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(Black Flag – Damaged, 1981 – SST)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Mario Ruggeri


Dischi predestinati. Dischi che mutano il corso del destino. Perché se oggi parliamo di musica heavy, di punk, di hardcore o di evoluzione della musica estrema, gran parte di questo percorso lo dobbiamo alla nascita dei Black Flag a partire dal debutto (sulla lunga distanza) Damaged (1981). Non basterebbe una monografia per mappare le band che, nei trent’anni successivi, non siano ripartite dal concetto musicale di un disco epocale come Damaged, assorbendone sia le trame sonore che lo spirito irrimediabilmente oltranzista.
Il doom metal, ad esempio, la materia forgiata dai Saint Vitus che, rileggendo i Black Sabbath attraverso l’esperienza Black Flag, costruirono un genere musicale che diede profondità all’heavy metal. Gli stessi Saint Vitus che nel 1987, nel classicissimo Born Too Late presero in prestito Thirsty And Miserable proprio da Damaged e rallentandola, fecero scoprire la cupa disperazione del pensiero di Greg Ginn e Henry Rollins. O ancora il grind core, che i Napalm Death inventarono rendendo schizofrenico il riff di Rise Above. Con loro suonava Lee Dorian che anni dopo fondò la sua leggendaria e gloriosa etichetta: la Rise Above Records. Appunto.

Infine lo stoner rock nato ufficialmente dieci anni dopo Damaged con l’esordio dei Kyuss di Wretch. Lo stoner che di fatto fu la fusione tra hard blues e Black Flag: Josh Homme era un fanatico del gruppo di Ginn e lo dimostra il blues hardcore rutilante che apre proprio Wretch: Hwy 74. Dischi predestinati, dicevamo: dischi che prima ancora di nascere profumano d’immortalità. Henry Rollins più volte dichiarò la sua sorpresa nel prendere atto che Damaged fosse stato così influente e determinante per la scena musicale indipendente internazionale. Predestinati perché fu solo la censura alla prima edizione di Damaged per la Unicorn Records, che ritirò il disco dal mercato, e sfruttare la SST Records fondata da Greg Ginn qualche anno prima, che di lì a poco diede vita ad uno dei movimenti musicali underground più importanti del dopoguerra americano: SST che lanciò nell’empireo Bad Brains, Minutemen, Hüsker Dü, Soundgarden e Meat Puppets e che gettò le basi per l’ultima corrente rock generazionale dei nostri tempi: il grunge. Kurt Cobain adorava a tal punto Damaged da averci costruito attorno il suono asincrono, gutturale e doloroso di Bleach, l’album di esordio dei Nirvana. Nell’album successivo, il capolavoro Nevermind i Nirvana assoldarono l’ex Scream Dave Grohl che un giorno dichiarò: “Qual è stato il primo tatuaggio della mia vita? Il Logo dei Black Flag. Avevo tredici anni all’epoca“. Quattro barre nere create da Pettibon, fratello di Greg Ginn, a rappresentare una bandiera che ricordano la potenza di quattro pistoni di un motore a scoppio, come raccontato nel libro di Stevie Chick, Black Flag: I Pionieri dell’Hardcore. Potenza, energia, rabbia espressa e rilasciata.

Rabbia. Perché tutto in Damaged era rabbia. Incontrollabile, incandescente, pericolosa al punto da fare dei Black Flag uno dei passatempi preferiti della LAPD, la polizia di Los Angeles, che dedicò loro anni di particolarissime attenzioni. La rabbia di Damaged faceva paura. E i Black Flag la paura non la raccontavano. La generavano. Il loro esordio rappresentò una sorta di chiamata alle armi. Lo testimoniano i loro live show, autentiche rivolte popolari: pensiamo ai meravigliosi e sconvolgenti racconti del concerto milanese all’Odissea 2001 tramandati da Marco Philopat nella prefazione alla fondamentale e già citata biografia Black Flag: i Pionieri dell’Hardcore. In Gimmie Gimmie Gimmie, probabilmente la rappresentazione perfetta di ciò che furono i Black Flag, Henry Rollins cantava “Sitting here I’m a loaded gun Waiting to go off I’ve got nothing to do But shoot my mouth off” mentre Ginn cesellava una rasoiata di riff che erano la sua personale interpretazione di MC5 e Stooges, ma con un ingrediente segreto: l’immaginario visionario di Tom Verlaine. Già, perché i Black Flag di fatto furono il contatto sinaptico tra il sistema neuronale degli Stooges e quello dei Television, la scarica elettrica tra il polo negativo di No Fun e quello positivo di Friction .

Furono letteralmente i mandanti morali e materiali dell’hardcore. Six Pack ne era il prototipo: una linea di basso pulsante sulla quale improvvisamente si scatenava l’inferno di grida, velocità e controcori che fu il marchio di fabbrica dell’hardcore stesso. Una linea di basso alla quale qualche anno dopo i Fugazi si ispirarono per scrivere il loro inno: Waiting RoomHenry Rollins, Greg Ginn, Dez Cadena, Charles Dukowski e ROBO furono l’inizio di una nuova era. Il simbolo della prima generazione disillusa dal punk e schiacciata dall’inizio del capitalismo. La band in grado di veicolare una rabbia nascente e che per almeno un ventennio non trovò mai pace. Una band tanto dura e irreprensibile, tanto essenziale e radicale quanto intimamente geniale. Un gruppo che, nella sua essenzialità, riuscì a stravolgere qualunque regola costituita del rock rendendolo finalmente anarchico e imprevedibile. E Damaged ne fu la nascita e il codice morale.



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