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(Morphine – Cure For Pain, 1993 – Rykodisc)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Luca Minutolo

Gli anni 90 ci hanno regalato una marea ancora ondeggiante di band, solisti e relativi generi musicali il cui movimento refrattario bagna ancora buona parte delle proposte dagli anni zero ai giorni nostri. Carrellate di suoni e approcci innovativi tutti ben catalogati nelle vostre lucenti e intonse enciclopedie (online e non) del rock. Alcuni degli esempi più conclamati li abbiamo già affrontati proprio su queste pagine, alla ricerca costante del Sacro Graal del gusto musicale. Quell’elemento personale e riconoscibile che rende una determinata band riconoscibile tra mille. Caratteristica che non si insegna tra i banchi di scuola. Tantomeno frutto di ingegnosi studi di materia musicale. La teoria è bene lasciarla agli accademici. Qui invece vogliamo mirare alla carne. Dunque, se di puro spirito materiale si tratta, tirare in ballo i Morphine di Cure For Pain è un passaggio obbligato. Una condizione senza cui non potremmo parlare di questo tanto famigerato “Gusto della musica“. Pensateci bene. Riuscite a trovare una band che si avvicini minimamente al sound dei Morphine? E poi cosa potrebbero tirare fuori dal cappello tre musicisti divisi rispettivamente tra basso, batteria e sax baritono? Roba che alla sola idea farebbe impallidire qualunque purista della chitarra. Ecco, la chitarra. Quando ci si immerge nell’ascolto di Cure For Pain di chitarra non ve n’è assolutamente alcuna traccia. E l’elemento che rende più eccitante la faccenda, sta proprio nel fatto che della chitarra, tra i brani di Cure For Pain, non se ne avverte l’assoluta mancanza. Fattore fuorviante che smarrisce chiunque al primo approccio con la band di Boston. Ma partiamo dal principio. Cure For Pain è il secondo capitolo del trio capitanato dal basso modificato a due corde di Mark Sandman, e affiancato da Dana Colley al sax baritono e Bill Conway alla batteria, da poco subentrato al posto di Jerome Deupree.

Ogni elemento di questo triangolo blues ha la stessa angolatura e influenza sul sound dei Morphine. Mark Sandman tratta il suo basso come se fosse una slide guitar: “Ogni corda possiede tutte le note, quindi non ci sono limiti una volta abituati. Ho iniziato a suonare una sola corda perché era più semplice. Poi sono passato allo stadio successivo. Pian piano ho imparato a suonare la seconda. In quel momento ho sentito una sorta di pienezza” racconta Mark nell’intervista che trovate su Youtube qua sotto. Ma lui, a differenza dell’impostazione classica blues che il caso vuole, maltratta il suo strumento. Lo fa rantolare in una fanghiglia noise fluida, ma seccata sulla pelle ruvida dal calore graffiante del sassofono baritono di Colley. A trascinare questi due elementi, ci pensa invece la “batteria per due” divisa tra Deupree e Conway. Facile e immediato quindi individuare quale elemento riesca a fare la differenza. Le note basse e grevi del sax baritono leniscono o acuiscono il dolore a seconda dei casi. L’elemento versatile e che detta gli umori di Cure For Pain, e di tutto il Morphine pensiero.

Ecco, quello dei Morphine non è definibile in un semplice genere musicale, ma in una scuola di pensiero articolata sulle basi solide del blues. Si tratta quindi di un mood ben preciso. Caratteristico e irreplicabile. Lo stesso Sandman durante le interviste si divertiva a coniare una definizione diversa del proprio sound, bellandosi apertamente di tutte le sovrastrutture che il mestiere della critica implica. Da low rock, passando per “baritone-experience”, lambendo addirittura i confini del grunge implicito. Gioco beffardo che nasce dall’amplesso sinuoso tra blues e jazz per arrivare al nocciolo della questione. L’espiazione del dolore attraverso un rituale condiviso. Ma non pensate elaborate costruzioni spirituali. La cura di Mark Sandman è un medicinale senza controindicazioni. Non a caso, lui stesso introduceva ogni concerto dei Morphine con la celebre frase: “Siamo i Morphine, al vostro servizio”. La catarsi diventa dunque un processo universale. Una condizione comune da espiare con una celebrazione corale. Cure For Pain è in quest’ottica una messa salvifica. Il gospel della Generazione X. Un rito tribale aperto a tutti. Che si apre con l’atmosfera rarefatta di Dawna per sferrare il limaccioso incubo blues di Buena. Con l’emblematica I’m Free Now e la title-track Cure For Pain si manifesta in terra una pace divina e sommessa. Ma gli spettri sono sempre pronti a far capolino nelle tessiture noise di Thursday oppure nel jazz tormentato di A Head With Wings. Visione univoca di spiriti passati e rievocati nel presente continuo di Cure For Pain. Non una lezione per le generazioni a venire. Semplicemente, la presa d’atto di un dolore universale che solo il basso di Mark Sandman e il sax di Dana Colley sanno curare.



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