pj harvey

di Stefania Ianne

Un evento intimo stasera durante il festival londinese della letteratura, celebrato alla Royal Festival Hall, il giorno successivo alla giornata nazionale dedicata alla poesia nel Regno Unito: è l’anteprima mondiale della presentazione di un libro di poesie e fotografie, The Hollow of the Hand. Il pubblico è però musicale, visto che sul palco ci sarà l’autrice della parte poetica: PJ Harvey. La parte fotografica e i racconti della serata sono del fotografo irlandese Seamus Murphy, che ha incontrato e collaborato con la Harvey durante la presentazione del suo Let England Shake, nel 2010. Dall’idea originale di una possibile foto per la copertina, Murphy ha finito per creare 12 mini film legati all’album. È un fotografo di tutto rispetto, specialista delle zone di guerra dall’Afghanistan alla Sierra Leone, dall’Ex-Iugoslavia a Gaza, vincitore del prestigiosissimo World Press Photo Award per ben 7 volte. Tra il 2011 e il 2014 questa improbabile coppia ha deciso di collaborare ad un progetto eterogeneo, visitando zone complesse, divise dalla povertà e dai conflitti – reali, ancora in corso, o sociali. La fonte dell’ispirazione che ha portato alla realizzazione di questo progetto sono i viaggi in Kosovo, Afghanistan e Washington D.C. La scelta può sembrare incongrua, ma le storie umane sono in fondo le stesse. I dettagli cambiano, ma la paura, l’angoscia di fondo resta uguale.

Insieme, armati di macchina fotografica e di un taccuino, i due hanno visitato, studiato, amato i posti e le persone. E hanno raccontato la stessa storia dal palco in maniera diversa. Murphy con le sue fotografie, intervistato sul palco dal giornalista e scrittore Anthony Loyd, la Harvey con le sue parole recitate al microfono e le sue canzoni in anteprima mondiale, la pubblicazione prevista in primavera. Il palco enorme della Royal Festival Hall prevede una zona intima con un divano imbottino di pelle nera, stile Chesterfield, pesante, tipico inglese, alla destra per chi guarda. Lo sfondo è fornito dalle gigantografie delle foto di Murphy proiettate da una distanza di almeno 50 metri con due proiettori dalla portata infinita. All’estrema sinistra un leggio e un microfono, al centro la strumentazione: Mellotron bianco immacolato, una chitarra acustica, chitarre elettriche, batteria, tastiere, fisarmonica.

Si inizia dal Kosovo. Posto dimenticato, ma presentissimo nella memoria italiana con le navi dirompenti di carichi umani che raggiungevano le nostre coste ormai vent’anni fa. Nonostante la distanza nel tempo, la distruzione è palpabile nelle immagini di Murphy e nelle parole della Harvey. Sono rappresentazioni intense: un albero di prugne cresciuto tra case abbandonate, prugne marce esplose, posti deserti, fiamme, una donna anziana unica abitante di un paese abbandonato, il custode delle chiavi delle abitazioni di un paese dove nessuno mai ritornerà, una foto di un orologio bruciato – abbandonato perché giudicato senza particolare valore e macchiato dalla pelle bruciata del proprietario, ormai svanito nel nulla.

Le poesie di PJ descrivono, brevi, l’assenza, la desolazione, da osservatrice privilegiata. Elegantissima in giacca bianca e pantaloni neri, minuscola, scheletrica, energica ma rassegnata. Imbraccia la chitarra, accompagnata dal fedelissimo John Parish, alle percussioni, e da James Johnston dei Gallon Drunk che si alterna alla chitarra e alla tastiera. L’atmosfera delle canzoni è elettrica, ma non c’è rabbia, solo lo sguardo sorpreso di chi vive per la prima volta la forza distruttrice della guerra e la rassegnazione di chi non ha soluzioni, solo domande profonde.

La parte più intensa della serata è quella dedicata all’Afghanistan. Un’immagine in bianco e nero di PJ con il velo a coprirle i capelli in una moschea dove si professa il sufismo è forse la più sorprendente. Le foto, il palco – tutto è bianco o nero. Tra le pochissime eccezioni la foto di una possibile prostituta, scarpe rosse scintillanti sotto il burqa in attesa nella strada sterrata. L’obiettivo è concentrato sulle scarpe in contrasto vivido contro la pozzanghera grigia e il fango circostante. Altra vivida eccezione, la foto di un cane con le unghie smaltate – dettaglio frivolo in una zona di guerra. Loyd conosce la guerra di prima persona, essendo stato vittima di un rapimento in Siria solo l’anno scorso. La sua domanda più pungente a Murphy: “Come hai gestito i rischi che stanno nel portare una leggenda della musica inglese in una zona così pericolosa?” Semplice, sono resistiti una settimana e nessuno sapeva chi fossero. Gli assalti che hanno ricevuto sono stati soprattutto dai mendicanti, che hanno imparato un’unica parola in inglese: dollar, dollar. L’immagine dei mendicanti è ripetuta, amplificata, ossessiva nelle poesie e nella musica di PJ. In The Hand, una delle poesie presentate, la Harvey spiega il titolo del libro: la parte concava della mano dei mendicanti, e in particolare quella di un mendicante scansato dai passanti – un pezzo di carta bianca ripiegata, ignorato, a cercare di suscitare la loro curiosità.

Concludono la serata le immagini scattate a Washington D.C. e la musica che ne viene ispirata. La Washington dei turisti e del potere è molto diversa da quella disperata del ghetto che è diventato il quartiere Anacostia. Murphy racconta la storia di un ragazzo che cerca di smettere di fumare sostanze illegali per provare a diventare una guardia di sicurezza, giusto per passare i controlli. La parte più importante delle canzoni suonate da PJ stasera è ispirata dai viaggi a Washington, più vicina culturalmente e musicalmente – dal blues dedicato allo scheletro di un homo sapiens nel museo Smithsonian a quello ispirato dal fiume Anacostia. Perché Washington? Chiede Loyd. Perché gli Stati Uniti giocano una parte enorme nelle storie di distruzione che raccontiamo, risponde Murphy.

Il libro è disponibile su Bloomsbury. Per la musica e il filmato dei viaggi, bisognerà aspettare il 2016.

Setlist
Chain of Keys
The Wheel
The Orange Monkey
Dollar Dollar
The Community of Hope
Homo Sappy Blues
Medicinals
Near the Memorials to Vietnam and Lincoln
River Anacostia
The Ministry of Social Affairs