delta sleep

di Elia Alovisi

“Anche se il math rock è un genere molto eclettico e vario da un punto di vista tecnico, c’è sempre una tendenza all’auto-limitazione. Molte band si assomigliano e, dopo un po’, la proposta inizia a sapere di vecchio”. Così mi risponde Devin, il cantante/chitarrista degli inglesi Delta Sleep, quando gli chiedo i contro della scena math londinese. In realtà, ha praticamente descritto una delle principali caratteristiche del genere: la nascita sporadica di modelli che diventano relativamente famosi e rispettati a cui poi altri si rifanno. I nomi storici sono pochi: tra i più importanti Joan of Arc e Don Caballero per la vecchia guardia, This Town Needs Guns per la nuova. I primi a unire l’irruenza del punk alla tecnica e alla melodia, i secondi a dedicarsi interamente a brani strumentali, i terzi a declinare il genere in maniera estremamente precisa, pulita e sognante. I Delta Sleep – azzardiamo – potrebbero unirsi a loro. Questo perché c’è qualcosa di inspiegabilmente unico nella loro proposta: forse è la scelta di alternare momenti cazzuti alla loro flemma inglese, a differenza della generale quiete dei TTNG. Forse è la sezione ritmica, un po’ più cattiva rispetto alla media (il batterista, Blake Mostyn, ha un passato in una band post-metal). Saranno i loro testi, che perlopiù escono dallo standard – basta leggere la storia dietro al loro LP, che Devin spiega nell’intervista. Altrimenti vi basti sapere che il loro pezzo più famoso, 16:40 AM, è un dialogo (con battute e tutto) tra un insetto e un anziano seduto su una panchina.

Ecco, 16:40 AM è un ottimo punto d’ingresso nella loro ristretta discografia – cantabile e orecchiabile, ma non abbastanza. Piccole, precise imprecisioni e improvvisi cambi di tempo a tenere l’ascoltatore sulla punta dei piedi. E un video che fa tutto tranne che prendersi sul serio, perché in fondo siamo qua a fare questa cosa per divertirci. È una canzone tratta da Management, il loro primo vero EP, pubblicato nel 2013 (un EP precedente, autointitolato, è considerato più una demo che altro). Due anni dopo, e siamo all’esordio: Twin Galaxies, che ha in copertina un calamaro gigante ed è uscito quest’anno. È un’evoluzione in senso cazzuto della loro proposta: basta sentire il pezzo d’apertura del disco, Uncle Ivan, una mazzata di accordi in controtempo su cui Devin grida come mai aveva gridato prima. D’altronde, ha un cuore punk: “non ascoltavo altro”, mi dice, quando gli chiedo dei suoi inizi alla chitarra. Ma la prima cosa che gli chiedo è il perché del titolo del disco.

Perché l’album si chiama Twin Galaxies [Galassie gemelle]? 

È un riferimento a The King of Kong, un documentario assurdo che segue la vicenda di un tizio ossessionato con Donkey Kong, il videogioco. Questo vuole a tutti i costi avere il miglior punteggio – presente, no? La versione da sala giochi in cui cerchi di arrivare in cima alla classifica. Twin Galaxies è, nel film, il nome della società che mantiene i punteggi e ne verifica la legittimità. Lo avevamo guardato assieme e ci era piaciuto moltissimo, quindi il motivo principale è quello. Ma mi piace anche molto come combinazione di parole, e in un certo senso c’entra anche con la storia che l’album racconta. Funziona all’interno del suo scenario.

Difatti, pensavo: i vostri titoli sono sempre abbastanza “a caso”. 

(Ride) Vero, vero! Ogni volta che dobbiamo dare un nome a una canzone finiamo a scherzarci sopra, e alla fine qualcosa che ci fa ridere diventa un titolo. Agli altri non importa poi tanto ma per me i titoli hanno un senso più profondo, un doppio significato, essendo io l’unico a lavorare sui testi.

Puoi spiegarmi la storia che i testi di Twin Galaxies raccontano? Ci sono dei temi ricorrenti, ad esempio l’oceano.

In poche parole, è una storia d’amore che va male. È qualcosa di molto, molto metaforico. Il protagonista perde una persona che ama. Una sera, mentre sta dormendo, viene sorpreso da un terremoto fortissimo. Le mura di casa sua iniziano a tremare, e poi a crollare. E così prima casa sua, poi la sua intera città, cedono e cadono nel mare. Come se il suo intero mondo collassasse attorno a lui, in un enorme disastro naturale. Si ritrova quindi da solo, completamente immerso nell’acqua. Tutto ciò che lo circonda è il mare. Se hai in mente Waterworld, sono quelle le immagini a cui pensavo. Casualmente, ha sotto mano una muta da immersione, perché è un suo hobby (ride). La indossa e si spinge fino sul fondo dell’oceano, dove si sente al sicuro e aspetta che il disastro naturale che sta sommergendo il mondo passi, in qualche modo. Pian piano le sue riserve di ossigeno finiscono, quindi torna in superficie e trova una minuscola pezza di terreno, la classica isola deserta che vedi nei cartoni animati. Decide quindi di partire all’avventura, alla ricerca di terra, e il tutto si chiude sull’incontro con un calamaro gigante che gli dà consigli su come procedere.

Non credevo fosse qualcosa di così dettagliato. Mi aspettavo che ci fosse solo qualche filo rosso a collegare i pezzi, non una narrazione.

Tra l’altro non è stata una decisione precedente alla composizione, è venuta fuori in modo naturale. Due delle canzoni, 21 Letters e Daniel Craig David, sono abbastanza vecchie – le suonavamo già con la nostra formazione precedente. La prima aveva un testo che parlava d’amore, mentre nella seconda c’era la tematica dell’acqua, l’essere persi in mezzo al mare. Scrivendo Twin Galaxies siamo arrivati ad avere tutte le canzoni pronte a livello musicale, ma dovevo ancora mettere giù i testi. Ed è in quel momento che ho deciso di collegare le canzoni con una storia e fare un concept. Per me è qualcosa di gratificante, darti l’obiettivo di scrivere una storia e riuscire effettivamente a portarla a termine.

Dato che hai deciso di intraprendere questa via, ci sono dei concept album che ti sono rimasti particolarmente dentro? 

Sono sempre stato un grande fan dei Coheed and Cambria e del loro concept, almeno fino ad In Keeping Secrets e Good Apollo – poi la cosa si è fatta un po’ pretenziosa, penso. Ma il modo in cui hanno creato un mondo con i loro testi è qualcosa di unico.

La vostra formazione, ora, è solidissima – almeno, ad un occhio esterno. In che modo l’unione di voi quattro ha influito sull’album? È il primo che scrivete e registrate tutti assieme, giusto?

Sì, è il primo. Iniziammo a suonare con Adam, il nostro vecchio batterista, e Maria, la nostra vecchia bassista, un sacco di tempo fa, ed è con loro che abbiamo registrato Management. Eravamo pronti a partire per il nostro primo tour europeo e Adam decise di non partire, a quei tempi era anche in un altro gruppo con il quale aveva già preso impegni. Avendo già fissato un sacco di date abbiamo deciso di trovare un altro batterista almeno per poter andare in tour. Ed è così che abbiamo trovato Blake, che suonava nei The Mire, una band post-metal – sembravano gli Isis. Morale, partimmo per il tour, io non lo conoscevo e Glen ci aveva parlato solo un paio di volte. E ci siamo trovati splendidamente, è una persona fantastica. Alla fine del tour gli abbiamo chiesto di unirsi alla band, non abbiamo neanche dovuto pensarci sopra. Ma non è tutto, perché il giorno prima di partire per il tour Maria scoprì di essere rimasta incinta – non era una cosa che aveva previsto, e quindi decise di restare a casa per capire cosa fare. Quindi facemmo quel tour senza un basso e, in retrospettiva, è stata la scelta giusta. Ad ogni modo, Maria scelse di tenere il bambino, e arrivò Dave: lo conoscevamo già perché ha sempre fatto il promoter a Leeds, ci aveva fatto suonare un paio di volte e fu lui a proporsi. È un genio, ha imparato tutto il nostro set in meno di una settimana.  Morale, per Twin Galaxies, oltre alle due canzoni vecchie ce n’erano altre due che io e Glen avevamo già semi-scritto. Le restanti sono state fatte da noi quattro, ex novo. Quindi all’inizio ci sembrava un po’ sconclusionato, essendo un po’ a metà tra due versioni del gruppo. Blake e Dave sono però riusciti a fare loro tutte le canzoni e a mettere del loro in ogni pezzo. Ma qualsiasi cosa faremo ora avrà sicuramente dentro per la prima volta e interamente tutti noi quattro.

Avete già iniziato quindi a scrivere materiale nuovo?

Certo. Soprattutto perché, sia che per Management che per Twin Galaxies, registriamo tutto e poi ci mettiamo un anno a pubblicarlo (ride). Il che ci lascia spazio per sperimentare e scrivere. Abbiamo già qualche pezzo nuovo. L’impressione che ho è che i brani vecchi siano un po’ un copia-incolla, a tratti, che siano un po’ sconclusionati. Erratici, direi. Ora abbiamo capito veramente come ci piace scrivere, e quindi tutto scorre in modo più naturale e liscio.

Il modo in cui suoni la chitarra è molto particolare, dato che riesci a cantare tranquillamente mentre fai armonici, arpeggi e tapping vari. Che rapporto hai con lo strumento?

Ho iniziato quando avevo 12 anni. Ho fatto un anno e mezzo di lezioni ma era un insegnamento abbastanza standard, il primo pezzo che ho imparato è stato – ovviamente – Smoke on the Water. Poi ho perso interesse nella cosa e ho scoperto il punk – ho avuto un periodo in cui non ascoltavo assolutamente nient’altro. Il che mi ha fatto tornare voglia di suonare. Mi sono messo a suonare pezzi dei Green Day e dei NOFX, che sono praticamente solo accordi semplici. Pian piano mi sono messo a comporre, e così via.

Quali sono i pro e i contro della scena – se così si può chiamare – math rock/emo di Londra? 

Ho un rapporto strano con l’etichetta “math rock”. Adoro la scena e le persone che la compongono. Ti senti parte di una comunità enorme assieme a un sacco di altre band, ed è come se questo gruppo si allargasse sempre di più. La scena esiste da un sacco di anni ma è come se stesse venendo percepita come qualcosa di nuovo. Tutto questo mi piace molto. Però, anche se il math rock è un genere molto eclettico e vario da un punto di vista tecnico, c’è sempre una tendenza all’auto-limitazione. Molte band si assomigliano e, dopo un po’, la proposta inizia a sapere di vecchio.

La mia impressione è che ci siano delle band-caposaldo che poi generano delle copie. Chessò, non c’è bisogno di quattro band identiche ai TTNG.

Esattamente. Oppure gli And So I Watch You From Afar. Non è necessariamente un male, ma quando noi veniamo definiti math rock a volte per me è come se stessimo venendo inseriti in un gruppo di band che potrebbero assomigliarsi a livello di suono. Mi piace però pensare che ci sia qualcosa di leggermente diverso in quello che facciamo. Ad ogni modo, funziona così per qualsiasi genere – se definisci qualcosa “metal” stai in realtà usando un termine molto ampio.

E in che modo un festival come ArcTanGent contribuisce alla vitalità della scena [festival annuale che si tiene a Bristol – dovessi fare un paragone con l’Italia citerei il defunto AntiMTV Day, nda]?

Oltre al math rock, ArcTanGent si rivolge anche a chi ascolta post-rock e roba sperimentale. Penso che sia un bellissimo evento per chi vuole evitare, in un certo senso, i festival mainstream. Il senso di comunità di cui ti parlavo prima – ti rendi conto della sua esistenza quando sei ad ArcTanGent. Diventa visibile. Non so quanta gente fosse presente, penso che quest’anno c’erano circa 9000 persone. Ma, indipendentemente dai numeri, ti senti parte di un gruppo di persone che sono lì per la musica e le band che suonano, non solo per ubriacarsi. Quando ci abbiamo suonato quest’estate – non so esattamente quante persone ci fossero, ma erano una moltitudine. E cantavano, facevano crowdsurfing, pogavano… sono cose che normalmente non capitano ai nostri concerti. Il che dimostra che c’è gente che è venuta per noi, e ci conosce. Un ragazzo in prima fila aveva anche fatto un cartellone a tema Twin Galaxies, con sopra scritti dei testi dell’album. È una sensazione bellissima.

I Delta Sleep saranno in tour in Italia a novembre, qua tutti i dettagli.