Geese, il momento in cui tutto accade

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Il racconto del live dei Geese, e dei supporter Westside Cowboy, a Monaco di Baviera

di Cesare Lorenzi

L’attesa che i Geese si portano dietro in questo momento ha pochi precedenti. Uno, per me, è chiarissimo: il tour di Nevermind dei Nirvana, nel 1991. Stessa caccia ai biglietti, stessi promoter costretti a rincorrere il fenomeno spostando i concerti in spazi sempre più grandi, stessa impressione di assistere a qualcosa che cresce sotto gli occhi di tutti a una velocità anomala. Dall’America all’Australia, fino all’Europa, l’isteria si è propagata allo stesso modo. Alla base di tutto c’è Getting Killed, un album enorme che ha cambiato di colpo il profilo della band, rendendola improvvisamente centrale anche per chi fino a ieri la guardava con distanza. Eppure, a riascoltarlo oggi, un primo segnale era arrivato qualche mese prima, con il disco solista di Cameron Winter, Heavy Metal: lì dentro si avvertiva già il tratto di un songwriter fuori categoria. Va detto anche che il paragone con quel tour dei Nirvana regge non solo nell’interesse del pubblico, ma anche nella traiettoria con cui i due fenomeni si sono affermati. A distanza di decenni colpisce la stessa passività dell’industria musicale ufficiale, che più che costruire o accompagnare si limita a inseguire. Come accadde con Kurt Cobain e soci, si ritrova davanti qualcosa di imprevisto, che non aveva saputo immaginare e sul quale ha inciso quasi per nulla. Del resto, chi avrebbe davvero scommesso che una band rock, nel senso più tradizionale del termine, potesse ancora spostare così tanto?

A Monaco, ad aprire la serata sono i Westside Cowboy, da Manchester, nome che da mesi circola con crescente insistenza. Hanno un paio di singoli alle spalle, ma sul palco si muovono con una sicurezza sorprendente. La cosa migliore è la disinvoltura con cui cambiano registro: prima sembrano i Mekons ringiovaniti di una generazione, subito dopo virano verso qualcosa che ricorda i Modest Mouse e, allo stesso tempo, la nuova generazione di band legate alla scena di Brixton. Il debutto deve ancora arrivare, ma hanno già l’aria della band destinata a pesare: presenza, canzoni e abbastanza personalità per scaldare il pubblico come si deve.

Il tempo del cambio palco è quello in cui si serrano le prime file e il pubblico si accalca. Anche in questo i Geese hanno qualcosa di antico: il richiamo fisico, quasi corporale, delle band da vecchia scuola, ma rivolto a un pubblico nuovissimo di giovani che li ha scoperti su TikTok. Poi gli strumenti vengono rimessi in asse, parte Husbands e tutto si chiarisce in un attimo: queste canzoni sono già anthem, con la sala che le restituisce parola per parola. Sul palco sono in cinque e basta guardarli un attimo per capire che l’equilibrio è quello giusto: al centro Cameron Winter, presenza magnetica e reticente, voce, chitarra e mente della band; intorno Emily Green, Dominic DiGesu, Max Bassin — batterista impressionante — e Sam Revaz alle tastiere. Suonano praticamente l’ultimo album per intero, recuperando appena un paio di brani dai dischi precedenti, tra cui una 2122 che ogni sera si trasforma in una jam diversa: con Interstellar Overdrive dei Pink Floyd, come stasera, oppure con Fun House degli Stooges, in quella che diventa la parte centrale del concerto: la più rumorosa, aggressiva e intensa. Jesse, un brano tratto dall’EP 4d Country, è una piccola gemma e fa la sua inedita comparsa in una scaletta con qualche sorpresa. Ascoltandoli dal vivo, è come se davanti agli occhi si materializzasse una costellazione di riferimenti classici — i primi Pink Floyd, Jeff Buckley, Van Morrison, i Velvet Underground, Bowie, perfino certi Radiohead — ma filtrata ogni volta da qualcosa di instabile, da una tensione che impedisce alle canzoni di assestarsi davvero. Anche quando trovano una loro insistenza quasi ipnotica, i Geese evitano sempre di adagiarsi: basta una chitarra che entra fuori asse, un colpo spostato, una linea vocale che non accompagna il pezzo ma lo contraddice, e quella spinta si trasforma subito in qualcosa di più nervoso e imprevedibile. In questo equilibrio precario Cameron Winter occupa il punto decisivo. La voce non serve i brani nel senso più canonico del termine: li piega, li incrina, li porta fuori asse. Entra e esce dalla tonalità, passa da un registro all’altro senza cercare continuità.

Cameron Winter catalizza lo sguardo senza mai dare l’idea di cercarlo davvero, come se tutto dovesse passare soltanto attraverso la musica. Attorno a lui la band si muove con una sicurezza istintiva, erede di quello charme spontaneo che avevano i primi Strokes, quando non servivano scenografie, effetti o sovrastrutture perché la scintilla era già tutta lì. Basta osservare questi cinque ragazzi sfiorarsi con gli occhi, intercettarsi al volo, sapere sempre dove andare: suonano con la calma di chi conosce fino in fondo la forza delle proprie canzoni e sa di poter tenere il pubblico in pugno senza nemmeno doverlo mostrare. Il rapporto con la gente resta ridotto al minimo: qualche battuta con le prime file, poi appena il tempo di raccogliere un paio di bacchette della batteria e consegnarle a qualcuno sotto il palco. Del resto non è necessario molto altro: qui la comunicazione non ha bisogno di parole. Basta il primo accordo perché la sala riconosca Au Pays du Cocaine: “You can be free / Just come home, please / I’m alright”, dalla folla si alza una voce compatta, come se in quelle parole si concentrasse davvero il bisogno di evocare almeno un frammento di speranza. A chiudere la prima parte del concerto è Taxes che si impone come un inno che la gente canta con convinzione, facendo del naufragio di una relazione qualcosa che, in questo contesto, finisce per assumere i contorni di una metafora generazionale. Trinidad chiude il bis e il concerto in maniera definitiva con Cameron Winter e compagni che lasciano il palco senza troppi convenevoli.

Resta l’odore di sudore e di birra versata a terra mentre il pubblico lascia la sala, e quella rara consapevolezza di avere visto una band nel momento perfetto, quando tutto si incastra e anche il rock torna a sembrare una cosa viva, pericolosa e maledettamente necessaria.

Redazione Rumore
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