gruppo e del suo leader Stuart Murdoch, che in Nobody’s Empire regala un appassionante dramma autobiografico, come non capitava da The State I Am in.

Chris Geddes, uno che nel gruppo c’è dal primo giorno, senza che nessuno se ne sia mai accorto, seminascosto dalle tastiere, uomo ombra degli uomini-ombra, è l’uomo perfetto per svelare il segreto della formula Belle And Sebastian. “Il segreto della nostra longevità? – dice – Non saprei, forse il fatto di essere così in tanti ha aiutato. Non sono molti i gruppi che, pur perdendo tre elementi così importanti, sono rimasti comunque insieme. Abbiamo cominciato come gruppo di sei membri, espanso poi a sette e infine a otto. Poi abbiamo perso qualcuno per strada ma lo zoccolo duro della band è rimasto. Sicuramente quando abbiamo cominciato non eravamo fisicamente o emotivamente pronti a diventare un grande gruppo e forse abbiamo beneficiato di questo, del fatto di avere avuto il tempo di formare una nostra identità prima di finire sotto i riflettori. Qualche mese fa — il 31 ottobre, nda — abbiamo suonato al Pitchfork festival e abbiamo visto il concerto dei Jungle: siamo rimasti stupiti di come una band potesse mettere in scena uno spettacolo simile dopo solo un disco, specie se penso a come eravamo noi all’epoca di Tigermilk…”

ll vostro fascino in buona parte deriva da questa atmosfera di setta segreta, di gruppo di amici fuori dal mondo, con un linguaggio e dei riferimenti che sembrano un codice esoterico, noto solo a voi. Cosa spinge un gruppo così a rivelarsi all’esterno? Qual è il passaggio che lo porta a incidere un disco e a confrontarsi con un pubblico?

“Penso che quando incidevamo Tigermilk o If You’re Feeling Sinister fossimo fiduciosi delle nostre capacità, convinti che essere in una band fosse figo di per sé. In quella fase la dimensione del pubblico conta relativamente, contava più cercare di scrivere il nostro Forever Changes. Suppongo che in quei giorni l’idea di punto di arrivo fosse questo o i Lovin’ Spoonful o Simon & Garfunkel. L’interazione con il pubblico è sempre stata importante, naturalmente, ricordo ancora la prima volta che abbiamo suonato a Londra e abbiamo aperto per i Tindersticks. O quando arrivammo al primo concerto come headliner a Londra: prima di noi suonavano i Mercury Rev, era il periodo di Deserter’s Songs ed eravamo terrorizzati all’idea di suonare dopo di loro. Erano così diversi da noi e così maledettamente bravi. La nostra musica si è evoluta molto grazie all’interazione con il pubblico. Suoni ai festival e valuti le reazioni, capisci se il tuo pubblico ti vuole più melodico oppure no, che parti predilige. Questo ti condiziona forse ma ti avvicina a loro. In Girls in Peacetime Want to Dance credo ci sia molto di questo”.

Affidarsi a Ben H. Allen (Animal Collective, Gnarls Barkley) come produttore quanto ha influenzato il tiro dance di buona parte dell’album, da The Party Line a Enter Sylvia Plath?

“Ben Allen ha contribuito molto al sound del disco, aiutando qua e là con il drum programming, ma molte canzoni andavano già in quella direzione prima che ci mettesse mano Ben. Enter Sylvia Plath aveva già molte parti di tastiera, per non parlare di The Party Line. Credo che Stuart stesse già andando in quella direzione con queste canzoni e Ben era il tipo giusto per portare questi brani il più lontano possibile dal canone”.

La scrittura di Murdoch è ancora prevalente ma Girls mi pare un album davvero di gruppo, figlio di un’esperienza condivisa a livello creativo…

“Sì, Stuart ha scritto due terzi dell’album, ma The Book of You è di Sarah e così The Power of Three; Perfect Couples è opera dell’intera band anche se i testi sono di Stevie e The Party Line ha i testi di Stuart ma la musica di Bob”.

Perfect Couples è strana, frutto di un contrasto tra un testo ironico molto Belle And Sebastian e un pattern ritmico inconsueto, che sembra quasi provenire da My Life in the Bush of Ghosts di Eno/Byrne…

“Paragone interessante, ma anche se non c’è una vera matrice, allo stesso tempo ce ne potrebbero essere molte. L’attacco ritmico proviene dalla musica colombiana ascoltata durante l’anno e da Drumming di Steve Reich, di cui abbiamo visto un’esibizione. Un pattern lineare in cui poi si inserisce una pop song. Ovvi paragoni potrebbero essere Fela Kuti o cose simili. Eno e Byrne potrebbe essere interessanti così come la Tropicalia brasiliana, ma alla fine emerge sempre la natura di gruppo pop dei B&S”.

Anche il testo è molto divertente, non so quale fosse la coppia perfetta che avevate in mente…

“Dal punto di vista dei testi penso che molto di Girls sia serio e tutt’altro che spensierato, quindi ci sta particolarmente bene una parentesi di umorismo leggero come quella di Stevie”.

Nei testi di Nobody’s Empire e The Everlasting Muse ho trovato una sorta di continuità, come se una rappresentasse il passato e l’altra il presente di artista di Stuart… Nobody’s Empire affronta temi molto personali, è un pezzo stupendo ma davvero insolito per aprire l’album, una scelta molto forte.

“Penso che per molto tempo Stuart volesse aprire con Everlasting ma poi abbia cambiato idea sul primo brano. L’ordine che abbiamo mandato a Matador era questo e poi non è stato più cambiato, tutti pensavano che Nobody’s Empire dovesse aprire l’album”.

In The Everlasting Muse la Musa essenzialmente invita ad abbracciare il pop, quindi forse Stuart le ha dato ascolto in Girls, no?

“Invecchiando Stuart si avvicina sempre di più alla classicità pop, nel senso di Blondie o Abba, o ai primi Beatles, rispetto all’ultimo grido dell’indie più concettuale come poteva essere un tempo. Penso che ci sia sempre tensione nel gruppo perché non tutti vanno nella stessa direzione nello stesso momento: è ciò che rende il disco interessante ma è anche ciò che gli impedisce di avere una direzione univoca, chiara e definita. Tipico di Belle And Sebastian. Se pensi a un artista come Beck, lui riesce in ogni album a prendere una direzione chiara, anche se totalmente contrastante con il precedente”.

Mi piace che tu non abbia paura di parlare di pop per Belle And Sebastian, in un’epoca in cui il pop sembra dilagare e guilty pleasures insospettabili spuntano un po’ ovunque.

“In un certo senso ho vinto una mia resistenza, perché se chiami pop la nostra musica può sembrare che si parli di Lady Gaga o qualcosa di simile, dei talent show. Oggi il pop in teoria è quello, quindi ci sentiamo sempre frenati con la definizione di pop”.

Difficilmente un gruppo pop intitola un brano Enter Sylvia Plath, questo è certo.

“Stavo rileggendo i testi questa mattina, perché immaginavo che il significato di Enter Sylvia Plath emergesse nella nostra conversazione: è un testo fantastico ma non saprei dirti quale fosse il punto di partenza, in fondo temo di non averlo capito (risate, nda)”.

Parlando di posizioni poco comprensibili, non mi è risultato del tutto chiaro quanto ci foste e quanto interpretaste in merito al referendum per l’indipendenza della Scozia. Ho letto le vostre opinioni su The Quietus e ho avuto l’impressione che ci steste giocando un po’.

“Un po’ delle canzoni sono state scritte prima che la campagna per il referendum cominciasse, The Cat with the Cream parla soprattutto della crisi economica britannica. Probabilmente ci si aspetta un’opinione da noi per il fatto che ci occupiamo in qualche modo di cultura… Diciamo che sono dispiaciuto del risultato, ma il processo che un’intera nazione sia stata coinvolta su un tema del genere, che questo sia finito in agenda, mi pare comunque un fatto rilevante e non secondario”.

Con il cinema vantate da sempre un rapporto privilegiato, di recente Stuart ha anche debuttato come regista con God Help the Girl, che ha ricevuto critiche lusinghiere. Poi c’è la colonna sonora per Todd Solondz e mille altri progetti. Ho sempre trovato molte affinità tra il vostro universo e quello di Wes Anderson, penso che sareste perfetti per musicare un suo film. A volte mi chiedo come sia possibile che questo non sia ancora avvenuto. Ti piacerebbe partecipare a una colonna sonora per Wes?

“Non solo siamo grandi fan di Wes Anderson, Stuart è anche suo amico. Sarebbe fantastico probabilmente, neanch’io so dirti perché non sia ancora successo! Lavorare su delle colonne sonore è piuttosto difficile comunque, specie quando tutta la band è coinvolta, perché ognuno tira in una direzione e rischi costantemente di allontanarti da ciò che il regista vorrebbe. Meglio come esperienza solista, come Sarah che di recente ha scritto dei brani per un cortometraggio di Jon Ronson”.

Quel Jon Ronson, lo sceneggiatore di Frank? Adoro quel film, è uno dei miei preferiti degli ultimi anni…

“Sì, è fantastico. Jon Ronson ha scritto la sceneggiatura e la musica per Frank, basandosi sulla sua esperienza di vita, e ora voleva dirigere qualcosa da sé”.

Ma tra cinema e serie TV, se dovessi scegliere?

“Difficile, direi impossibile. Tutti abbiamo visto Sopranos, The Wire, Mad Men, Stuart è un grande fan di The West Wing… In questi giorni la Tv è allo stesso livello, suppongo, e inoltre permette di sviluppare i personaggi nel tempo rispetto a un singolo film. Ma mi piacciono entrambi, non ho una preferenza”.


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