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jenny lee lindberg

di Elia Alovisi

“Penso che cercare di classificare un suono non abbia alcun senso”, scrive Jenny Lee Lindberg parlando del suono del suo primo album solista, Right On!. “A meno che sia qualcosa di assolutamente derivativo, non serve a nulla. E penso di aver fatto un lavoro piuttosto buono, scrivendo un disco eclettico, in cui i generi musicali sono come tante polverine unite in un’unica polvere”. Fuori di metafora c’è da dire che, in effetti, i punti di collegamento con la band che l’ha portata alla fama – le Warpaint – ci sono, soprattutto un generale senso di foschia che avvolge le canzoni. Ma sono diversi anche i punti di distacco. Un disco solista si fa, la maggior parte delle volte, o per chiudersi in una certa intimità che il gruppo non permette di esprimere o per poter sperimentare liberamente senza danneggiare l’eredità, la discografia, di un lavoro collettivo. Ecco, Right On! fa un po’ entrambe le cose.

Ascoltare la minimalissima Blind, con cui si apre l’LP, ci mette apparentemente di fronte alla prima delle due eventualità. Una pachidermica progressione di basso, una voce strascicata, un’atmosfera fumosa. Boom Boom, il secondo brano, è sorta di ibrido tra psichedelia Warpaint-iana e forma-canzone classica. Never, terza canzone e divertente primo singolo, è invece tutta veloce e con quelle chitarrine pulite da indie rock newyorkese à-la-DIIV. “Volevo fosse un disco crudo, elementale. Qualcosa che mi ricordasse la mia gioventù. Perché l’unica cosa che è cambiata, nel mio modo di scrivere, è la convinzione con cui lo faccio. Mi sento ancora una ragazzina”, dice la Lindberg, che di anni ne ha 32. “Se avessi scritto un’album da sola all’inizio della mia carriera, probabilmente sarebbe uscito fuori qualcosa di simile. Ho solo più confidenza nel valore della mia arte e nella mia espressione creativa. Solo, non ho mai trovato un modo per esprimermi di cui fossi totalmente sicura”.

E di incertezza, nelle parole delle canzoni di Right On!, ce n’è molta. È il caso di Long Lonely Winter, che ripete ossessivamente frasi come “Sono cattiva, cattiva, cattiva” e “Sto impazzendo / Ho freddo, nella mia debolezza”. Ma i testi, nonostante la loro pesantezza, sono da prendersi a cuor leggero. La gioventù a cui la Lindberg si è ispirata è infatti piuttosto tradizionale. “Penso di essere cresciuta come chiunque altro. Sono venuta a questo mondo ad Elko, in Nevada, e l’unica cosa che potevo fare per passare il tempo era ascoltare musica e passare tempo con i miei amici. Ho avuto una compagnia bellissima, piena di persone estremamente talentuose, e con un ottimo gusto. Ma, come le stagioni, tutti cambiamo. Ho passato molte fasi, come ascoltatrice, appassionandomi a qualsiasi tipo di musica. Ma penso che sia stato un grande aiuto nella mia crescita artistica. Mi piace qualsiasi cosa mi faccia stare bene. Mi piace tutto.” Nonostante questa sanissima apertura mentale, la Lindberg afferma chiaramente qual è il suo posto sicuro, a livello musicale. Sono una figlia degli anni 80 cresciuta negli anni 90, con i Cure, Madonna, gli Smashing Pumpkins, i Cranberries, Tori Amos.”

Un secondo nucleo tematico nell’album è la fisicità, con momenti di erotismo tout court. Un titolo come He’s So Fresh non ha bisogno di spiegazioni ma, tanto per mettere le cose in chiaro, la Lindberg si lancia in metafore gastronomiche (“È liscio come il burro / Me lo passo sulla pelle / È bello, è come seta”) e proclami di giocosa gelosia (“Non sarà mai vostro / Non lo mollerò mai / Fareste meglio a restare sedute, restare a guardare / E divertirvi con qualche altro uomo”). White Devil non fa che ribadire il concetto: “Giù le mani / È mio.” È facile pensare che i riferimenti siano a suo marito, il celebre regista Chris Cunningham, ma la Lindberg non concede, a proposito, ulteriori parole rispetto a quelle che ha scritto. “Se c’è una cosa di cui sono certa, è che lui è stato una delle persone che più mi ha incoraggiato a creare qualcosa – qualsiasi cosa – cercando di evitare strade già battute”, si limita a dire.

Oltre a Cunningham, ci sono due persone che hanno aiutato particolarmente la Lindberg in questo suo esperimento solista. A livello sonoro, un grande contributo è arrivato da Norm Block, suo amico di lunga data, batterista della sua band solista e produttore del disco. “Stiamo bene assieme come due piselli in un baccello”, ha dichiarato la Lindberg in un comunicato stampa, “Quelli che dovevano essere dieci giorni di registrazioni sono diventati due mesi e mezzo. Ci stavamo divertendo troppo.” A livello visuale, invece, la Lindberg tira in ballo la persona di Mia Kirby – un’artista americana che ha girato il video di Never e l’ha seguita nella presentazione dell’LP. “Ogni copia pre-ordinata conteneva anche una mia Polaroid autografata. L’idea è venuta a Mia, che è una delle mie migliori amiche. Ci siamo conosciute quando avevamo dieci anni e non ci siamo più mollate. Sono anni e anni che facciamo arte assieme. Siamo come un dynamic duo [modo di dire nato dal rapporto tra Batman e Robin, nda].”

Ora, Right On! non è stato scritto per essere il disco dell’anno. Anche la Lindberg lo sa, ammettendo che “lavorare con una band era diventato ormai, per me, come una seconda natura. Essere sola è stato come tornare bambina, e avere qualsiasi cosa volessi a disposizione.” È stato, ed è, un disco “terapeutico” per la propria autrice. “Prendi anche lo scrivere testi. Nelle Warpaint se ne occupa chi canta e, dato che per la maggior parte non è compito mio, potermi gettare in questo processo è stato come una cura. Una vera liberazione. Sono parole in cui mi piace sprofondare, come quasi a cadere in trance”. Difatti, in Bully la Lindberg non fa che tornare e tornare allo stesso concetto, in un’eterna pacca sulla propria spalla: “Fareste meglio a guardarvi le spalle / Sto arrivando, sto arrivando, sto arrivando / non sto scherzando”, si ripete, suadente. È bello, ogni tanto, assistere a momenti di auto-comprensione, piccoli passi nella propria crescita personale presentati al mondo sotto forma di canzoni. Ecco, è questo il caso.


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