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di Andrea Prevignano

Nel 1989 la stampa rock generalista americana scoprì i Soundgarden con due anni di ritardo rispetto alle fanzine del Nord-Ovest che avevano raccontato la nascita del fenomeno grunge. Quando chiesero a Chris Cornell di definire quel nuovo suono che stava contagiando il mondo rispose così a Sounds: “La nostra generazione ha ascoltato Sabbath e Zeppelin. Poi ha scoperto Black Flag e Butthole Surfers”. L’hardcore americano stava cominciando ad apprezzare le gioie del mid-tempo. “Nel 1984 ci eravamo tutti stufati dei Minor Threat” aveva aggiunto il chitarrista Kim Thayil.

Curioso gruppo, i Soundgarden. Il batterista Matt Cameron da San Diego, immagine da good guy californiano, il chitarrista Kim Thayil, figlio di genitori emigrati dal Kerala indiano, il bassista Hiro Yamamoto, seattleiano di discendenza giapponese. Quando arrivarono sulla scena, stracciarono l’immagine ariana e teutonica dell’hard rock che fino a quel momento aveva circolato su MTV. Bruce Pavitt, fondatore con John Poneman della Sub Pop, etichetta che li tenne a battesimo nel 1987 con il singolo Haunted Down disse ai tempi: “I Soundgarden costituiscono un nuovo paradigma”.

E poi c’era Chris Cornell, la stessa bellezza gus-van-santiana e conturbante di Kurt Cobain, e un’attitudine di poco meno distruttiva. “Chris rispose a un annuncio per un cantante. Quando arrivò nell’appartamento che dividevo con Kim” ha ricordato Matt Dentino (chitarrista, fondatore degli Shemps), Chris aveva 18 anni ed era punk. Aveva i capelli corti e lavorava come aiuto-cuoco in un ristorante del centro (Ray’s Boathouse)”. Fino a quel momento aveva suonato la batteria in alcune punk band. Hiro Yamamoto, con cui Chris strinse subito un forte legame di amicizia, all’inizio fu sospettoso. “Aveva una bella voce, ma ebbi la sensazione che avesse ambizioni da poser”. Quando gli Shemps si trasformarono in Soundgarden Bruce Pavitt intuì le potenzialità di Cornell. “I Soundgarden erano perfetti. Avevano un suono heavy, ma non erano una heavy metal band. Avevano un potenziale commerciale enorme, ce ne accorgemmo subito. Fu la prima band della Sub Pop a farci fare cassa”.

Chris Cornell (vero nome: Christopher John Boyle) era nato nel 1964 a Seattle in una famiglia borghese (padre farmacista, madre contabile), sviluppando un’inevitabile passione per i Beatles (che ritornerà prepotente soprattutto nella sua carriera solista). Secondo di cinque tra fratelli e sorelle aveva passato un’infanzia serena e un’adolescenza non facile a cavallo tra anni ’70 e ’80, quando le depressioni adolescenziali venivano curate a suon di Ritalin e barbiturici. La musica lo salvò, nel vero senso della parola. In un’intervista rilasciata a Mojo nel 2011 disse: “I Beatles erano tutto ciò che pensavo dovesse essere una rock band: la possibilità di cantare quello che volevo, come volevo, da pezzi sussurrati come Julia all’aggressività senza freni di Helter Skelter”.

Iscritto a una scuola cattolica, Cornell iniziò a dimostrare comportamenti ribelli e anti-dogmatici. “Dopo che i miei mi ritirarono, iniziai con le droghe e trascurai la scuola, mi diedi ad atti di vandalismo, piccoli furti.  A quei tempi avevo un aspetto piuttosto insignificante e innocente, e i professori non si accorsero di nulla, ma i miei compagni di classe mi dicevano: ‘Cristo santo, sei a pezzi’. Iniziai a bere, ma tutto rimase sotto traccia, sostanzialmente perché non combinavo grosse cazzate”. Poi la maggiore età, il punk, l’hardcore, il post-punk. La voglia di fare musica. “Alla metà degli anni ’80 Seattle non era solo hard rock, punk e chitarre fuzzy, ma c’erano anche un sacco di arty band che avevano come modelli Cramps e Birthday Party”.

Il resto è storia ben nota: l’incontro tra Kim Thayil, Bruce Pavitt e Jon Poneman (a dire il vero una vecchia conoscenza dai tempi in cui i due subpopper facevano i DJ alla radio KCMU di Chicago, ora la ben nota KEXP), l’idea di investire su un disco, Screaming Life EP, quello che avrebbe dovuto aprire le porte del successo all’etichetta e alla band. E così grazie ai soldi di Poneman e al know-how di Pavitt, l’avventura ebbe inizio. I primi quattro anni del gruppo, tra il 1987 e il 1991, sono gloriosi: l’EP Fopp, il passaggio alla SST nel 1988, necessario, considerate le maggiori risorse della label di Greg Ginn, e l’interessamento di semi-major e major come Slash, Epic e Geffen. La spuntò la A&M, allora appena venduta alla Polygram. E arrivarono nell’ordine: Louder Than Love (1989), Badmotorfinger (1991), Superunknown (1994) e Down on the Upside (1996), album che marcarono la presenza della band nello scenario del grunge rock e fruttarono più di venti milioni di copie vendute. La ballata Black Hole Sun, divenne un FM hit nel 1994. L’album omonimo dei Temple Of The Dog, progetto di Cornell con i futuri Pearl Jam (che fu un tributo a Andrew Wood dei Mother Love Bone) è ancora oggi uno dei dischi più amati di quell’epoca.

Nel 1996 la A&M versava in grandi difficoltà e il Seattle sound aveva esaurito la sua propulsione. Cornell stava da tempo spingendo per soluzioni meno heavy. La band aveva sempre patito i tour, e l’ultimo Down On The Upside aveva scontentato tutti: “grunge per adulti”, lo aveva definito qualcuno, senza accorgersi che nel frattempo la scena, sì, era diventata anagraficamente adulta. La carriera solista di Cornell, iniziata nel 1999 con Euphoria Morning, nonostante il titolo beneaugurante dell’album, partì in salita. L’album, dove Cornell guardò ai suoi miti Beatles, Jeff Buckley e Nick Drake, ebbe riscontri tiepidi. Il singolo Can’t Change Me si guadagnò un Grammy. “Volevo fare qualcosa di completamente diverso dai Soundgarden, e lo feci. Sentivo che non avrei potuto considerarmi un vero musicista se non fossi riuscito a imbracciare una chitarra e a guadagnare l’attenzione di qualcuno”. Da qualche tempo erano tornati i fantasmi dell’alcolismo cronico. Nel 2011 rivelò: “Il peggior periodo della mia vita in quanto a droghe e alcol fu attorno ai miei trent’anni. Rischiai di impazzire”. Evidentemente Cornell non ebbe spalle abbastanza grandi per reggere un vero urto solista. La parentesi più o meno felice dell’ibrido Audioslave, tre album tra il 2001 e il 2007, confermarono la vocazione di Cornell, più a suo agio evidentemente nella dimensione del gruppo. Il lungo periodo di riabilitazione lasciò prostrato Cornell. Gli Audioslave si sciolsero anche per questo.

Gli otto anni di silenzio discografico come solista, inframmezzato da sparute performance musicali per il cinema – la più importante You Know My Name, per il ritorno del remake bondiano Casino Royale nel 2006 – furono spezzati dal rientro Carry On, un buon album per cui però nessuno si strappò i capelli. La catastrofe arrivò con Scream, prodotto da Timbaland, un tentativo di commistione tra FM pop, black music ed elettronica che diventò un bersaglio facile per la critica, per i fan dei Soundgarden e per chiunque passasse da quelle parti. Trent Reznor (Nine Inch Nails) lo definì “imbarazzante”. “Ogni tanto me lo riascolto per intero” ha detto Cornell cinque anni dopo, “e nonostante tutte le critiche voglio bene a quel disco. Il tempo mi darà ragione”.

L’attrazione magnetica con gli ex compagni di viaggio Soundgarden, dà vita prima a un pugno di date dal vivo nel 2010 e poi a un album autoprodotto, King Animal (2011), che pochissimo aggiunge alla grandezza del gruppo. Nel 2015 l’annuncio: c’è una manciata di canzoni per un nuovo album. Poi notizie frammentarie. Alla fine di aprile di quest’anno la band fissa un tour estivo e rivela la pubblicazione di un nuovo lavoro per la fine dell’anno.

Ieri un tweet di Cornell: poco dopo le otto di sera Chris pubblica la foto del Fox Theatre di Detroit dove la band si sarebbe esibita poche ore dopo: “Detroit – finally back to Rock City!!!!”. Quattro punti esclamativi. Apparente gioia ed euforia. Quando l’hanno cercato, dopo lo show, lo hanno trovato esanime nella stanza dell’MGM Grand Detroit Hotel, con alcune fascette legate attorno al collo.

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(foto di Chris Peterson)

 

Delle tante immagini una rimane: quella che il fotografo Chris Peterson scattò nel 1986 al Vogue Tavern di Seattle a Cornell e ai neonati Soundgarden sul palco, e che divenne la copertina di Screaming Life EP. “Quella rimane la migliore fotografia dell’innocenza di quella prima scena, nata negli scantinati più bui di Seattle”.