boom da bash

di Stefania Ianne / foto di Jessica Pivetta

A giugno è stato pubblicato il quarto disco dei salentini Boomdabash dal titolo Radio Revolution. Nati come classico sound system di ispirazione giamaicana nel 2002, i Boomdabash sono attivi dal 2008 nell’attuale formazione che comprende il DJ e produttore Blazon, i cantanti Biggie Bash e Payà, e il beatmaker abruzzese Mr Ketra. Le loro produzioni totalmente indipendenti, dal sapore estivo e dai contenuti impegnati, hanno conquistato un largo seguito a livello nazionale, come dimostra il successo delle vendite iniziali di Radio Revolution. In un caldo pomeriggio estivo, durante una pausa del tour in corso, discutiamo sia i contenuti che il suono dei Boomdabash con Angelo Rogoli, in arte Biggie Bash, voce e anima giamaicana del gruppo. Durante il corso dell’intervista, un’analisi delle varie collaborazioni che impreziosiscono l’album non poteva mancare, insieme all’approfondimento delle tematiche politico-sociali che stanno a cuore al gruppo salentino.

Innanzitutto congratulazioni per il nuovo disco appena pubblicato, Radio Revolution. Ce ne vuoi parlare? Com’è nato? C’è un messaggio di fondo che accomuna tutto l’album? Lo definiresti un concept album?

È stato uno dei dischi più difficile da lavorare e da produrre, devo dire. Comunque sia, dopo 3 dischi… la nostra tendenza è sempre stata quella di andare alla ricerca di nuove influenze musicali, di nuove fonti di ispirazione. Quindi dopo 3 dischi abbiamo voluto fare una ricerca ancora più approfondita, usare nel disco suoni che non avevamo mai usato. Portare la produzione del disco ad un livello che fosse non una ma dieci spanne superiore rispetto a quello che avevamo fatto prima. Quindi è stato un disco che a livello di tempistiche è stato più impegnativo rispetto agli altri. Sicuramente ne è valsa la pena perché siamo stati per dieci giorni nelle prime posizioni delle classifiche tra i dischi più venduti in Italia e sicuramente, come tu buoi ben capire, da indipendenti è una bella soddisfazione. Questo disco fondamentalmente è un doppio concept. Da una parte c’è il significato che ha per noi la musica come mezzo, strumento, arma per veicolare idee di cambiamento, per aiutare le persone. Uno strumento da mettere al servizio della gente. E la radio è chiaramente il mezzo, la cassa di risonanza senza la quale non ci potrebbe mai essere questo scambio tra musica e persone. Radio Revolution si intende in questo senso:  musica come arma per dare vita anche a piccole rivoluzioni nella società, e la radio come cassa di risonanza. Il titolo rispecchia anche il significato originale della musica reggae, che nasce dal disagio, muove la denuncia sociale.

Quali sono i vostri obiettivi? Volete far ballare o volete far pensare il vostro pubblico? E il vostro pubblico come risponde al vostro messaggio?

Il disco sicuramente presenta queste due sfaccettature, riflette quella che è la personalità di Boomdabash. Una parte è quella dedita al divertimento, alle feste – e quindi un po’ frivola. Da un altro punto di vista, come quelli che ci seguono dall’inizio sanno, siamo sempre stati impegnati sul sociale e lo siamo tuttora, sia come musicisti che come cittadini. E quindi per noi era assolutamente necessario utilizzare la musica per parlare anche di temi, alle volte, “scomodi”. La musica, per noi, tra le tante cose che dovrebbe fare, è anche fare informazione nel senso giusto. Abbiamo una fan base che ha un range di età molto ampia, dai ragazzini più piccoli fino ad arrivare a persone anche sulla cinquantina d’anni. Far reagire a temi sociali persone un po’ più avanti con l’età è molto più semplice piuttosto che far reagire dei ragazzini che vogliono solo divertirsi. Nel nostro caso siamo molto felici nel notare che riusciamo in maniera abbastanza precisa e mirata a far avvicinare anche i ragazzini a temi sociali. Con loro abbiamo parlato di Stefano Cucchi, del problema dell’ILVA, di un sacco di cose.

È molto importante integrarsi nel sociale, ma anche nella realtà musicale locale Spesso le nuove realtà musicali sono segnate dalla rottura totale con la cultura che ci sta più vicina, con la tradizione. Come vi vedete in rapporto alla tradizione salentina? L’amore rinnovato per la pizzica e per il salentino come lingua a se stante è probabilmente frutto degli anni novanta. Voi cantate anche in salentino. Come vi inserite in questa tradizione?

Abbiamo sempre portato avanti questa battaglia “ideologica” per la salvaguardia del passato, quasi come fosse un monumento per noi. Chiaramente, essendo musicisti salentini, siamo legati alla nostra terra. Siamo dotati di questo, tra virgolette, campanilismo che a volte può sembrare estremo. Però è genuino. Allo stesso tempo, su ogni palco che calchiamo, ricordiamo sempre a tutti che è importantissimo portare sempre rispetto per i musicisti che hanno iniziato la tradizione della musica reggae in Italia – i Sud Sound System. È molto importante per noi capire che senza il rispetto per il passato non ci può essere né presente, né futuro. Questo non significa che bisogna rigettare a priori l’innovazione. Penso che la caratteristica di Boomdabash sia proprio quella di mischiare la tradizione del Salento, e quindi utilizzare la lingua salentina in una parte dei pezzi ma con un occhio all’innovazione, inserendo delle sonorità un po’ più internazionali.

Mi puoi parlare della vostra formazione musicale? Siete autodidatti? Leggo che tu hai iniziato con il punk, un genere di rottura. Cosa è cambiato dal tuo inizio punk? Cosa ti ha convertito ai ritmi più allegri e positivi del reggae e dei Caraibi?

Dal punto di vista dei gusti musicali, e quindi a livello stilistico, non è cambiato praticamente niente. Quando ho iniziato a fare punk – adesso ho 31 anni, e ho iniziato quando ne avevo 12 – eravamo autodidatti. Non avevamo ancora la padronanza né della musica né del suonare insieme, né dello strumento musicale. I tempi punk erano un po’ troppo difficili da suonare per dei ragazzini di 12 anni, e allora provavamo a fare delle cover di Bob Marley. Ma volevamo fare punk. Quindi c’è stato sempre questo anello di contatto tra me e la musica reggae, l’ho sempre ascoltata. In generale la gente pensa che il punk non sia vicino alla musica reggae ma, come culture, sono sempre state molto vicine.
Quando si è adolescenti il punk è molto facile da metabolizzare. Si è un po’ incazzati con il mondo, quindi è facile che lo spirito del punk come cultura, come genere musicale, attecchisca. Ma più si va avanti negli anni – si è sempre incazzati con il sistema, con le cose che non vanno, però il modo di esserlo inizia a cambiare. Arrivano quei giorni in cui tu, nonostante i tuo problemi, nonostante tu abbia delle cose da dire al mondo, ti alzi la mattina che comunque vuoi stare con il sorriso. E invece di urlare il solito pezzo punk, vuoi cantare una canzone d’amore. E questo il reggae ti permette di farlo. Il reggae ti permette di essere incazzato ma ti permette allo stesso tempo un giorno di essere incazzato con il sorriso sulla faccia, ecco.

Nelle vostre canzoni celebrate i ritmi rilassati che accomunano il Salento alla Giamaica. La vostra musica è molto influenzata dai ritmi reggae. Cosa avvicina i duei posti? Cosa li accomuna nonostante la lontananza geografica?
Sicuramente lo stile di vita. Sia i Giamaicani che i Salentini hanno questo forte senso di appartenenza alla propria terra, questo senso di difesa nei suoi confronti. Entrambi vivono delle situazioni non proprio rosee. A nostro modo, come i giamaicani, abbiamo i nostri ghetti, gente che non riesce ad arrivare a fine mese e ha dei seri problemi per riuscire a campare una famiglia. Quindi abbiamo la stessa voglia di riscatto e di denuncia.

A proposito di reggae, ho letto che avete aperto a Roma e a Milano per Damian Marley. Come vi siete trovati? Avete avuto degli scambi musicali a parte il concerto vero e proprio?
Aai, non è facile stare proprio con lui a stretto contatto da soli. Suo malgrado – nel senso che non viene mai lasciato solo, ha sempre un sacco di persone intorno. Siamo riusciti a scambiare poche parole perché comunque io ero praticamente in panne con il cervello. Sai, quando ti ritrovi a dover parlare con l’artista che ti ha ispirato da quando hai iniziato a fare musica reggae… Però lui non è spocchioso. Dopo il concerto di Roma c’era un after-party che praticamente era una dance-hall. Una roba abbastanza easy per chi voleva trattenersi anche dopo il concerto. Lui addirittura si è messo il cappellino, invece di scappare in albergo, è andato là in mezzo ai fan, ha preso il microfono in console, su una pedana di legno alta dieci centimetri da terra e si è messo a cantare come si faceva in Salento una volta.

Ritorniamo ai vostri testi che sono spesso trilingue, anche se ho notato che c’è una preponderanza patois calcata sull’inglese, quindi giamaicana. Sei tu l’anima giamaicana del gruppo? Mentre Payà è forse l’influenza più tipicamente salentina? Come vi dividete il compito della composizione? Mi sembra si tratti di uno sforzo di gruppo.
Guarda, lo facciamo in maniera molto naturale, nel senso che quando noi abbiamo scritto il primo pezzo non è stata una scelta. Io ho sempre fatto musica in inglese e avevo iniziato a studiare il patois e ci siamo ritrovati a fare il primo pezzo e ognuno ha scritto le cose come le aveva sempre scritte. Quindi lui ha scritto in salentino, io in patois, in inglese. È raro che ci si ritrovi in studio entrambi e si creino dei pezzi con entrambi in studio. I pezzi nascono o dalla scintilla di uno o dalla scintilla dell’altro.

Come vi ha influenzato la tradizione hip hop italiana? Intendo la scena che è esplosa negli anni novanta, figlia della protesta e legata ai centri sociali. Molti superstiti di quella scena da Neffa, J-Ax per arrivare poi a quelli che sono divenuti i Sud Sound System sono ancora attivi e molto presenti anche nelle vostre produzioni. Cosa avete ereditato da quegli anni?
Siamo cresciuti ascoltando Neffa, i primi pezzi dei Sud Sound System, il movimento della Bologna di quegli anni. Sia l’hip hop che il reggae sono iniziati da lì, in Italia. La loro storia è quasi andata avanti di pari passo. Ultimamente si è un po’ separata, l’hip hop si è a sua volta diramato. Il mainstream ha perso un po’ la carica eversiva che aveva all’inizio, ma ci sono sempre i gruppi che comunque mantengono alto il nome dell’hip hop com’era fatto all’epoca.

Nella title track parafrasate il testo di Video Killed the Radio Star dei Buggles. L’aspetto esteriore è ormai dominante nella produzione musicale attuale. Ma la frase che avete coniato in Radio Revolution all’apparenza sembra un attacco contro la radio, perché più o meno dite “don’t kill the reggae star”. Sentite la musica reggae sia minacciata dalle radio popolari?

Le radio a cui mi riferisco io in quel pezzo sono i grossi media musicali, che purtroppo non danno in alcuni casi alla musica reggae la rilevanza che invece dovrebbe avere. Parlo delle grosse emittenti radio che considerano ancora il reggae come un genere da centri sociali e non lo passano a priori. Sono stato in America molte volte e ti posso dire che là questo tipo di barriere stilistiche non esiste. Così anche in Germania e in Francia. Questa è una cosa che succede purtroppo soltanto in Italia. Ed è per questo che dico “Radio can’t kill the reggae star” – quel tipo di radio non potrà mai uccidere la musica reggae perché anche se tu non mi passi in radio, l’eredità è così grande che sopravvivrà comunque.

Volevo farti una domanda su Un attimo, in cui vi siete concentrati sulla storie personali della vita nel carcere e sulla reintegrazione. È un tema che vi sta a cuore? 

Fare un video sul carcere, e anche farci un concerto, era un progetto che avevamo in mente da un sacco di tempo. Essendo nati in una zona in cui ci sono sempre stati episodi legati alla criminalità organizzata noi siamo molto attivi in quel settore. Facciamo molta sensibilizzazione sui giovani per non scegliere di prendere quella strada ma scegliere una strada diversa come abbiamo fatto noi. Allo stesso tempo siamo molto vicini agli ospiti dei penitenziari e alle loro famiglie. Al di là del fatto che se si trovano lì dentro hanno comunque fatto degli errori più o meno gravi poi, dipende. Il messaggio è che si tratta sempre e comunque di persone, uomini come noi, che hanno emozioni e che in alcuni casi sono anche delle brave persone a livello sentimentale. L’idea di fare un video in carcere c’è venuta molti ma molti anni fa quando i Metallica fecero un video a San Quintino. Da lì è scattata la scintilla però abbiamo dovuto aspettare un po’ di anni perché, come tu ben sai, non è molto semplice, c’è un iter burocratico-legislativo pazzesco per poter solo entrare in un penitenziario, soprattutto come quello di Lecce.

Volevo discutere un testo che mi sembra un po’ in contraddizione con il vostro messaggio che mi sembra non violento. In Street Complication dite “la violenza non risolve mai”. Quindi mi sono trovata abbastanza spiazzata quando nei testi di Mr President in inglese sembra esserci un’incitazione a “burning and looting”.
Quella è una citazione. Dico: “Come dice il profeta, un giorno…” il profeta è Bob Marley e “Burning and looting” è un suo pezzo storico. Street Complication comunque si riferisce alla violenza della forze dell’ordine. Abbiamo conosciuto il lato buio della giustizia, quindi ci riferiamo a Stefano Cucchi, al Aldrovandi, a tutte le persone che comunque sarebbero dovute essere state prese in custodia dalla giustizia e invece poi i genitori se li sono trovati in obitorio. E non è questo che dovrebbe succedere. Il nostro era metaforico come esempio, chiaramente siamo sempre dalla parte della non-violenza.

Mi hai appena parlato di Bob Marley come profeta da invocare, ma secondo te c’è un vuoto generazionale? A me sembra che le nuove generazioni non abbiano un leader in cui riconoscersi.

Penso che il problema sia che le nuove generazioni eleggano a proprio idolo delle persone che non si meritano di esserlo. Vedo ragazzini di 13, 14 anni che chiamano idolo il rapper commerciale di turno che non sa parlare d’altro se non di bitches e soldi facili, queste cazzate qua. Oppure posta la foto su Instagram di lui con una bottiglia di Champagne e quattro donnine seminude accanto, e loro commentano “idolo”. Ma idolo di che cosa? Che valore c’è? Io non ti sto parlando da bigotto, piacerebbe anche a me passare una serata con lo Champagne in mano. Ma non è un esempio, non dovrebbe essere una persona del genere che tu eleggi a tuo modello di vita. Per carità, va bene il divertimento, va bene tutto ma ragazzi: rendetevi conto dell’epoca in cui state vivendo, leggete le notizie, informatevi di quello che sta succedendo nel vostro paese. Non pensate che quando uscite da casa sia tutto champagne e bitches, non è così. C’è gente che muore di fame, abbiamo un presidente del consiglio che nessuno ha eletto, c’è la Grecia che… mi spiego. Il senso è questo.