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di Andrea Prevignano

Il 10 ottobre 2014 all’Init Club di Roma, poco prima di iniziare a suonare per non più di centocinquanta persone, Mika Vainio se ne stava in un angolo, sbocconcellando pizza da asporto da un cartone, solo, assorto in chissà quali pensieri. Una sensazione di mestizia prese quelli che lo riconobbero. Un amico lo invitò al suo tavolo e lui fu quasi sorpreso da quella gentilezza, e dopo una prima timida riluttanza tutta finlandese, si concesse una mezz’ora di chiacchiere raccontando di sé, della sua vita, delle sue occupazioni professionali extramusicali, della sua esperienza traumatica di lavoro in un mattatoio.

Poi, poco prima delle undici, incorniciato da una barbetta dannunziana e da una calvizie pronunciata (non proprio il normotipo suomi), salì sul palco. Nascosto da una postazione a torre e attorniato da groovebox, pedali e sintetizzatori analogici (assetto che volontariamente escludeva strumenti digitali), scolpì un set di rara potenza: le frequenze ultrabasse spezzate da glitch appuntitissimi, gli oscillatori impazziti crivellati di beat grassi e generosi, e tutta quella musica, fragorosa a volte, a volte fuori dallo spettro dell’udibile, veniva risucchiata da silenzi improvvisi, durante i quali nessuno si azzardava – cosa davvero strana negli ultimi tempi – a fiatare. Quel pubblico, non eccezionale per numero, uscì con la sensazione di avere ascoltato un fuoriclasse.

Il refrain, tra gli affezionati, era sempre lo stesso da almeno quindici anni: speriamo non sia l’ultima volta. Perché Mika Vainio è sempre stato accompagnato da voci insistenti riguardanti la sua salute, il suo stato psicofisico, la sua dipendenza da questa o quell’altra sostanza, la sua propensione agli abusi alcolici. Negli ultimi anni voci si rincorrevano di un Vainio sempre più in difficoltà. Fino dai primi passi nei Pan(a)sonic insieme a Ilpo Väisänen si è raccontato degli eccessi di Vainio, delle tante date cancellate all’ultimo momento, delle sempre crescenti difficoltà dell’uomo a gestire la sua vita e la sua attività live. Cosa che non pregiudicava la sua estrema precisione delle sue produzioni, e la sua bravura, la sua misura e il suo controllo sul palco. Né la sua prolificità: con i Pan Sonic, da solista, nelle mille collaborazioni e celato dai suoi alias Ø, Philus e Kentolevi.

Mika Vainio, nato nel 1963 a Helsinki, e poi trasferito nella vicina Turku, racconta di essersi avvicinato alla musica più consapevolmente nel 1979 dopo avere ascoltato il primo, insuperabile album dei Suicide in un negozio di elettrodomestici che conservava piccole forniture di dischi. Allora sedicenne, mai avrebbe immaginato che un giorno, vent’anni dopo, avrebbe suonato e registrato con Alan Vega. Quell’incontro casuale con la musica del duo synth-punk newyorkese avrebbe segnato l’intero percorso di Vainio. Nel personale pantheon di Vainio iniziarono a trovare posto Throbbing Gristle, Swans, Test Dept. e Coil. Gli Einstürzende Neubauten suonarono ai primi di ottobre del 1984 a Helsinki nello storico centro sociale Lepakko. Vainio e la sua band, i Gagarin Kombinaatti, rimasero fulminati dall’approccio industriale dei “geniali dilettanti” e a loro si ispirarono pesantemente.

Gli Psychic TV, il mondo acid house e quello della cultura rave lasciarono il segno sulla formazione musicale di Vainio, che alla fine degli Ottanta faceva parte del collettivo Hyperdelic Housers. Nacque dai primi esperimenti techno e house l’idea del duo avant-techno Collective 9 insieme a Pertti Grönholm. Tra gli Housers Vainio trovò l’ideale partner di scorribande elettroniche, il coetaneo Ilpo Väisänen, proveniente da Kuopio, e parte degli Ultra 3, gruppo di improvvisazione radicale. Nel 1993 i due cementarono l’idea dei Panasonic (dal 1998 Pansonic dopo una vertenza con l’omonima azienda), e la Sähko, etichetta elettronica di Tommi Gronlund e Vainio, li tenne a battesimo nel 1994 con un EP omonimo.

Nacque con il primo album su Blast First, Vakio (1995), e con il secondo, Kulma (1996), l’incontro apparentemente impossibile tra la Detroit techno di Cybotron e la musica industriale dei Throbbing Gristle. Nel 1998 la collaborazione con Alan Vega: due generazioni feroci a confronto su Endless. Dal 1999 con A e dall’anno successivo con Aaltopiri, i Pansonic alzarono il livello dello scontro abbandonando la guida ritmica dritta per soluzioni più glitchy, pulsazione interrotta, uso di droni, dando vita a un elettronica astratta, scomposta. Complice della svolta Jari Lehtinen, sorta di terzo Pan Sonic, il liutaio elettronico del duo che customizza synth e oscillatori, contribuendo a forgiare un suono unico.

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A fine millennio Vainio inizia a guardare all’elettronica colta del Novecento, a Pierre Henry, a Pierre Schaeffer e alla musica concreta, a Bernard Parmegiani, ad Alvin Lucier e agli istituti di fonologia europei. La fame bulimica dei Pan Sonic trova sfogo nel quadruplo album Kesto (234.48:4), summa stilistica della band. Katodivaihe (2007) e Gravitoni (2010) asciugano ancora di più l’arte sub bass/glitch del duo. Poi lo scioglimento consensuale, cui fa seguito il live postumo, il durissimo Oksastus (2014), registrato dal vivo nel 2009 a Kiev, Ucraina, e nel 2015 il non meno aggressivo Atomin Paluu, colonna sonora di un documentario sulla costruzione della centrale nucleare finlandese Olkiluoto 3.

La carriera solista di Vainio è ricca di collaborazioni, con Fennesz, Peter Rehberg, Charlemagne Palestine, Kevin Drumm, John Duncan, Stephen O’Malley, Keiji Haino, Joachim Nordwall; e di album, a partire dal trittico su Touch: Onko (1997), Kajo (2000) e In the Land of the Blind One-Eyed Is King (2003). A volte Vainio si muove all’interno dei cerchi concentrici della perturbazione dei Pan Sonic (come nel caso di Revitty, 2006), a volte su territori più astratti e scoscesi, come nei casi di Time Examined (2009), Fe₃O₄ – Magnetite (2012), e Kilo (2013). Con la sigla Ø tra il 1994 e il 2013 ha pubblicato album che lo stesso Vainio ha definito “più atmosferici, più raccolti, ideali alla narrazione dei sentimenti”: una sorta di contraltare riflessivo della sua produzione in gruppo. Il debutto Metri (1994), Kantamoinen (2005) e l’ultimo Konstellaatio (2013) marcano l’evoluzione del Vainio solista.

In queste ore i social network degli amici e dei musicisti che l’hanno conosciuto, o che hanno suonato con lui, hanno iniziato a gonfiarsi di messaggi di cordoglio. Pharmakon, Stephen O’Malley, Alva Noto, Zola Jesus, Modeselektor hanno salutato Mika Vainio riconoscendo in lui un punto di riferimento assoluto della musica elettronica. Le parole più giuste, quelle di Holly Herndon, nome di spicco dell’ultima generazione dell’elettronica non allineata: “Mika Vainio aveva un talento unico. Avresti potuto studiare nel dettaglio quello che era capace di fare, ma nemmeno tentando un milione di volte saresti riuscito a replicarne la potenza emotiva”.


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