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Viridanse Foto 1

di Stefano Morelli

L’antecedente incontro coi Viridanse giusto tre anni fa, per opera del collega Nicholas David Altea, permise un necessario ripristino della memoria rispetto a una storia che ha visto il combo alessandrino distinguersi nel novero della new wave italiana degli ’80. Ciò che ci spinge oggi a focalizzarne nuovamente il sentiero è una spiccata propensione sia verso una coerenza attitudinale rimasta immutata, specie nel modo di concepire l’arte come primeva manifestazione del sentire umano, sia nei riguardi di una ricerca estetica più che mai trasversale: capace in sostanza di oltrepassare la traccia del credo formale (il post punk da un lato e il gotico tinto di progressivo dall’altro) grazie all’integrazione di ulteriori linguaggi correlati alla simbologia creativa (volendone citare un paio, il potere figurativo di De Nardis e Aeno China nonché la più recente esplorazione sul fronte dell’avanguardia teatrale).
Hansel & Gretel e la strega cannibale arriva dopo due lunghi anni di gestazione da Viridanse (la resurrezione del 2015, non a caso fu scelta l’omonimia nel titolo) e ci presenta una formazione che del concetto di progressivo coglie le necessità più ardite. Contempla, nel merito, una visione che dalla scuola italica (ma non solo) anni ’70 giunge ai confini algidi del post black contemporaneo, rivelandosi consapevole di quanto tale simmetria abbia rintracciato nel gotico dell’ultimo ventennio un baluardo (pensate solo a capitoli come Elizium dei Fields of The Nephilim o alle radici sonore insiste nelle configurazioni di Peter Steele dei Type O Negative) rispetto a quelle stesse formule abbozzate dai nostri (lo s’intenda rispetto a ciò che sono ora) ai tempi di Mediterranea.
Ecco, (ri)aprire lo scrigno dei Viridanse significa più che mai, in tempi di anemie dai diversi colori, intraprendere un viaggio che conceda nuovamente senso alla costruzione, al passaggio, alla necessità naturale di evolversi senza far ricadere la traccia dell’arte nella trappola utilitaristica del tempo. Per questo è giunta la fiaba a declamarne i rintocchi, si tratta di una continuità che ha come tramite la resilienza. Ne parliamo con Flavio Gemma e Gianluca Piscitello.

Flavio, da dove è nata l’esigenza di riprendere il tema fiabesco, e in particolar modo uno dei centrali concepiti dai fratelli Grimm?

In parte abbiamo rintracciato in esso uno strumento di denuncia e rivelazione sullo stato delle cose, al di là della sua originaria accezione pedagogica. Se ci pensi bene la strega è cannibale, non cattiva. Da sempre è così. Ma soprattutto: chi interpreta davvero questo ruolo? L’idea mi è venuta guardandomi intorno, osservando lo stato di cannibalismo imperante a ogni livello: culturale, ambientale, politico, sociale, enogastronomico (le trasmissioni televisive con tanto di chef manager-dittatori), che rende oggi anche Hansel e Gretel potenziali cannibali, avidi di marzapane socio-culturale. Non esistono vittime e carnefici ma solo chi può mangiare di più, ovviamente quando ciò tocca la sfera esistenziale diventa cannibalismo. Tutto sommato ricorda la metafora metacinematografica dei film splatter anni ’70, come nel caso di Deodato. Si tratta di un messaggio di rivolta a tutto ciò ma allo stesso tempo invita a prendere coscienza della propria e altrui vita: siamo tutti interdipendenti e questa è la nostra ricchezza.

L’album concede un sentiero oltremodo caleidoscopico e alchemico, molti sono i codici che si alternano e si scambiano ma un aspetto è centrale, sotto il profilo sonoro: l’abbraccio tra l’hard rock & il progressivo anni ‘70 e il post black scandinavo mediato dall’espressionismo gotico.

Già, pulsa una sorta di nobilitazione in tal senso, quasi una volontà di dimostrare come quei codici siano stati, e siano ancora oggi, luoghi di evoluzione del sentire (come nella tradizione sinfonica, specie quella romantica e d’avanguardia). Nel processo creativo delle composizioni siamo stati influenzati dagli ascolti che abbiamo sempre amato, dico influenzati non plagiati, e sia il prog italiano sia l’approccio di certa musica scandinava sono evidenti.

Alcuni nomi imprescindibili per questo viaggio?

Beh, sono parecchi (sorride), ma virali restano senz’altro Area, Goblin, Balletto di Bronzo, Sensations’ Fix, per i ’70 italiani, Oranssi Pazuzu, Enslaved, Katatonia, Leprous, Melvins, Can, Trails of Dead, At The Drive In e Ihsahn, per ciò che riguarda il fronte estero.

A proposito di Norvegia, Ihsahn in tempi non sospetti parlò di esperienza rispetto alla creazione musicale.

Perfetto, nulla da eccepire sull’esperienza. Ogni cosa che facciamo, pensiamo, creiamo è esperienza, anche inconscia o arcaica, del nostro vissuto. Direi più propriamente esperienza come evoluzione del sentire, del vivere: azione continua e dinamica che ci tiene sempre in tensione positiva.

Quanto è stato importante l’incontro col teatro nel generare una nuova percezione di spazio rispetto alla vostra genesi artistica, oltre al modo di concepire il ruolo dell’arte come arma di trasformazione del reale e della sua percezione?

Senz’altro ha rinforzato ulteriormente in noi l’idea di sperimentazione progressiva, proprio perché anche lì ogni voce è strumento, è esperienza, segno. Quello del teatro è un pallino che coltivo sin dalla stesura iniziale di Hansel & Gretel, mi piacerebbe tantissimo far coesistere le musiche con l’interpretazione, sperimentale, del libro. Ecco perché è nata l’idea della pièce recitata in coda al brano, nel video omonimo. La scelta della location presso il Teatro Comunale di Alessandria è sorta di conseguenza. L’idea del video era quella di riprendere le nostre registrazioni ‘live’ alternandole alle sequenze dove Aeno (la pittrice che insieme ad Antonio de Nardis curano l’artwork), strega ispiratrice, dipinge su tela un strana presenza. Il tutto è reso in bianco e nero da Alessandro Magagna, il nostro stregone delle immagini.

Nella title track si fa riferimento a “Il falso ideale di un dolce mondo nuovo” (che evoca sì Huxley ma anche Orwell e il Carpenter di They Live), inoltre emerge la simbologia degli specchi/vetri quali ‘castelli dell’illusione’ a ridosso della preghiera del protagonista: “Ditemi che mi posso fidare, ditemi che è reale”. State parlando della nuova droga/oppio contro cui combattere? Della follia indotta (e non poetica) come nuovo controllo?

Flavio Gemma: Azzeccato! Pensa anche a quante costruzioni in tal senso: uffici, scuole, banche, agenzie, centri di aggregazione di ogni genere. Bisognerebbe chiedere a Gianluca la conferma, ma credo sia proprio così. Tra l’altro, hai citato due letture indispensabili per la crescita basica dell’antagonismo, oltre a una visione, quella di Carpenter, che continuo a citare da sempre. Il nuovo marzapane, il nuovo stato sociale che tende al totale soddisfacimento dei bisogni istintivi, Cannibal Holocaust appunto.

Gianluca Piscitello: Più che di follia come forma di controllo oserei dire che è un’accurata e lucidissima opera di distruzione delle masse. Tutto ciò che luccica e che è dolce, inteso come specchietto per le allodole. Ci attirano in una trappola ben congegnata, in sostanza, e ci danno tutto ciò che è necessario per non pensare. Il grido del protagonista si origina dal fatto che non esiste più nulla su cui fare affidamento, è un grido disperato e distorto.

Ma pare qualcosa di più fisico stavolta. Non si tratta solo di velo, di occultamento formale/illusorio/materiale (non è solo Samsara), voi evidenziate qui il germe nel cibo (in senso lato, tutto ciò che dovrebbe essere nutrimento e amore): è qualcosa che si tocca, che è vivo, pulsante, subdolo, o sbaglio?

La vita stessa è nel mezzo, cioè comprende inevitabilmente sia l’aspetto materiale che quello spirituale. Così è l’universo come tutto ciò che ne fa parte, anche io e te siamo materia e spirito. Quindi si tocca, si vive. Ma non userei il termine subdolo, semmai cannibale… è il germe, senza accezione positiva o negativa, è il linguaggio stesso: ‘language is a virus from outer space’, diceva zio Willie (Burroughs).

Il cannibalismo e il male sono reazioni generate dalla semplice incomprensione e dall’arroganza della presunzione? Parlo di chi consuma, della mostruosità goyana di Saturno che divora i suoi figli, non di chi crea e genera la consumazione.

Purtroppo stati vitali esistenti come l’avidità, l’arroganza, l’istintività, i cosiddetti mondi bassi, oggi sono portati all’eccesso collettivo e rendono insaziabile la parte bassa del nostro vivere. In questa maniera non avremo ammortizzatori per la nostra caduta culturale, ambientale ed economica. Stiamo facendo terra bruciata e l’idiotismo è diventata la prima causa della nostra presenza su questo bellissimo pianeta azzurro, ma non deve essere necessariamente così.

La madre ‘matrigna’ società che ti nutre e non ti sfama/ la madre materna a cui tornare. La questione del femminino violato e schiacciato come l’inserite in questo contesto? E’ singolare tra l’altro che l’album abbia 7 movimenti quanto i chakra e il femminino generatore stia ai vertici: la Madre Terra, rossa e floyd-satyriconiana, ai piedi, e La Strega, violacea e arcturusiana, alla testa.

Grazie anzitutto per i paragoni, davvero. No, non c’è l’idea del femminino violato, non ci sono Graal. La ‘madre matrigna che ti nutre e non ti sfama’ indica le condizioni poste da sempre dai cannibali affamati di potere, oggi identificabili più che mai nelle multinazionali, nelle banche e nei poteri occulti. Da oltre un secolo stiamo basando l’intera esistenza sul concetto di economia e potere, se non hai soldi e visibilità non sei nulla. Questa è palese antropofagia, perché l’essere umano, contrariamente a quello che accade, è nobile e prezioso fin dalla nascita e va rispettato e tutelato, nessuno escluso. Cosi come la sua vera madre: la terra e il suo ambiente.

Arkham, che è anche il nome della città immaginaria creata da Lovecraft, ha un’andatura spiccatamente zeppeliniana e si apre in un crescendo prog post black dai ricavi emperoriani. Qui si afferma la necessità di ‘guarire oltre che di uscire’, quasi si trattasse di uno sviluppo d’intenti rispetto a Disordine. L’ignoto è un viaggio inevitabile per l’eroe, per varcare il nuovo e tendere a una libertà, e pare esserci un’ulteriore contemporaneità in questo, penso ai migranti e – di riflesso – alla stessa Immigrant Song.

FG: Gianluca come Robert Plant? Intendo nella scrittura del testo…non dirglielo altrimenti mi tocca esorcizzarlo! (ride). In effetti c’è una continuità rispetto all’idea del testo di Disordine, brano del nostro precedente lavoro, ma in questo nuovo processo musica e testi hanno riscontrato una crescita in consapevolezza e chiarezza. Per questo abbiamo avvertito la necessità di chiedere supporto, in fase di registrazione e produzione, a Lorenzo “Lorenzer” Stecconi dei Lento e collaboratore di Zu e Ufomammuth. Nel disco è il sesto elemento e lo ringraziamo ancora tantissimo. Lovecraft?! È una passione comune da sempre (vale anche per Antonio de Nardis e le sue opere pittoriche lo dimostrano) ma in questo caso, come per le altre citazioni dal solitario di Providence, abbiamo usato l’ispirazione per collocarla in un contesto di critica e proposta. Leggete buoni libri, consiglio i noir o le opere di John Connolly, Arthur Machen e gli incubi marini descritti da Hope Hodgson, e ascoltate la musica indipendente, questo può essere un buon inizio umano.

GP: In Arkham ho provato a rendere metaforicamente un apologo dell’ignoto. La minaccia oscura che arriva, parafrasando appunto Lovecraft, dagli ‘sconosciuti golfi di tenebra dove le cose non sono come qui’. Quindi l’ignoto come soglia da varcare per raggiungere la libertà e per scappare dalle paure dettate dalla non conoscenza e dall’ignoranza, oltre che dalla violenza. Tutto ciò che non si conosce fondamentalmente genera paura.

Il passo de Le Montagne della Follia è un momento che mi ha ricordato simbolicamente la figura del Matto dei Tarocchi: qui è palese l’invito ad oltrepassare i limiti dell’illusione, delle proprie gabbie mentali e non (il ghiaccio/il freddo), per ritrovare un senso e modificare il reale. Tra l’altro molto legato all’elemento acqua a livello percettivo, benché sia il primo momento dove si inizia a parlare di ghiaccio. Accogliere Isa è una strada per uscire?

Il ghiaccio mi fa paura ma, al contempo, mi affascina. Il ghiaccio è conservazione ma lo trovo esasperatamente un elemento dinamico e in continuo mutamento. Se oltrepasso i miei limiti illusori lo vedo così, lo percepisco in questo modo. Parimenti ogni cosa, ogni situazione-evento, posso percepirla oltre la sua apparenza standard. Possiamo andare in profondità nei significati. Ci vedo un’analogia con lo Jodorowsky de La Montagna Sacra dove il trasmutare è necessario per riaffermare/scoprire il proprio reale, per pervenire all’oro. Trasformare per guarire, cioè rivitalizzare, guardare avanti, per non essere divorati dall’interno e dalle nostre oscurità, e non diventare noi stessi cannibali.

La Scomunica è la reazione di un sistema di potere/pensiero rispetto alla visione del ribelle, alla verità del luciferino (inteso nella sua etimologia). La storia ci ha dato molti esempi in questo senso, penso nell’immediato a Giordano Bruno. Scomunica è anche il brano che rilegge con assoluta originalità l’idea gotico progressiva dei Type O Negative. Come mai tale scelta? Da dove trae origine la necessità del fuoco per contrastare la ‘verità del reale’?

FG: La scomunica è fatta per i saggi che si oppongono ai poteri forti e meschini, e tutti dovremmo diventare saggi a nostro modo, è un diritto, cosicché i poteri forti non saranno più né poteri né forti. L’attacco finale della cassa che procede con una pulsazione che ricorda quella del cuore è il motore espresso da Erik Nalin, il vichingo, il nuovo elemento dietro le pelli indispensabile per il progetto creativo del disco. La doppia cassa finale è il simbolico abbattimento delle mura, quelle create dai dogmi religiosi e non. Scomunica sarà il nostro secondo video, un brano che mi ricorda l’incedere di carovane nel deserto dove Enrico attacca con chitarre dall’incedere sciamanico, come d’altronde è nel suo stile, e Gianluca officia un potente canto per il diritto alle libertà.

GPi: Molti dei miei testi nascono da riflessioni personali e da un certo modo di approcciarsi alla spiritualità che è in antitesi rispetto all’eredità cattolica. Parlo di un ritorno alla spiritualità personale, individuale, meglio a una interiorizzazione di essa. Un contatto sempre più profondo con l’unico dio presente in noi. Da qui uno scontro sofferto, a volte amaro, con le credenze religiose e soprattutto cattoliche che, a mio parere, più di altre tendono all’annullamento del libero pensare e sentire. Conflitto che nel precedente album era incarnato da Credi e qui si ripresenta in particolare con Scomunica.

In Aria si ripresenta una cifra gotica vicina a Fields of The Nephilim e Killing Joke – quasi una sorta di ponte formale che si concilia poi con la natura dark wave de Il Grande Freddo – atta ad accompagnare una tematica che tocca l’induzione presente nella società attuale. Mi riferisco alla sensazione del crollo tipico di questi tempi, al Kali Yuga. L’Aria sinistra a cosa l’imputate esattamente?

FG: Il crollo certo, ma inteso come un rialzarsi fascinoso e sensuale, voluto e chiamato, ad una realtà dove gli elementi naturali devono essere amati, capiti e rispettati. Ecco perché i nostri titoli sono elementali. Le scie chimiche non c’entrano, piuttosto ci interessa evidenziare il senso della fascinazione e del meraviglioso. L’esperienza utile la crei solo se hai la cultura e la capacità per aprirti agli eventi naturali: sentirli e capirli. Questo è il mistero, al di là delle allegorie demoniache e/o angeliche, del percorso umano.

GP: Ci premeva insistere sulla contrapposizione tra elementi più ‘concreti’ e l’impalpabilità dell’aria, impossibile da fermare, da catalogare, per certi versi da controllare. ‘Troppo fragile per reggerne il peso’ è una delle frasi cruciali del brano, si entra espressamente nel segno del Kali Yuga. Questo periodo oscuro, dominato da profonde paure, insicurezze, pochissime concessioni alla spiritualità, e dove anche un elemento come l’aria diventa pesante da sopportare. Ergo, l’incapacità di rinascere attraverso le cose più semplici.

Il sesto brano nella sua tempesta onirica pone forse la problematicità di fondo: la maschera del Mostro e l’incapacità di distinguerlo. L’innocenza del fanciullo, quella esaltata anche da Pascoli, è ancora salvabile?

Credo che l’innocenza, se troppo esaltata, possa diventare a sua volta l’aspetto cannibale delle cose, una sorta di specularità al rovescio. Per tale motivo Hansel, Gretel e la Strega, sono parte dello stesso aspetto, sta al saggio capire la giusta armonia sapendo che anche la disarmonia è utile al tutto.


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