j mascis

di Stefania Ianne

Londra, tutto esaurito. Il posto è piccolo. Si riempie subito. Si chiama Scala. Ironico. Perché è l’antitesi del posto più pretenzioso di Milano. Quello di Londra è il tipo di sala ideale per chi ha voglia di assaporare la musica e non di subirla. Il posto giusto per i due artisti sul palco stasera. Luluc sul palco per primi. In due, australiani, visi puliti, sorrisi sinceri. Tante chitarre sul palco ma ingannano,il concerto è intimo. Il viso di Zoë Randell,alla voce e chitarra acustica vintage, è di una tristezza infinita. I suoi racconti folk di una limpidezza estrema. Steve Hassett accompagna il tessuto acustico con pennellate alla chitarra elettrica – a volte distorta – e completa il quadro minimalista con le sue armonie vocali. Il suono è raffinato, l’effetto ipnotico. L’approccio di una gentilezza infinita e inusuale. Decisamente molto poco rock’n’roll. Conquistano la mia attenzione e tutto il pubblicosoprattutto con gli arpeggi di Without a Face, la bellezza invernale di Small Window, la tristezza di Tangled Heart. L’introduzione al concerto di J Mascis è breve ma poetica, low key ma di una forza inaspettata.

I Luluc lasciano il palco al punto giusto, la folla vorrebbe di più. Ma i CD in sala non ci sono, ci promettono di spedirceli se lasciamo i recapiti. Steve Hassett ci strappa un paio di sorrisi quando ci racconta del criticismo casuale di J Mascis nei suoi confronti. Lo hanno accompagnato per tutto il tour in America, e già alla seconda serata J. lo ha avvicinato casualmente per suggerire l’uso di un paio di pedali presi dalla sua collezione infinita. Zoë rammenta gentilmente che da tempo aveva suggerito un paio di modifiche al suono di Steve, suggerimento passato inascoltato fino al commento tempestivo di Mascis. Anche gli scambi tra i due sono di una gentilezza rarissima, mai incontrata sui palchi rock del mondo. L’effetto è rasserenante. Un unico fotografo fa qualche foto in sordina, controlla il suo monitor nervosamente. La timidezza sembra prendere il sopravvento stasera. Mi rivolge la parola. Siamo vicinissimi nonostante la sbarra che ci separa. Seduto sul palco mi dice di ricordarsi di J Mascis quando aveva i capelli neri, lo ha visto nel 90 e nel 94 in Germania. Ribatto di ricordarlo anch’io con i capelli neri sempre lunghissimi alla Brixton Academy nel 93. Scambiamo battute e ricordi fino all’arrivo degli altri fotografi costretti a stiparsi nello spazio più ristretto che abbia mai visto dedicato ai fotografi in qualsiasi locale. E infatti all’arrivo di J sarà un pestaggio continuo, alla ricerca del posto migliore.

J non è fotogenico. Non è nemmeno simpatico, al massimo grugnisce. Il suo look non cambia da decenni, maglietta un po’ spaced out, capelli lunghi bianchissimi, la barba e le sopracciglia ad effetto puzzola. Gli occhiali grandi a coprire mezzo viso, il resto coperto dalla visiera del cappello da baseball. Due chitarre acustiche, la collezione di pedali è coperta dai monitor, l’amplificatore da un lato, delle bottigliette di medicinali in primo piano, 3 bottigliette per bere ad intervalli regolari, tutto è studiato al millimetro. Nei vari passaggi del fedele roadie che prepara il palco, vedo la sagoma inconfondibile di Thurston Moore backstage. Il complimento è pagato. Un riconoscimento implicito del genio chitarristico di J da parte di un altro pilastro della storia indipendente della musica statunitense. J si presenta sul palco. L’andatura è la solita, definirla rilassata è inadeguato. Il battito cardiaco di J deve essere rallentato, da slacker, ai limiti della piattezza. Ma la chitarra lo trasforma. Listen to Me and Me Again in apertura sembrano annunciare un concerto piuttosto tranquillo per presentare l’ultimo lavoro solista Tied to a Star. Ma il cambio di marcia inaspettato questa volta non mi coglie di sorpresa, la chitarra dall’innocua apparenza acustica si trasforma in un ululante Mr. Hyde creando una crisi d’identità totale nell’ascoltatore casuale perso nei giochi del prestigiatore Mascis. A volte mi perdo nella musica, a volte nella magia del movimento delle dita sulle corde mentre il volto di J rimane impassibile. Inevitabile la versione acustica delle proprie canzoni con i Dinosaur Jr: Get Me il primo episodio di sdoppiamento musicale. Per ben due volte stasera ripenso a Tim Buckley: durante le reverie dei Luluc e durante la lunga introduzione alla chitarra di Drifter. Una meraviglia sonora. Tutto il concerto è un continuo crescendo. Gli assoli non sono mai fini a se stessi, le cover impreziosiscono la performance. Fade Into You, cover dei Mazzy Star, precede un altro tour de force nell’esecuzione dell’immancabile Pond Song. Semplicemente l’esecuzione di Alone vale da sola il prezzo del biglietto. Supersonica. Di una tristezza spaziale.

J lascia il palco per gli applausi ma ritorna velocissimo, nello spazio di pochi secondi. In un concerto qualche anno fa ci aveva confidato che ritornava velocissimo sul palco per l’encore semplicemente perché aveva il timore il pubblico se ne andasse nel frattempo. Conclude come spesso accade con la cover di Just Like Heaven dei Cure, una versione geniale. Tra il pubblico un paio di aficionados sostituiscono le urla di Lou Barlow al punto giusto, mi strappano un nuovo sorriso. J completa e ci saluta telegrafico. Il concerto è completo, un cerchio perfetto. Ancora una volta siamo lasciati con la voglia di avere di più, ma le grida della folla cadono nel vuoto. Le luci si accendono, gli addetti al palco iniziano ad arrotolare cavi. Mentre lascio il locale scorgo la sagoma inconfondibile di Jarvis Cocker alla destra del palco, con impermeabile all’ispettore Derrick, fitto in conversazione con i suoi accompagnatori. Anche lui non poteva mancare… non male.

Setlist:

Listen to Me
Me Again
Ammaring (J Mascis + The Fog)
Every Morning
Stumble
Get Me (Dinosaur Jr.)
Little Fury Things (Dinosaur Jr.)
Heal the Star
Drifter
Not You Again(Dinosaur Jr )
Not the Same(Dinosaur Jr.)
Out There(Dinosaur Jr.)
Fade Into You(Mazzy Star cover)
Pond Song(Dinosaur Jr.)
Alone(Dinosaur Jr )

Just Like Heaven (The Cure cover)