• 142
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    142
    Shares

di Maurizio Narciso

Lubomyr Melnyk, classe ’48, ha vissuto tante vite. Pianista ucraino, ma nato in Germania, ha passato la propria gioventù suonando in Francia, arrivando ad inventare un linguaggio pianistico del tutto personale, la “continuous music” (o musica continua, che ad oggi non ha altri adepti/eredi), pressoché ignorata nei salotti europei – non venne fiutata l’unicità della sua poetica quando, per contro, si tendeva l’orecchio al minimalismo d’oltreoceano – salvo avere un riscatto, e tutta l’attenzione che gli è dovuta, soltanto in tempi recenti (nel 2013 lo mette sotto contratto la Erased Tapes e nel 2016 la Sony Classical).
La sua personalità è certamente ingombrante ma sincera, come quando ci confida: “sono un difettoso compositore di terz’ordine che crea una musica non ‘pura’, come quella di Bach, Mozart o Beethoven”; per poi proseguire sostenendo che la sua musica è “completamente contaminata dalla vita”. Eppure, quando parla della sua continuous music la paragona ad una “voce che viene dal paradiso” oppure ancora a “l’anima del pianoforte (…), che viene liberata in una canzone che canta all’umanità da un luogo che si trova oltre il tempo e lo spazio”. Potrebbero sembrare declamazioni sopra le righe, eppure queste sue parole hanno un riscontro fattivo rispetto ad un suono, il suo, che pare davvero parlare all’anima dell’ascoltatore, andando ben oltre la velocità di esecuzione, che è solo uno dei suoi attributi esteriori.

Queste storie, e tante altre, nell’intervista che segue; per capire cos’è davvero la “musica continua” ma soprattutto per comprendere un personaggio magnetico e imprescindibile della musica contemporanea (non solo) pianistica, che potremo vedere dal vivo il 25 maggio a Torino, in occasione della prima serata di Jazz Is Dead.

Mi piacerebbe partire dalle tue radici. Sei nato in Germania ma la tua casa è l’Ucraina. Che ricordi hai della tua infanzia?

Lubomyr Melnyk: “È molto strano guardare ai tempi della mia infanzia ora che mi sto avvicinando alla vecchiaia, da questa prospettiva. Non sono più dei ricordi, sono come pagine di un libro che ho letto, e, proprio come in un libro, sono legate strettamente alla sua fine, come se tutto fosse successo in un’ora, soltanto una… Questa è la vita, e anche questi ricordi, di appena un’ora fa, non sono ricordi, ma stanno accadendo in questo momento. Arrivano come una cascata di momenti meravigliosi, di fiori bellissimi che si distendono fin dove l’occhio riesce a guardare. Il tempo è delizioso, e ce ne mangiamo un sacco!”.

Quali sono stati i tuoi primi ascolti da bambino?

L.M.: “La prima musica in assoluto che ho ascoltato è quella di mia madre che cantava canzoni ucraine. Avevamo un pianoforte, e queste bellissime melodie ucraine vivevano semplicemente dentro di me, e credo lo faranno per sempre. Ricordo anche il primissimo LP che ho comprato: era una registrazione di un tipo di cui non conoscevo la musica, un tipo chiamato Fryderyk Chopin. L’ho amato così tanto! Ascoltavo ogni pezzo a ripetizione”.

Come ti sei avvicinato al pianoforte?

“Il pianoforte c’è sempre stato, fin dalla prima volta in cui ho toccato i suoi tasti, fin dal primissimo suono, così bello, paradisiaco… un mondo profondo e misterioso che mi chiamava, e che ha continuato a chiamarmi sempre, fino a diventare il mio respiro, la mia anima, il mio corpo”.

In gioventù ti sei spostato a Parigi. Che aria musicale si respirava a quei tempi? Se non sbaglio erano gli anni ’70.

“Ah, quei tempi! Era il periodo della grande rivoluzione del movimento hippie, e il mondo musicale era completamente in mano a compositori come Cage, Stockhausen, Xenakis, Berio e così via… L’intero mondo accademico, che ho vissuto per qualche anno, era completamente saturato da queste persone e dalla “new vision” che avevano portato in musica. È stata proprio questa nuova visione ad aiutarmi ad arrivare alla continuous music, che pensavo sarebbe stata accolta dal mondo come parte di questa novità, ma alla fine il tutto si rivelò nient’altro che una porta chiusa; oggi capisco che Dio, al solito, è stato molto saggio a chiudermi quella porta: se la mia musica fosse diventata parte di questa nuova visione, non le sarebbero cresciute le ali per volare fino al paradiso. Sarebbe rimasta intrappolata nei cassetti accademici e sarebbe morta nel nulla. Quindi sono grato che il mondo abbia rifiutato il mio ingresso nel suo salone d’onore”.

Infatti in questo periodo hai sviluppato un nuovo linguaggio pianistico, che ancora oggi rimane soltanto tuo. L’hai chiamata continuous music. Ce ne parli?

“Questa musica sarà sempre descritta in modo diverso, in ogni minuto e da ogni persona. Quindi se me lo chiedi adesso ti posso soltanto dire che in questo minuto la “continuous music” è la “voce del pianoforte”, e questa “voce” viene dal paradiso… è senza fine… e appartiene alla quarta dimensione. Questa è la “continuous music”! È l’anima del piano, e di tutti i tempi, che viene liberata in una canzone che canta all’umanità da un luogo che si trova oltre il tempo e lo spazio”.

Non si tratta solo di velocità di esecuzione, ma è proprio l’atmosfera “estatica” che riesci a comunicare con le tue note che spiazza l’orecchio. Quanto studio sull’armonia c’è dietro questo linguaggio?

“Hai decisamente ragione quando dici che non si tratta solo di velocità di esecuzione! La continuous music è automaticamente “estatica”, proprio come è automaticamente un movimento visibile delle dita sul piano. Ma è molto di più. La continuous music è l’unione del corpo dell’esecutore col pianoforte, in uno spazio immisurabile. È lo spazio occupato dallo spazio di ogni spazio assoluto, che non è visibile in questo mondo. In altre parole, è lo spazio dell’anima, e l’armonia è una parte importante di questo spazio. L’armonia è l’essenza di tutte le dimensioni, e l’armonia dell’esistenza è parte della continuous music”.

Quando ti ascolto mi viene in mente il movimento dell’acqua, come se si trattasse, per l’appunto, di “musica liquida”. E’ un’immagine con cui ti trovi d’accordo oppure no?

“Questa è una descrizione bellissima! È così accurata! È liquida in ogni modo possibile, dal suono al movimento delle dita sui tasti, al flusso del tempo, al flusso delle corde che compongono il pezzo, e al flusso dei disegni delle note che si riversano sul pianoforte. È tutta acqua. E l’acqua, tra l’altro, delle cose che esistono solo sulla Terra, è la più rara. Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui le persone finalmente si sveglieranno e la smetteranno di sognare questa stupidità alla Star Trek! Non c’è né acqua né spazio fuori da questo mondo, ed è arrivato il momento di cominciare a rispettare l’acqua, quel momento è veramente arrivato”.

Hai concepito la “continuous music” semplicemente d’istinto, oppure hai cercato consapevolmente un modo di suonare differente dagli altri?

“È una domanda molto interessante, è la prima volta che qualcuno me lo chiede. Bene, è semplicemente arrivata a me, un po’ come il primo respiro di un bambino nel mondo, è fuori dal nostro controllo! Quindi non è stato il desiderio “di essere diverso”, è arrivata semplicemente un giorno mentre stavo suonando”.

All’inizio hai trovato un ambiente ostile. Ho letto che il pubblico francese ti riteneva troppo classico per il mondo del mainstream ma pure troppo poco ortodosso per il mondo della classica. Ironia della sorte mi ricorda la storia di Satie, non trovi?

“Penso che il rifiuto della mia musica da parte del “mondo classico” e del “mondo del classico moderno” (rappresentato dal mondo accademico degli anni ’70 e ’80) fosse tanto inevitabile quanto una benedizione. Questa musica è la cosa più bella accaduta nel mondo del pianoforte dal giorno in cui Cristofori ha costruito il primo (in Italia, circa 400 anni fa). Se fossi stato ammirato e onorato dal mondo accademico e dei classicisti, sarei stato distrutto dalla loro debolezza e stupidità, il mio mondo musicale sarebbe rimasto seppellito sotto una montagna di inganni e invidie! Tutti questi “effetti collaterali” incastrati all’interno del mondo “classico” e “moderno”, avrebbero distrutto questa nuova meravigliosa musica. Quindi, per compiere a pieno la sua bellezza, la “continuous music” è dovuta rimanere libera dal mondo classico e accademico. Il mondo della musica classica è molto ben definito e non c’è veramente spazio per nulla di “nuovo”. Qualsiasi novità emerga, dovrà sempre crearsi un mondo per sé!”

Dall’altra sponda dell’oceano i minimalisti americani trovarono un terreno molto più fertile per le loro sperimentazioni. Credi che vi sia un punto in comune tra la loro poetica e la tua?

“In realtà no… non sono mai riuscito a entrare nel loro mondo, e loro non hanno mai mostrato alcun interesse nei confronti del mio lavoro. Perciò non ho avuto nessun contatto con i compositori americani, eccetto un incontro privato veramente sublime con John Cage che, a proposito, ha esercitato una grandissima influenza sul mio percorso verso la “continuous music”, visto che è stato lui a connettermi al mistico compositore tedesco che è stato il cardine della mia musica: non riesco a ricordare il suo nome, dopo 40 anni, e non sono riuscito nemmeno a trovarlo su internet, ma ho incontrato a New York – grazie a John Cage che mi ha dato il loro indirizzo – un piccolo gruppo di appassionati che lo seguivano, e queste persone hanno plasmato il mio percorso di composizione introducendomi a quest’uomo, la cui teoria musicale – cambiare una sola nota alla volta nel continuum di note – è diventata la base della mia stessa teoria compositiva. Era un “minimalista” europeo molto prima che il minimalismo fosse conosciuto in America! E ha influenzato interamente il mio modo di comporre da quel giorno in poi”.

Cos’altro ti ispira nella composizione? Intendo al di fuori dell’ambito musicale.

“Sfortunatamente non traggo ispirazione dalla “sfera musicale”, sono un difettoso compositore di terz’ordine che crea una musica non “pura”, come quella di Bach, Mozart o Beethoven. La mia musica è completamente contaminata dalla vita… la mia musica sarà sempre contagiata dalla vita… percossa con pietra e metallo dalla vita… la mia musica arriva dalla vita dell’umanità, passando attraverso sofferenza e sangue”.

Torniamo alla musica; tra il 2013 e il 2015, quando la tua discografia annoverava già moltissimi album, hai incrociato il percorso della Erased Tapes. Il tuo pubblico si sarà così allargato a coloro che non sono puristi della musica classica. Ne hai avuto sentore? Magari durante i concerti.

“Assolutamente! E la cosa migliore è che questo nuovo pubblico mi ha insegnato ciò che è veramente importante per la vita e in musica. Non sono i vestiti che indossi e non è la casa produttrice del pianoforte, non è nemmeno il prezzo dei biglietti o la qualità del vino che berrai dopo. È la vita, tutto ciò che è importante, l’eternità, Dio. Perché questi giovani sentono la musica non come una bella opera d’arte in un museo, ma come una porta che conduce verso qualcosa di meraviglioso e bellissimo, pieno di amore e vita”.

Sarai uno dei protagonisti del festival Jazz is dead 2018 a Torino. Cosa possiamo aspettarci dalla tua esibizione?

“Qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio. Non ho mai suonato a Torino, perciò non vedo l’ora di introdurre queste persone alle meraviglie della continuous music”.

Progetti per il futuro? Magari puoi svelarci qualcosa su cui stai già lavorando.

“Certamente! Attualmente sto lavorando a un nuovo lavoro che comprenderà sia il pianoforte sia componenti elettroniche e altri strumenti, forse pure un cantante. Il pezzo si chiama The end of the world. È stata una rivelazione, penso che probabilmente sia il mio lavoro più importante. Non per delle sue caratteristiche musicali o per delle particolari qualità, ma per ciò che significa. Credo che la continuous music raggiunga la quarta dimensione e ci porti lì con lei! È un luogo molto, molto importante. E The end of the world lo è altrettanto”.


  • 142
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    142
    Shares