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suede

di Elia Alovisi

Quello dei Suede è stato un ritorno in grande stile. A differenza di loro coetanei persi in eterne riproposizioni delle loro formule originarie, la band di Brett Anderson è riuscita nell’improbabile impresa di uscirsene con un album – Bloodsports, che ha ormai compiuto tre anni – che non cercava di catturare le atmosfere che li avevano resi grandi ma le sostituiva con un approccio più maturo, sia a livello sonoro che lirico. Anderson si destreggiava tra decadenza ed eleganza mentre la band cercava di sviluppare trame sonore che non facessero partire paragoni con l’onnipresente fantasma di Bernard Butler, chitarrista-prodigio che lasciò il gruppo poco dopo avergli dato quella che sarebbe stata la sua unicità.

Night Thoughts, il secondo album del loro nuovo corso, riconferma la loro nuova modalità di lavoro: spingere il suono che una formazione tradizionale può creare verso territori non stereotipati, smarcarsi dall’etichetta “britpop” che associamo a nomi molto più grezzi e casinari di quanto loro abbiano mai voluto essere. Una sorta di concept sull’esperienza familiare, Night Thoughts è un album alternativamente amaro e gioioso: ha dentro sia i dubbi che l’incredibile energia che la nascita di un figlio instillano in chi l’ha generato. Ha brani in cui le chitarre squillano di presa bene, e altri in cui le acustiche e gli archi si prendono le luci della ribalta. È, tra l’altro, accompagnato da un film di Roger Sargent che ha preso ispirazione dalle sue vicende di vita (la scomparsa della madre, su tutte) per creare un compagno visuale al prodotto creato da Anderson e compagni.

Abbiamo incontrato proprio Anderson, assieme al bassista Mat Calvert, con lui fin dagli inizi del gruppo, appena prima del loro concerto all’Autodromo di Monza che vi abbiamo già raccontato qua, e di cui abbiamo pubblicato un po’ di belle foto. Si è parlato di quanto scritto finora, certamente, ma anche di Europa e di prospettive generazionali.

Quale credete sia stata la chiave del successo della vostra reunion?

Mat: “Quando torni insieme c’è come un elemento di seduzione. Ti esponi di nuovo e ti ritrovi a fare concerti per persone che hanno aspettato un sacco di tempo per vederti, e suoni una versione condensata delle migliori cose che hai mai scritto. E insomma, c’è dell’attrazione – “Hey, siamo fantastici!” Quindi la cosa giusta da fare per non rimanerci sotto è prendersi del tempo, scrivere dieci canzoni che credi essere tanto belle quanto quelle che scegli di suonare dal vivo. Penso però che molte band si scordino del fatto che è un processo piuttosto difficile da portare a termine, scrivere belle canzoni non si fa più facile col passare degli anni.”
Brett: “Penso che molti album post-reunion sembrino quasi dei souvenir. È come se fossero stati programmati, e non scritti. E il fatto che ce ne siamo andati su una nota non particolarmente lusinghiera mi fa pensare a quanto grande sia quello che abbiamo fatto. In un certo senso questi due album sono stati, e il prossimo sarà, un tentativo di riscrivere la fine della nostra storia”.

Night Thoughts ha due canzoni opposte che parlano di giovinezza, When You Are Young e When You Were Young. Come ci si sente a cantare di un concetto simile ora che è lontano dalle vostre esperienze, dato che era una grossa parte dell’immaginario che le vostre prime cose trasmettevano?

Brett: “È questione di prospettiva, ed è esattamente questo lo scopo di quelle canzoni, e del leggero cambiamento nel titolo. La cosa si fa interessante, con il passare degli anni. Inizi ad avere rimpianti, a sentirti abbattuto. È l’opposto di quello che cantavamo in un pezzo come So Young, il cui senso era invece quello di glorificare una vita vissuta sul momento, senza pensare a nulla. La joie de vivre, il carpe diem della giovinezza.”
Mat: “È divertente come tu debba usare delle parole francesi e latine per esprimere quel concetto!”
Brett: “Già… Insomma, è il succo della gioventù. Penso sia interessante, da scrittore, avere una carriera abbastanza lunga da permetterti di poter fare qualcosa di simile. Vado molto orgoglioso del fatto che è come se stessi scrivendo cose interessanti da 25 anni a questa parte. Probabilmente molti scrittori, arrivati a questo punto, avrebbero finito gli argomenti, ma io continuo a cercarne di nuovi. È un’unione di tante piccole cose. Non voglio dire troppo sul nuovo album, ma insomma, ho ancora qualcosa da dire.”
Mat: “Questo anche a livello musicale… il disco è stato descritto come “ambizioso”, ma penso che sia un termine usato per dire “che cerca di raggiungere territori inesplorati”. Ed è sempre solo questione di trovare nuovi modi, nuove suggestioni.”

In passato avete detto che uno dei motivi per cui, probabilmente, siete ancora qua oggi era ed è la vostra aura più “sottile” rispetto a quella di molte altre band britpop dell’epoca. Pensate ci sia qualche gruppo che, oggi, possa portare avanti quel messaggio, quel modo di parlare di Inghilterra e di vita inglese?

Brett: “No. Non ho mai sentito alcuna vicinanza con nessuna band. Mai e poi mai. Ci sono stati gruppi che ho apprezzato, certo, ma senza mai andare più nel profondo. Ed è una cosa che mi piace molto, questo isolamento come cifra stilistica della nostra carriera musicale. È piuttosto una figata. Ci siamo sempre costruiti la nostra strada, nel bene e nel male, e penso sia una cosa piuttosto bella. Ed è questo che odiavo del britpop, il fatto che fosse considerata una sorta di tribù. Non mi è mai piaciuta come cosa, sono una persona troppo asociale.”

Dopo la Brexit, come vi fa sentire rileggere il testo di Europe Is Our Playground oggi?

Brett: “Il giorno del risultato del referendum avevamo un concerto in Danimarca, e abbiamo aperto con Europe Is Your Playground. Volevamo fosse una dichiarazione di intenti, dato che ci sentivamo tutti piuttosto scioccati. Quando la scrivemmo, Europe non era una canzone particolarmente politica quanto romantica. Essendo quello di “Europa” un concetto diventato sempre più carico di significati politici, acquista inevitabilmente quel significato. In fondo, penso di poterti dire che ci sentiamo rattristati dalla cosa. Ci siamo sempre considerati come cittadini d’Europa.

Pensate ci saranno conseguenze sul modo in cui si fa e promuove musica in Europa?

Brett: “No, credo che le conseguenze si vedranno a un livello diverso.”
Mat: “In fondo la musica non ha ormai più confini. Se guardo la collezione di dischi di una persona qualsiasi, vedo tutto tranne che quell’approccio localizzato con cui siamo cresciuti noi”.
Brett: “Il discorso del linguaggio globale è vero… non facciamo parte dell’America del Nord, ma sentiamo un collegamento culturale con loro, che si vede in questa scelta di dislocarci dall’Unione Europea. Ma non penso la cosa abbia un significato culturale. Se ne vedranno gli effetti sul popolo inglese e sulla nazione che il Regno Unito diventerà, ecco. Se c’è un lato positivo, è che probabilmente ora la gente si è fatta un po’ meno apatica. Ha votato più gente che alle ultime elezioni, il che è probabilmente una cosa buona. Molti giovani che non hanno votato, penso, si stanno pentendo di non averlo fatto”.

Brett, in Night Thoughts parli ampiamente della tua esperienza come padre e della tua famiglia. Ci sento tanti dubbi, certo, ma c’è anche un elemento di liberazione, soprattutto in Learning to Be.

Brett: “Sì, quella vuole essere una canzone che ne mostra il lato gioioso. Essere un genitore, per me, ingigantisce le cose. Mi da’ un senso di gioia per alcune cose, e un enorme paranoia per altre. È come se tutto fosse più intenso, e ho provato a rappresentarlo con una sorta di flusso di emozioni più che come una giustapposizione tra parti belle e brutte”.

Io ho 25 anni, e ne avevo 3 quando è uscito il vostro esordio. La mia generazione, penso, percepisce il britpop come l’ultimo periodo della storia della musica inglese i cui protagonisti hanno vissuto quella che è stata categorizzata come l’esperienza da rockstar: grandi concerti, grandi esperienze, tanti soldi che girano. Pensate che sia effettivamente così?

Mat: “Sì, non penso che i più giovani possano più vivere qualcosa di simile. Ci sono ancora band davvero grosse, ma chi c’è dentro – i vari Coldplay, e così via – è lì a causa e per merito delle persone della nostra generazione. Per le persone della tua età è tutto più frantumato. Ma questo è accaduto perché il Regno Unito è stato un posto dove potevi conquistare la nazione essendo in un gruppo da due, tre accordi. I media sono una struttura piccola e incestuosa, tutti sono ossessionati dal pop, e non credo sia più possibile lasciare un segno così grosso in così poco tempo”.
Brett: “Penso che una delle cose contro cui la tua generazione deve lottare… no, aspetta. La questione è che la tua generazione ha vissuto e vive all’ombra dei social media. Non voglio suonare condiscendente dato che non so quale sia la verità, ma credo che i social media combattano con la musica per la posizione di “cosa più importante” a livello culturale. Per noi la musica poteva essere il centro di tutto. Ed è un peccato, perché la musica è una forza incredibile. E mi dispiace quando vedo la gente curva sui propri smartphone – rispetto tutti i vari cliché da vecchio che puoi aspettarti. Là fuori c’è un enorme mondo da scoprire, e ho paura che pochi lo stiano effettivamente esplorando.”


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