michael gira

di Daniele Ferriero

Il numero di apertura dell’intervista dovrebbe garantire una panoramica efficiente, ma ben delimitata sul fronte del numero di battute, dei trascorsi musicali di Michael Gira, colui il quale viene pressoché universalmente riverito come il nucleo e l’avatar di Swans. Tuttavia, il confronto con queste musiche tende a evidenziare il gigantismo e/o le dimensioni titaniche che queste si portano dietro, in una prospettiva dove l’arte e la vita diventano una materia unica ma a diversi gradi di complessità. Motivo per il quale, dopo tanti ascolti, parole, ricerche, note biografiche e suoni, a restare davvero viva nella coscienza è l’immagine quasi archetipica di questo massiccio californiano dagli occhi di ghiaccio, cappellaccio da cowboy calato in testa e sguardo che trasuda pietas e umanità in ogni direzione. Resistere all’impulso di gettarsi tra le sue braccia per piangere ogni lacrima di questo mondo è arduo, considerarlo poco meno che padre putativo e romanzato della vita messa in musica è ancora più difficile. L’incontro e la bevuta nascono in quel del Bloom di Mezzago, visitato da Gira il 28 marzo per il suo tour acustico in solitaria (aperto da Fabrizio Modonese Palumbo), a cavallo dell’uscita di To Be Kind. L’impressione di forza trattenuta e inquieta ad agitarsi sotto acque mai così placide rimarrà persistente come un’aura in tutto l’arco dell’intervista.

Perché questo tour acustico, è un’esigenza relativa al momento, una pausa dagli Swans in qualche modo?

“Non proprio. Direi che in un modo o nell’altro si tratta di qualcosa che ho sempre fatto, alla grossa sin dal ’97 o ’98, e in un certo senso credo da più tempo di quanto possa ricordare. È qualcosa a cui mi dedico per ri-trovarmi in quella sorta di luogo da dove proviene la musica, un senso molto elementare ed essenziale, che dà la sensazione qualsiasi cosa possa succedere e che incredibilmente funziona anche se non sono poi chissà quale chitarrista. D’altro canto è un po’ come se lavorassi al McDonald’s, pur con tutte le ovvie differenze del caso. É il mio lavoro quotidiano, per così dire. Si tratta d’imparare a suonare da soli, confrontarsi con la chitarra e la propria voce; può risultare persino spaventoso, insomma. Benché mi ci sia voluto qualche tempo credo ora di essere diventato discretamente bravo. Mi dà soddisfazione e intensità, e ha significato mettermi di nuovo alla prova, sia dal punto di vista del musicista vero e proprio che da quello strettamente emotivo e personale. Cosa che mi rende particolarmente felice.”

Sono tutt’altro che sicuro quest’etica del lavoro sia così comune, spesso per molti artisti pare essere più questione di riuscire a dedicarsi a quello che vogliono a prescindere dal modo, le conseguenze o le persone che hanno davanti.

“In un certo senso è il punto d’incontro. Come se noialtri fossimo in una sorta di scuola d’arte dove doversi dedicare al proprio lavoro con, non è professionalità il termine che cerco, ma impegno puro e semplice, impegno magari destinato a cercare una sorta d’estasi alla fine, o persino durante questo processo. In alcuni musicisti è proprio questo che riconosco e ammiro, per esempio in Richard Bishop o Jamie Stewart di Xiu Xiu, persone che pensano a fare il loro lavoro a prescindere da tutto, da ogni difficoltà o limite. E non si tratta di ossessione, ma proprio di puro impegno. Immagina se tu avessi questo lavoro che odi, e allo stesso tempo fossi dotato di un gran talento da musicista, o diciamo anche solo una particolare propensione; ecco, troveresti allora probabilmente il modo di sopravvivere, di dedicartici in qualche modo, in qualsiasi modo. E non solo come via di fuga dal quotidiano ma proprio come anelito che vada oltre la logica del semplice consumo, della vita declinata come servitù rispetto al lavoro.”

Parlando del tuo nuovo album To Be Kind, e in relazione proprio a questo tour solista, viene da chiederti se in qualche modo devi comunque mettere in conto una sorta di compromesso tra la tua visione personale e/o le diverse modalità d’approccio al materiale del disco.

“Si tratta di due cose diverse, ecco tutto. Benché l’una influenzi l’altra, alle volte fino al punto di cambiarla o persino trasfigurarla. Vale certamente per i concerti dal vivo, ma a maggior ragione per quanto suoniamo in studio, durante le registrazioni. Cambiano i suoni, cambiano gli arrangiamenti; alle volte radicalmente. L’ambiente dello studio è differente e può funzionare come spinta propulsiva, così come lo stesso discorso può valere come ti dicevo prima per quando suono da solo, come stasera, chitarra in mano. Si può arrivare a ritenere che studio e live operino proprio interazioni diverse, per così dire, all’interno di un processo che è sempre in cambiamento, sempre mutevole, e che ciò a sua volta possa accadere e ripetersi per le differenti versioni di una singola canzone, con i diversi arrangiamenti o novità del momento”

E per quanto riguarda il tuo pubblico, noti differenze rispetto al passato?

“Decisamente sì, grazie a dio! (ride alla grossa ndr) Fossero rimasti solo miei coetanei la cosa avrebbe preso una brutta piega, sarei stato costretto a mollare! Scherzi a parte, mi fa decisamente piacere poter osservare un pubblico così variegato ai miei concerti. Ci sono molti giovani, uomini e persino molte giovani donne, senza contare che all’apparenza spuntano fuori anche persone di estrazione sociale o culturale alquanto diversa. Credo abbia a che fare anche con un atto di volontà, da parte mia e dei musicisti che lavorano con me, nello spingerci verso nuove direzioni ed evitare ogni forma di nostalgia spicciola”

Molte le collaborazioni femminili del disco (Little Annie, Annie Clark di St. Vincent, Cold Specks). Hai cercato appositamente questo approccio o si è rivelato parte di un processo naturale?

“Probabilmente sì, è stato naturale, ma a dirla tutta le ho anche cercate coscientemente. Little Annie la conosco da così tanto tempo, non ricordo nemmeno bene da quanto. Negli anni ci siamo incrociati più volte, benché può darsi che abbiamo cominciato davvero a conoscerci solo grazie ai Larsen; anzi, potremmo proprio chiederlo a Fabrizio (il quale, a noi piuttosto prossimo, già intervenuto per qualche scambio di battute, risponde al buon Michael: “Che domande, la conosci da sempre!”, con l’escalation di rimpalli e risate su chi tra i due l’abbia conosciuta prima, e la chiusa dedicata a lodare l’uomo e la musica dei Larsen ndr). Ha quell’insieme di carattere, sofferenza e umanità che la rendono perfetta per cantare quelle note e quei testi. Annie Clark invece l’ho conosciuta grazie a John Congleton, ingegnere del suono. Lei si è rivelata magnifica, professionale nel lavoro fino al punto da accettare tutte le mie richieste, persino quando le ho chiesto di ripetere la stessa linea vocale per ore. Ha un bellissimo timbro e una grande capacità di controllo. È venuto addirittura fuori che è una fan degli Swans. Il suo carattere e la sua voce si sono dimostrati perfetti, sorta di strumenti aggiuntivi calibrati a meraviglia per il disco.”

Perdona la sincerità, ma fatico a comprendere come dopo così tanti anni il dover partecipar al circo mediatico, magari proprio con interviste come questa, non ti risulti insopportabile. Anche perché spesso e volentieri ti sei soffermato sui rapporti di potere che si creano a partire dalla celebrità, da un certo status iconico.

“Fa parte del mio lavoro, davvero. Come ti dicevo prima, lo considero come una parte importante di quello che faccio e sarebbe ingiusto e scorretto da parte mia assumere pose da rockstar e non rispettarne il senso o i compiti, per così dire, che ne derivano. Detto questo, sincerità per sincerità, effettivamente la cosa che odio di più è proprio essere intervistato (ride ndr), perché in fondo non amo molto parlare di me stesso, mettere in primo piano il mio ego. Tuttavia, appunto, fa parte del mio lavoro, della mia musica, persino degli stessi testi. L’importante è che rimanga un punto di partenza o parte del processo, che non si riduca a una celebrazione narcisista e fine a se stessa. D’altronde sono consapevole che certe dinamiche tra me e il pubblico possano instaurarsi ma in effetti non so bene come risolverle, se non rimanendo fedeli alla propria musica e accantonando tutto il resto. Ecco, meglio a quel punto fare di se stessi una sorta di tramite, lasciare che sia la musica a suonarci, in un certo senso come veniva considerato il genio nel medioevo o giù di lì, o persino come l’idiot savant, lo scemo del villaggio. Non suona così male, o sbaglio? (ride ndr).”