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La morte di Chris Cornell è ancora una ferita freschissima e difficilmente rimarginabile, anche quando diventa ormai abitudine, soprattutto là, nel nord ovest, a Seattle – Andy Wood, Kurt Cobain, Layne Staley. Con parte della redazione di Rumore abbiamo deciso di selezionare alcuni tra i nostri brani preferiti o a cui siamo più legati. Non è una classifica, sia chiaro. Alcuni brani fondamentali sono rimasti fuori, ma questo è una sorta di tributo affettivo e personale per la carriera di Chris Cornell, che va dai Soundgarden, fa un brevissimo pit-stop coi Temple Of The Dog, riparte fulmineo sempre coi Soundgarden fino a fermarsi, per un po’. E poi il viaggio in solitaria a nome suo, quello coi nuovi amici (Audioslave) e il ritorno con la band della vita. Tutto questo fino al 17 maggio 2017, data del suo ultimo concerto al Fox Theatre di Detroit (qui i video dell’ultimo live). Qualche ora dopo Chris Cornell viene trovato senza vita nella sua camera d’albergo. Suicidio, ipotizza la polizia. Suicidio confermato, ci dirà l’autopsia successivamente. Si è stretto al collo delle fascette, lo stesso giorno di 38 anni fa, quando Ian Curtis pose fine ai suoi tormenti. Casualità o no, Chris Cornell è stato uno dei pilastri del rock alternativo degli ultimi 30 anni. Il nostro Andrea Prevignano lo ha ricordato così, e noi, memori di una copertina alla band di Seattle nel 1994 (intervista di Claudio Sorge al bassista Ben Sheperd) e della più recente intervista di Emanuele Sacchi a Kim Thayil, in occasione della ristampa di Ultramega OK sul numero di marzo 2017, lo ricordiamo così, con brani cantati, suonati o composti da lui. (Nicholas David Altea)

 
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(foto: Nicholas David Altea)

1. SOUNDGARDENRusty Cage (Badmotorfinger – 1991)

Ecco il caso di un pezzo scritto integralmente da Chris Cornell. Edito in quella terra di mezzo tra i primi passi del primo grunge e quello che i Soundgarden sarebbero poi diventati anni dopo. Cioè Badmotorfinger (1991), album che ebbe l’unica sfiga di uscire quasi assieme troppi mostri sacri del periodo: Pearl Jam, Nirvana, Red Hot Chili Peppers, giusto per dirne tre. La canzone ha quel mix di potenza vocale, tricologica, chitarristica, che rende perfettamente la spinta del suono Soundgarden del periodo. E quella voce, pure troppo bella (come il suo possessore, del resto) e “plantiana” per essere vera. Anni dopo, per la sua rinascita prima della fine, Johnny Cash ne realizzò una versione acustica, ancora più emozionante: era il 1996, l’album Unchained. Come dire: american epic. (Rossano Lo Mele)

2. SOUNDGARDEN – Tears to Forget (Screaming Life – 1987)

In quest’urlo disperato e furioso della durata di soli 2 minuti – atipico per i Soundagarden – c’è il primo e (forse) ultimo seme hardcore di Chris Cornell e compagni, cresciuti cibandosi (anche) di Minor Threat e Butthole Surfers. Testo compresso e old school dello stesso frontman ma musica scritta dal bassista Hiro Yamamoto e dal chitarrista Kim Thayil, co-fondatori del gruppo. Uscì per la prima volta in un demo del 1985 ma ufficialmente lo si ricorda in Screaming Life nel 1987 per Sub Pop e in seguito, ristampato nel 1990 in accoppiata al secondo EP della band, Foop (1988). Il fotografo Chris Peterson colse l’attimo, l’urlo e il sudore per decretare il dinamismo della copertina, pari solo a Superfuzz Bigmuff (1988) dei Mudhoney. Chris Cornell, in fin dei conti, era sul palco e voleva “solo” gridare: “Well I scream from life”. (Nicholas David Altea)

3. TEMPLE OF THE DOGHunger Strike (Temple of the Dog – 1991)

Se Andy Wood, compagno di stanza di Chris Cornell e progenitore di quello che chiamiamo oggi grunge con Malfunkshun e Mother Love Bone, non fosse morto di overdose nel 1990, quasi sicuramente non avremmo mai avuto i Temple of the Dog. E chissà se i Pearl Jam avrebbero mai visto la luce? Fatto sta che Cornell riunisce gli ex MLB (Gossard, Ament) insieme a McReady, Cameron (Soundgarden) e ad un californiano d’adozione (Eddie Vedder) per tributare l’amico scomparso. Di lì a poco quattro di quelli (Cameron solo moltissimi anni dopo entrò nella band) avrebbero inciso Ten col nome di Pearl Jam. Ma prima ci sono Temple of the Dog con questo unico e grandioso album. Il singolo Hunger Strike, scritto da Cornell, vede due voci inconfondibili e diverse, assieme. Frequenze vocali alte (Cornell) e basse (Vedder) che si amalgamano come per magia in un brano che all’inizio (parola di Chris) “sembra solo un riempitivo, nemmeno una canzone”. (Nicholas David Altea)

4. SOUNDGARDENThe Day I Tried To Live (Superunknown – 1994)

Inevitabilmente meno celebre di Black Hole Sun, compone assieme a Fell on Black Days la trilogia di imperdibili ballad lisergiche dell’album più super(s)conosciuto dei Soundgarden. Nel giorno in cui Chris è riuscito a uccidersi, resta da chiedersi se – effettivamente – sia mai riuscito a vivere. La canzone non è, come pensano molti, una potenziale lettera di suicidio, ma un desiderio di fuga dall’apatia intriso di speranza, una voglia di confronto col mondo esterno, reale. Qui dentro c’è tutto Cornell, l’alfa e l’omega. (Davide Agazzi)

5. CHRIS CORNELLPart Of Me feat. Timbaland (Scream – 2008)

O, se vogliamo, The Day I Tried To Rap. Ok, il rap c’entra fino ad un certo punto, se non altro per la  chiacchieratissima collaborazione col guru delle produzioni spaccaclub Timbaland quello, per dire, che ha praticamente creato da solo la carriera di Missy Elliott. Collaborazione che, dopo qualche remix, si è tradotta in un intero album: il disco è stato “rimbalzato” sia dalla scena rap che (com’era prevedibile) dalle vedove dei Soundgarden e dai rockers in generale: nonostante questo, resta il disco più venduto della carriera solista di Cornell. Qualcosa vorrà pur dire. (Davide Agazzi)

6. SOUNDGARDENJesus Christ Pose (Badmotorfinger – 1991)

Ho la “sfiga” di essere dell’80 e di essere stato troppo giovane per capire subito l’ondata di Seattle. Ma se c’è una cosa che non dimenticherò mai è la prima volta che sentii Jesus Christ Pose. Undicenne, ero da mia nonna e ai tempi capitava di girare su VideoMusic o MTV. Il feedback, la batteria tribale, il riff di chitarra ossessivo e poi quella voce che irrompe come uno squarcio. Non ci capii molto, ma a distanza di qualche anno, scoprii che quella voce e quel video in qualche modo mi avevano cambiato la vita. (Luca Doldi)

7. AUDIOSLAVE – Like a Stone (Audioslave – 2002)

Lo ammetto, cascai con tutte le scarpe nell’hype del supergruppo, ma il primo disco non era niente male secondo me, merito del suo contributo più che della band. Quello però era un vestito che gli stava già stretto ai tempi e i suoi dischi solisti, mai accolti benissimo dai fan, lo testimoniano. Like a Stone infatti è il miglior pezzo al suo interno e uno dei momenti più a fuoco ed emozionanti della sua carriera al di fuori dei Soundgarden, il cui testo riletto oggi fa venire i brividi. (Luca Doldi)

8. SOUNDGARDENMailman ( Superunknown – 1994)

Si dice che le vendite di Badmotorfinger siano state deludenti e così nel ‘94 i Soundgarden fanno tutto benino per diventare delle rockstar, con un disco pieno zeppo di singoli, gruva e melodie su cui MTV sarà costretta a buttarsi a capofitto. Così che il gruppo di Superunknown, al netto di un Cornell ispiratissimo e in parte come mai prima, è praticamente irriconoscibili anche solo rispetto a quello del disco precedente. Fa eccezione una traccia, la numero 4 in scaletta. È una specie di elseworld in cui nelle influenze del gruppo i Black Sabbath hanno sbaragliato gli Zep, e in cui Chris Cornell infila la linea vocale della vita. Si chiama Mailman, ovviamente non esce come singolo, e se lo chiedete a chiunque probabilmente non la metterebbe manco tra i primi dieci pezzi di quel disco. Per me è la miglior canzone della loro carriera. (Francesco Farabegoli)

9. AUDIOSLAVE – Wide Awake (Revelations – 2006)

Gli Audioslave pubblicano Revelations a gruppo praticamente sciolto, con una street cred ridotta ai minimi termini e nessun ascoltatore interessato al di fuori della fanbase di Virgin Radio. Dentro al disco c’è una canzone sull’uragano Katrina che si chiama Wide Awake ed è – ehm – il classico pezzo epico alla Audioslave con la voce di Cornell in libertà. Non sarebbe niente di che, ma succede che Michael Mann la prende (come già aveva fatto per una canzone in Collateral) e la usa per musicare una sequenza in Miami Vice, il suo miglior film, anno 2006. In quel momento finisce tutto magicamente al suo posto, gli Audioslave diventano per quaranta secondi la miglior musica possibile a questo mondo, e si consegnano alla storia appena prima di uno split annunciato. A riascoltarla oggi per la (ehm) milionesima volta suona ancora come il massimo trionfo dell’epica “manniana”, il monumento ad un’epoca di eroi ormai perduta e forse l’unica grande car song prodotta negli anni duemila. (Francesco Farabegoli)

10. SOUNDGARDEN – Superunknown (Superunknown – 1994)

Ovvero degli arabeschi chitarristici  di Kim Thayil e della precisione micidiale di Matt Cameron e Ben Shepherd. Ma soprattutto di Chris Cornell al massimo della sua potenza vocale ed evocativa. Il brano che da il titolo al loro disco più (a ben sentire) blasonato è anche il picco della potenza heavy che va ben oltre il mero steccato grunge. Rock assoluto che flirta con il lato più torbido e profondo dell’animo umano. Un Superunknown appunto, a cui non si riesce a dare nome e forma, ma che qui si palesa attraverso la voce di Chris a dir poco maestosa.”First it steals your mind, and the it steals your soul“. (Luca Minutolo)

CHRIS CORNELL – Seasons (Singles OST – 1992)

Per Chris Cornell i Led Zeppelin, ma soprattutto Robert Plant, sono sempre stati dei numi tutelari su cui formare la propria impronta. Qui, nella ballata che fa da colonna sonora al film generazionale Singles, si rifrange l’eco di Going to California sugli scogli frastagliati del grunge. Erosione lenta che lascia scivolare le stagioni una dopo l’altra. Lui Chris, cercando di fuggire dallo scorrere del tempo, osserva la sua immagine riflessa nello specchio. Qualcosa sta cambiando. Nella sua vita, così come in quella della sua generazione. (Luca Minutolo)


11. SOUNDGARDEN – Black Hole Sun (Superunknown – 1994)

Tante leggende intorno a questa canzone. Composta in 15 minuti, frutto di una giornata a guardare film horror. Ma musica e testo dicono una cosa: Black Hole Sun era quasi la richiesta di un’apocalisse. Ispirata, forse incidentalmente, all’Apocalisse di San Giovanni: “wash away the rain”. La pioggia sulla pioggia. La purificazione. La fine come inizio. Il blues nero del blues. Quasi una triste profezia. (Mario Ruggeri)


SOUNDGARDEN – Mood for trouble (Ultramega OK – 1988)

Il pegno agli eroi con cui si è cresciuti è una versione apocrifa di The Song Remains the Same. Un vortice da vecchio western che ingloba le sfumature della band: gli Zeppelin e i Sabbath, l’hardcore e l’oscurità, quel Nero che è sempre stato al loro fianco. In mezzo, una pausa di psichedelia oppiacea, poi la voce di Cornell, sempre a un passo dal fuori controllo, finisce col dire la verità dei 20 anni, “I wanted to be real/I wanted to believe/That I was not the only one alive“. (Gianluca Runza)


12. TEMPLE OF THE DOG – Call Me a Dog (Temple Of The Dog – 1991)

Più Pearl Jam che Soundgarden. L’altra faccia della medaglia, cioè, quella delle radici intese come terra e legno. In un suono americano, di quelle ballad di blues narcolettico e soul, tanto struggente quanto retorico, che erano la voce popolare dei ragazzi bianchi della provincia USA dei ’90. Forse l’ultima generazione che ha vissuto la droga come rifiuto, non come adesione ai modelli dominanti. Temple Of The Dog è l’omaggio a un fratello caduto, ad Andrew Wood dei Mother Love Bone. Trying to be safe from the cold. (Gianluca Runza)



13. SOUNDGARDEN – Head Injury (Ultramega OK – 1988)

Una linea di passaggio, certo, forse non ce la siamo mai filata troppo in un disco fatto di bombe come è stato Ultramega OK. Però chissà, ora. Quel “permanent damage” ora apre scenari inattesi, nei quali il giovane Chris a baci frecce colpi pugni non produce reazione. Mano sulla testa e nessuna risposta: il senso di fallimento che può prendere un adulto fatto davanti al proprio bilancio. (Fabio Striani)

14. AUDIOSLAVEYour Time Has Come (Out of Exile – 2005)

“Ho incontrato queste tombe ancora prima di nascere” . Si ha esperienza di distacco per dna, anche. È vero, il privilegio interiore è sapersi spiegare la malattia prima che possa nuocere davvero. Però la consapevolezza completa non lascia quasi mai il segno nell’arte, e quindi grazie per esser stato forte anche nel dire non so, non ho capito. (Fabio Striani)


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