
Le interviste a Francesca Re, coordinatrice di Uploadsounds, e ai vincitori dell’edizione ’25 Daniele Patton e Timbreroots
Di Barbara Santi
Sono ancora utili i concorsi? È una domanda ricorrente, la risposta è che dipende dai casi e in quello dell’Uploadsounds si direbbe di sì. Anche perché in realtà si tratta di una serie di iniziative rivolte ai giovani artisti del Trentino-Alto Adige, tra le quali il contest, la cui fase finale si svolge da 17 autunni nei locali e circoli del territorio e nella quale le band scelte danno il meglio di sé esibendosi di fronte alla giuria. È la formula del concorso ma nasce dalla volontà di offrire gratuitamente qualche strumento in più a chi, dopo un’attenta selezione, sembra avere le carte e margine per crescere; quattro premi “in servizi professionali su misura”, secondo le esigenze e le caratteristiche dei musicisti sul podio. Lo scopo del progetto in senso ampio è offrire loro l’occasione di conoscere colleghi, appassionati, addetti, scambiarsi idee, dare vita a collaborazioni, essere seguiti da professionisti e, fondamentale, esibirsi in concerto anche in contesti importanti, ampliare il loro raggio d’azione. L’ultima edizione del concorso si è tenuta al centro giovani Cantiere26 di Arco e i primi due classificati sono Daniele Patton e i Timbreroots, con i quali dialoghiamo a seguire. Intanto abbiamo pensato di farci dire di più sul progetto in generale da Francesca Re, presidentessa della Cooperativa Mercurio e coordinatrice delle attività di Uploadsounds per il Trentino.

Come, dall’idea di chi e quando nasce, l’Uploadsounds? Quali sono gli obiettivi e come si è sviluppato in questi anni?
Francesca Re: “Nasce 18 anni orsono da un’idea della cooperativa Leit Motiv in Alto Adige, poi cresciuta con il sostegno della provincia autonoma di Bolzano, della provincia autonoma di Trento e del Land Tirol. Nel 2020 Uploadsounds è stato preso in mano da chi prima collaborava nell’organizzazione dei concerti collegati alla piattaforma. Attualmente il progetto è gestito da tre soggetti che collaborano tra loro: Attualmente il progetto è gestito da tre soggetti che collaborano tra loro: Cooperativa Mercurio Impresa sociale per il Trentino, Associazione Be It Verein per l’Alto Adige e Mica – Music Austria per il Tirolo. Il team coinvolge diverse figure, di tipo organizzativo, artistico e di comunicazione. Nato come contest musicale, oggi Uploadsounds comprende una serie di iniziative rivolte ai giovani dell’Euregio (Trentino, Alto Adige e Tirolo) attivi nella produzione di musica originale. Si intende valorizzare la produzione musicale dei giovani fino ai 35 anni, aiutarli a crescere artisticamente e creare occasioni per farli esibire. La dimensione internazionale data dall’Euregio è un valore aggiunto e un elemento caratteristico. I concorrenti possono incontrarsi con i coetanei degli altri territori coinvolti, suonare fianco a fianco, esibirsi in contesti diversi, crescere e contaminarsi artisticamente, pensando che la produzione e l’ascolto della musica siano attività positive che possono favorire il benessere e la socialità. Il nostro territorio, racchiuso tra le montagne, fatica ad avere una prospettiva più ampia e questo progetto aiuta a uscire dal proprio contesto, dalla comfort zone e a mettersi in gioco su palchi diversi. Poi si intendono coltivare i giovani talenti, valorizzarli attraverso iniziative, accompagnarli con percorsi formativi e di professionalizzazione di alto livello, con il coinvolgimento di formatori e membri della giuria di spessore nazionale, stimolarli nell’impegno e a guardare al futuro con determinazione e competenza”.
Andiamo ai dettagli che possono interessare ai giovani della vostra area.
“Il progetto ha come cardine la piattaforma uploadsounds.eu. Chi si iscrive può creare una propria vetrina in cui raccontare di sé e far ascoltare un brano. Le iscrizioni aprono in primavera e si chiudono in autunno. La sezione principale è rivolta agli artisti fino ai 35 anni residenti o domiciliati nel territorio dell’Euregio. A loro si rivolge il contest Uploadsounds a cui ogni anno partecipano centinaia di giovani e che mette in palio premi per un valore di 16 mila euro (7000 per il primo classificato della categoria generale, 3500 per il secondo, 2000 per il terzo e altri 3500 per il miglior progetto musicale under21) da spendere in servizi per la propria crescita artistica. Una giuria di spessore seleziona i 12 progetti musicali che si sfidano sul palco delle audizioni finali, al termine delle quali avviene la premiazione. L’anno prossimo vorremmo istituire un premio del pubblico; molti ce lo chiedono e crediamo sia una bella opportunità di coinvolgimento per la cittadinanza, locale e non”.
Ma non è tutto, mi dicevi.
“Iscrivendosi alla piattaforma si ha l’occasione di essere selezionati dai direttori artistici per esibirsi dal vivo. E ogni anno si organizza l’Upload On Tour per l’autunno: 8-10 date sul territorio dell’Euregio, organizzate in collaborazione con molti altri soggetti del territorio, cui partecipano ospiti affermati. Per ogni data, in apertura si esibiscono tre band o solisti di Uploadsounds (uno trentino, uno altoatesino e uno tirolese). Così i giovani partecipanti possono esibirsi al fianco di artisti professionisti, incontrare coetanei accomunati dalla passione per la musica, calcare palchi lontani da casa e crescere.
Collaborate con altri festival, eventi o iniziative, come L’Upload?
“Sì, grazie alla rete di partnership create dall’iniziativa nel tempo, cerchiamo di favorire anche l’esibizione degli artisti di Uploadsounds (Upload Live) in eventi organizzati da altri. Ne sono un esempio il Poplar Festival di Trento, ma siamo stati anche all’estero, abbiamo portato band allo Sziget Festival, al Kufstein Unlimited Festival e a Londra in collaborazione con la Academy Music Group. Lo scorso 8 dicembre, per esempio, l’artista Libellule si è esibito a Londra in apertura a Brunori Sas di fronte al numeroso pubblico della Union Chapel. Parallelamente si sono sviluppate negli ultimi anni le iniziative di Upload School che si declina in un fitto calendario di appuntamenti e residenze per approfondire i diversi aspetti dell’industria musicale e aiutare i partecipanti a orientarvisi, apprendere competenze professionali e strategiche per il loro futuro, dedicarsi alla produzione musicale affiancati da professionisti. E da qualche anno si è sviluppato il filone Upload-E, un programma di eventi formativi e live dedicato alla musica elettronica”.
Il Trentino-Alto Adige è un’isola felice: si investe ancora nella cultura, nell’arte, nella musica. Vuoi raccontarci qual è la situazione da voi?
“Uploadsounds è un progetto particolare da questo punto di vista perché nelle sue prime fasi e in parte è stato co-progettato con l’ente pubblico. Oggi i partner realizzano le attività del festival grazie ai contributi legati ai bandi locali per le attività culturali, a cui associano sempre anche sponsor privati. Il rapporto finora è sempre stato positivo con gli enti sostenitori. Questo ci consente di coltivare la sostenibilità economica del progetto tenendo però sempre aperta una parte di sperimentazione, importante quando si ha a che fare con l’ambito giovanile. Essere suddiviso su tre territori, ognuno con propri finanziamenti e dinamiche specifiche, è una sfida da punto di vista organizzativo. Il confronto con i partner è costante e prevede attività comuni organizzate in sinergia e in ambiti di autonomia, in cui sono valorizzate l’iniziativa e la sperimentazione del singolo territorio”.
Ci parli dell’edizione di quest’anno? Che aria si è respirata?
“È stata una delle più belle. Abbiamo introdotto diverse novità, tra le quali la piattaforma rinnovata ed è stata ampliata l’offerta della school con proposte durante tutto l’anno. La piattaforma ha avuto 108 tra band e solisti iscritti. La finale si è svolta a porte chiuse il 15 novembre ad Arco (TN) nel centro giovani Cantiere26 in un clima professionale ma al contempo informale e piacevole. I giurati, alcuni dei quali collaborano con noi da molti anni, hanno dato feedback positivi, registrando un notevole aumento delle qualità delle proposte musicali e la votazione non è stata semplice. Al primo posto si è classificato il jazzista Daniele Patton, seguito dagli altoatesini Timbreroots, che parleranno a seguire, e da Rico, cantautore polistrumentista di Trento che frequenta il BIMM Music College di Dublino, dove suona con diverse band locali, registra e produce alcune sue canzoni, fondendo diversi stili. Ad aggiudicarsi il premio per il miglior progetto under 21 è invece il diciannovenne Gabbbrielll, rapper nato a Rovereto che suona pianoforte, violino, frequenta il Liceo Musicale e il Conservatorio ma ama sperimentare. A fine serata, passata la tensione, abbiamo brindato tutti insieme, staff, partecipanti e membri della giuria”.
Avete in prospettiva altre novità di cui parlarci? Nuove iniziative legate all’Uploadsounds?
“Oltre a quanto già detto, per il 2026 stiamo lavorando per rafforzare la partecipazione del territorio tirolese, che da sempre ha una produzione qualitativamente molto alta, guarda più di noi verso il resto d’Europa e può essere stimolo per i coetanei della regione. Tra le priorità c’è pure l’ampliamento della nostra rete di collaborazioni per offrire ai musicisti altri spazi per esibirsi su palchi di grandi festival ed eventi, in Italia e all’estero”.
Il jazzista, musicista e compositore trentino Daniele Patton, impegnato in diverse formazioni e in una frenetica attività concertistica, si è conquistato il primo posto sul podio di quest’ultima edizione del contest Uploadsounds. Il secondo è andato alla pop folk band altoatesina Timbreroots, che lo scorso anno ha dato alle stampe il disco d’esordio Heartbeat Chronicles e che anch’essa ha una buona esperienza di studi e palco alle spalle. Troppo diverse le radici musicali, gli obiettivi, le esigenze e gli ambienti delle band, quelle in cui milita o che ha ideato Patton e quella dei Timbreroots, per poter pensare a un’intervista a due voci. Tuttavia, è interessante, banalmente, capire cosa c’è dietro alla loro musica; la loro storia, seppur giovane, il loro pensiero; e forse, si diceva, contribuire ad ampliare il loro raggio d’azione. Cominciamo dai secondi classificati, i Timbreroots, ossia dal cantante e chitarrista Benedikt Sanoll, portavoce della squadra composta anche dal fratello batterista Philipp, da Thomas Vicenzi, Sebastian Willeit e Simon Oberrauch.

Dove e quando siete nati e in quale clima siete cresciuti?
Benedikt “Bene” Sanoll:“Siamo nati e cresciuti sparsi per l’Alto Adige e abbiamo intorno ai 28 anni, tranne il membro più “anziano” della band, che ormai è a metà dei trenta. Io sono nato a Bolzano e cresciuto nel piccolo e bellissimo paese di Cortaccia, dove vivo tutt’oggi. Come accade nei paesi, non sono mai stato davvero solo ma sempre circondato da famiglia, parenti e amici. Non ci si annoiava e credo che la vita di paese, il senso di libertà, comunità e il rapporto diretto con la natura, rispetto alla città, mi abbiano segnato anche nella scrittura”.
Chi vi ha introdotti alla musica? E cosa vi ha fatto scattare la voglia di prendere in mano uno strumento?
“Non c’è stato un momento preciso. Sono l’ultimo di due genitori e il minore di due fratelli musicisti, sono stato circondato dalla musica fin da piccolo, ho sviluppato presto questo interesse. Il vero impulso a dedicarmi seriamente alla musica, però, è arrivato più tardi ed è stato legato soprattutto all’ispirazione di alcuni idoli della musica pop. La scintilla definitiva è scoccata quando, insieme al mio amico di sempre e membro della band Thomas, abbiamo assistito a due concerti grazie al bonus cultura per i diciottenni: uno dei The Lumineers e uno degli Imagine Dragons, entrambi a Verona.
Come vi siete conosciuti?
“Conosco i primi membri della band da quando ero bambino. Uno è mio fratello Philipp, l’altro è Thomas, compagno d’asilo. Simon e Sebi li ho incontrati invece durante gli studi al Mozarteum di Innsbruck”.
Diteci del nome Timbreroots.
“Nasce dall’unione di due immagini che sentiamo nostre. È venuto fuori in macchina, poco dopo aver comprato il nostro primo impianto audio, mentre parlavamo di cosa volessimo esprimere con la nostra musica e di chi intendessimo raggiungere. ‘Timbre’ in musica è il timbro, il colore del suono, ciò che rende una voce o uno strumento riconoscibili. Stesso vale per le persone: ognuno porta con sé un proprio ‘suono’, fatto di esperienze, cultura, provenienza, storia. ‘Roots’ sono le radici. La nostra musica vive di influenze e background diversi. Non veniamo tutti dallo stesso posto, né musicalmente né personalmente, questo è interessante. Il nome vuole esprimere che la diversità non divide, ma può unire e far crescere”.
Quali studi avete fatto o state ancora facendo?
“Sebi, Simon e io abbiamo studiato al Mozarteum e al Conservatorio di Innsbruck. Io poi ho passato un anno alla Popakademie di Mannheim. Thomas e Philipp sono rimasti in Alto Adige e hanno frequentato il Conservatorio di Bolzano”.
Qual è il primo disco che avete ascoltato e amato?
“Non lo ricordo con precisione. Probabilmente era un CD dei Coldplay, forse Mylo Xyloto”.
Primo libro, invece?
“Qui mi beccate! Nella mia vita ho letto forse tre libri, anche se mi piacerebbe leggere di più. Ho bisogno di un po’ di tempo prima che un libro mi prenda davvero, e se poi devo interrompere faccio fatica a ricominciare. Credo che il primo libro letto da bambino fosse Floh Der Superkicker. Il primo vero romanzo è stato l’ultimo Harry Potter uscito”.
L’album di debutto Heartbeat Chronicles è andato bene e avete suonato parecchio. Riuscite a mantenervi un po’ con i concerti?
“In parte sì, ma senza altre forme di sostegno economico non ce la faremmo. Siamo comunque su una buona strada e speriamo di fare un passo importante in avanti nei prossimi due anni”.
Ci raccontate del disco?
“Heartbeat Chronicles è pensato come un viaggio coerente, sia a livello emotivo sia narrativo. I brani seguono una figura che inizialmente vive nella propria bolla mentale, poi si scontra con le conseguenze della rimozione e del sovraccarico emotivo e infine arriva, passo dopo passo, all’autoconsapevolezza, alla responsabilità e a una reale vicinanza agli altri. Questa evoluzione si sente anche nella musica: da un inizio più giocoso si passa a momenti più scuri e intensi, fino ad arrivare a sonorità più aperte, calde e armoniose. Il messaggio è chiaro: uscire dall’autoinganno e dall’isolamento per andare verso consapevolezza, responsabilità e vera connessione umana”.
Quale direzione pensate che la vostra musica possa prendere, per abbandonare definitivamente i vostri riferimenti musicali, tipo i Coldplay? State lavorando in questo senso?
“Avendo background molto diversi, il rischio è quello di disperdersi stilisticamente. Col tempo però abbiamo trovato la nostra strada. Quello che ci caratterizza è la versatilità del nostro suono: possiamo passare da momenti intimi e raccolti a situazioni da grande palco, mantenendo sempre il canto a più voci e una forte profondità emotiva, che parte dal personale ma riesce a parlare a molte persone”.
Andiamo all’Uploadsounds, cui avete partecipato per due edizioni e quest’autunno vi siete guadagnati il secondo posto. Com’è andata? Sensazioni? Risultati?
“L’ultima partecipazione è stata un grande successo per noi. Ci siamo presentati molto più preparati rispetto alla prima e abbiamo percepito quanto siamo cresciuti come band. Il secondo posto è stata una conferma importante e ci ha portato visibilità, motivazione e contatti preziosi”.
Avete avuto modo, grazie al contest, di stringere legami con altri musicisti? Sono nate mai collaborazioni tra le band in gara?
“Sì, siamo entrati in contatto sia con altri musicisti sia con persone che lavorano nell’industria musicale. Sono incontri molto importanti, che portano scambi continui, nuove idee e prospettive”.
Come avete investito o state investendo il premio in denaro previsto dall’Uploadsounds per il podio?
“Vediamo il premio come un investimento nel prossimo step di crescita della band. Dopo tanti anni di autoproduzione, vogliamo lavorare sempre più con produttori esperti, realizzare nuove canzoni a un livello più alto, collaborare con un’agenzia di promozione adatta e portare avanti la nostra prima tournée nel Regno Unito. La stiamo pianificando con un’agenzia britannica. Non possiamo ancora dirvi ma siamo fiduciosi di riuscire a suonare in UK già quest’anno. Ci aspettiamo grandi esperienze live e la possibilità di allargare la fanbase”.
I vostri genitori come hanno preso la vostra scelta di dedicarvi alla musica?
“Tutto è iniziato con i miei studi in pedagogia musicale. Dopo averli conclusi e aver deciso di concentrarmi completamente sulla musica, non ho incontrato una vera opposizione. Credo che mia madre si fidi di me e sappia che prendo le mie decisioni con attenzione e non in modo ingenuo o sconsiderato”.
Come vivete, essendo giovani, la situazione geopolitica attuale, le atrocità che ci circondano, tra guerre, dittatori assortiti, disuguaglianze, povertà e iniquità?
“Dico sempre che non sono un politico né un esperto e cerco di stare attento a non fare affermazioni ingenue su temi complessi. Però credo molto nel potere della musica di connettere emotivamente le persone. In tempi difficili è importante creare spazi in cui si possa respirare, sentirsi parte di una comunità e ricordarsi che, nonostante le differenze, siamo tutti parte dello stesso insieme”.
Se poi, toccando ferro, la musica non diventasse un mestiere, quale altro lavoro vi piacerebbe fare? Quali altre passioni avete?
“Gli altri membri insegnano già musica parallelamente e credo che sarebbe il percorso più naturale per loro. Io potrei immaginarmi un giorno di lavorare in viticoltura. Amo prendermi cura di qualcosa nella natura e vederlo crescere. Con il cambiamento climatico e le difficoltà legate all’agricoltura non è semplice, ma ditemi voi un lavoro in cui vada sempre tutto liscio”.
Ci sono novità, in termini di concerti, nuove canzoni, video?
“Sì, il nuovo singolo Take Me Back è uscito il 13 febbraio. E sono già confermati alcuni concerti: dal 5 al 8 marzo saremo allo Ski and Music Festival di Plan De Corones, Brunico, provincia di Bolzano e il 31 luglio in Germania al festival Folk Am Neckar”.
L’obiettivo è il medesimo, le domande combaciano, le risposte assumono sfumature diverse, “trovate le differenze”, ma l’amore per sua maestà la Musica è la medesima ragione che li muove. Per dire che a questo punto il microfono va a Daniele Patton, vincitore assoluto del contest Uploadsounds.

Sei nato a Trento nel ‘94 e cresciuto in un piccolo paese nei dintorni. Ci racconti delle tue radici?
“Sono cresciuto a Vigo Meano, paese in collina del comune di Trento. Ho passato l’infanzia con i miei e mio fratello maggiore, in un clima sereno, tra giochi spensierati e l’aiuto in casa e nei campi di famiglia. A Vigo siamo circa mille abitanti, ci si conosce tutti, cosa che ho sempre apprezzato molto. Una delle realtà associative più importanti del paese è il Corpo Bandistico di Vigo Cortesano. A dieci anni sono entrato a farne parte, prima studiando batteria durante i corsi di musica e poco dopo anche come bandista effettivo. Ho suonato nella banda fino al 2017, quando mi sono trasferito in Scandinavia per continuare gli studi musicali con il Nordic Master in Jazz, un percorso congiunto tra Danimarca, Finlandia e Svezia”.
Come hai incontrato la musica? E come nasce il tuo amore per il jazz?
“Grazie a mio fratello, che in realtà non suona. Da piccoli guardavamo MTV e facevamo a gara a chi indovinava prima il nome delle canzoni e degli artisti. Un giorno però, vedendo la banda di Vigo sfilare per il paese, mi sono innamorato della batteria. Poi mio cugino Giuseppe mi regalò la sua, e da lì sono partito. L’amore per il jazz nasce grazie a Carlo Salvaterra, mio insegnante di batteria dell’epoca. All’inizio suonavo metal in vari gruppi, ma lui, vedendo quanto fossi preso dallo strumento, mi spinse a esplorare altri generi, proponendomi video del Modern Drummer Festival e nuovi ascolti. Mi diceva sempre: “I batteristi più completi sono quelli jazz”. Il primo disco jazz ascoltato fu Question And Answer di Pat Metheny, con Dave Holland e Roy Haynes. Non capii nulla, ma da testardo decisi che dovevo comprendere per forza quella musica e lo riascoltai a lungo. Dopo arrivarono Blue Train di John Coltrane e Standards di Mike Stern, altri due CD consumati a furia di ascoltarli. Art Blakey fu il primo batterista jazz a lasciarmi a bocca aperta, i dischi con i Jazz Messengers e gli assoli travolgenti mi fecero impazzire. Poi Elvin Jones, con il suo sound e un modo di suonare accattivante mi fece innamorare di questa musica e di quel senso di libertà di espressione”.
Quali scuole hai frequentato?
“L’Istituto Tecnico Industriale di Trento, mi sono diplomato in Chimica. È un percorso di cui sono felice: ho avuto insegnanti bravi che mi hanno trasmesso il metodo scientifico e insegnato a ragionare in modo critico e analitico. Intanto ho continuato gli studi musicali, frequentando il triennio jazz al Conservatorio Bonporti di Trento e, in parallelo, il triennio di musica moderna al CDM di Rovereto. Lì ho studiato batteria con Vittorio Marinoni e Giorgio Zanier, due insegnanti straordinari ai quali devo molto. Ho inoltre studiato con Robert Bonisolo e Dario Faiella, che hanno poi suonato nel mio primo disco, Harvest Moon. Con loro ho avuto la fortuna di creare legami umani importanti e imparare molto, non solo come suonare, ma anche come ascoltare e vivere il jazz. Finito il Conservatorio e il CDM ho intrapreso la ‘via del nord’, frequentando il Nordic Master in Jazz: un semestre alla Royal Academy of Music di Aarhus, uno al Royal College of Music di Stoccolma e un anno alla Sibelius Academy (University Of The Arts) di Helsinki. Sono stato il primo musicista italiano ammesso al NOMAZZ e, una volta finito, ho iniziato un secondo master alla Sibelius, poi interrotto dalla pandemia. A Helsinki ho trovato una seconda casa: un gruppo di colleghi e amici musicisti di ottimo livello, molti dei quali sento tutt’ora e con alcuni collaboro. Il NOMAZZ mi ha cambiato la vita sotto tanti punti di vista, e sono grato di aver avuto la possibilità di fare questa importante esperienza musicale e umana”.
Dove hai vissuto in questi anni e qual è il luogo in cui ti sei sentito meglio?
“Ho vissuto tra Trento e la Scandinavia. Mi sono trovato bene un po’ ovunque ma la Sibelius Academy di Helsinki ha un posto speciale nel mio cuore. Non tanto come luogo (sarò per sempre team Vigo Meano), quanto per il contesto umano che si era creato. Lo stimolo musicale e l’urgenza di migliorarsi erano costanti. Abbiamo passato anni intensi e bellissimi, e credo che le differenze culturali siano state un grande punto di forza che ci ha fatto crescere molto, musicalmente e umanamente”.
Quale disco hai amato per primo?
“Subito mi ha fatto dannare ma è Question And Answer. Ci sono tanti album che amo, e non sono un ascoltatore assiduo di Pat Metheny, ma quel disco mi ha fatto innamorare inconsciamente del jazz e della musica in genere, portandomi a fare quello che faccio oggi”.
Tu non hai un solo progetto ma diversi. Ce li racconti?
“Ho la fortuna di conoscere e collaborare con tantissimi musicisti del panorama jazz italiano e internazionale, e questo mi ha portato a essere coinvolto in molti progetti diversi, sia come leader che come sideman. I miei progetti da leader al momento sono Harvest Moon, mio disco d’esordio realizzato con Dario Faiella, Riccardo Fioravanti e Robert Bonisolo. È un progetto di stampo post-bop per il quale ho arrangiato alcuni brani di giganti del jazz (Wayne Shorter, Victor Feldman, Lee Morgan, Sam Rivers, Freddie Hubbard) e alcune mie composizioni. Poi ci sono New Moon, Ethics e Acquarius, tre progetti molto diversi tra loro per i quali ho scritto la musica. New Moon è un guitar trio, ispirato a chitarristi come Bill Frisell, Kurt Rosenwinkel e Julian Lage, con un suono jazz che guarda anche al folk. Con me ci sono Marcello Abate alla chitarra e Francesco Bordignon al contrabbasso, e per le registrazioni vorrei aggiungere anche l’organo elettrico. Ethics è un quartetto pianoless con Manuel Caliumi al sax alto, Niccolò Zanella al sax tenore e ancora Bordignon al contrabbasso. È musica più “critica”, legata a quello che succede a livello nazionale e internazionale, e influenzata da realtà come Ornette Coleman, Sonny Rollins, Christian McBride e Joe Sanders. Acquarius è il più recente, nato in occasione delle finali di Upload Sounds. La musica guarda molto alla scena UK jazz ed è beat-oriented. Con me ci sono tre giovani musicisti di Trento: Leonardo Carta, Tommaso Cifariello e Giulio Ferraro e in aggiunta Niccolò Zanella al sax tenore, un vero fratello musicale. Ma suono anche altrove, tipo nel trio Drawbars, con Niccolò Zanella e Tommaso Perazzo e con loro mi sento a casa. Abbiamo da poco pubblicato il primo album Saturday’s Vibe, disco di inediti che spazia dal jazz tradizionale a quello moderno, con forti influenze blues. Infine, collaboro come co-leader o sideman con The Hum, Tiger Dixie Band, Baritube, la New Project Orchestra, il trio Nuwe Lewe, MaNiDa e molti altri”.
I tuoi genitori come hanno preso la tua scelta di vita?
“Mi hanno sempre spronato a dare il meglio in ogni ambito, senza tarparmi le ali o spingermi verso altro. Ho avuto la libertà di fare ciò che sentivo e inseguire i miei sogni. Loro non sono musicisti ma credo siano orgogliosi quando mi sentono suonare o quando percepiscono che il mio lavoro è apprezzato. Avendo lo studio a casa, a Vigo Meano, hanno modo di conoscere i musicisti con cui lavoro e cercano di venire ad ascoltarmi quando suono in zona: cosa che mi fa davvero piacere. Negli ultimi anni ho ricevuto premi e riconoscimenti e credo siano felici di vedere che sono riuscito a trovare il mio spazio. Anche mio fratello, quando può, viene a sentirmi suonare, lui è professore di matematica al Liceo Scientifico di Trento e, essendo il figlio maggiore e avendo sempre ottenuto risultati eccellenti, ha fissato l’asticella piuttosto in alto, cosa che mi ha sempre spronato a cercare di dare il massimo”.
Andiamo all’Uploadsounds, cui hai partecipato e che hai vinto. Raccontaci.
“È andata decisamente bene, specialmente dal punto di vista della band; è stata l’occasione perfetta per dare vita agli Aquarius, progetto che avevo in mente da tempo, e vedere l’entusiasmo del pubblico e della giuria mi ha dato la carica per spingere forte in questa direzione. Qualche settimana dopo ci siamo esibiti con il primo live ufficiale al Sudwerk di Bolzano, alla finale ho scritto la musica e nelle due settimane antecedenti al live abbiamo fatto una serie intensiva di prove per perfezionare l’esecuzione. Abbiamo suonato anche per il decimo compleanno del teatro di Meano e nella primavera perfezioneremo il live in formato trio con piano/synth e contrabbasso, con il quale ci esibiremo all’International Jazz Day. Altro risultato dell’Upload è stato il boom di articoli usciti, vetrina che mi ha tra l’altro portato nuovi ingaggi”.
Hai avuto modo, grazie al festival, di stringere legami con altri musicisti? Sono nate nuove collaborazioni?
“Ad Upload ho ritrovato tanti amici musicisti che non vedevo da tempo e ho avuto modo di conoscerne di nuovi. Facendo generi diversi non sono nate collaborazioni al momento, ma non si sa mai che il futuro possa riservare qualcosa magari in altri generi musicali”.
Come hai investito o stai investendo il primo premio dell’Upload?
“Lo sfrutteremo durante il 2026 e ‘27 assieme al team di Dodiciville, etichetta discografica per la quale uscirà il primo disco di Acquarius. Stiamo gettando le basi per una serie di lavori, per produrre al meglio l’album e l’immagine del progetto. E con una parte del premio dovrei riuscire a partecipare a JazzAhead 2026 a Brema, tra le più grosse conferenze internazionali di Jazz, ritrovo di numerosi player della scena, promotori, agenti, direttori artistici e musicisti”.
Il tuo sostentamento si basa sui concerti e sull’insegnamento alla scuola di musica dove lavori in Alto Adige? Come ti mantieni?
“Principalmente sull’attività concertistica. Suono stabilmente con circa una decina di formazioni differenti e ho all’attivo una quarantina di repertori diversi. Mi esibisco spesso in qualità di sideman all’interno di vari progetti e sono anche chiamato per concerti spot o all’occorrenza come sostituto, visto che posso prepararmi autonomamente e senza la necessitá di fare prove. L’attività di insegnamento è ridotta: cerco di mantenerla tale per avere il tempo necessario per prepararmi per i concerti. Da tre anni sto pure lavorando alla stesura di un metodo didattico per batteria con l’amico e insegnante Luca Casagranda; a breve sarà pronta la terza bozza e l’obiettivo è di pubblicarlo nel 2027; ne seguiranno altri, perché le idee e il materiale non mancano. Dal punto di vista lavorativo, come per molti liberi professionisti, non ho uno stipendio fisso e invariabile: ci sono mesi in cui si suona senza sosta e altri in cui l’attività è più ridotta. Questi ultimi, però, sono anche i periodi in cui ho più tempo per studiare e continuare a migliorarmi. Grazie al mio lavoro sono riuscito a costruirmi uno studio in casa e a dotarmi di una strumentazione che mi permette di essere indipendente sotto molti aspetti. Fare il batterista professionista non è un mestiere diffuso, ma è un lavoro come gli altri e comporta anche la capacità di gestire con attenzione la parte economica, cercando di mettere da parte qualcosa, e come tutte le professioni richiede competenze di vario tipo e lungimiranza”.
Sei un compositore, oltre a essere un musicista: hai mai lavorato per il cinema? Mai scritto colonne sonore? Può essere una via?
“No ma sarebbe un sogno. Mi piacerebbe essere conosciuto non solo per le mie capacità come batterista ma anche come compositore. Invidio chi arrangia e compone con facilità e, in futuro, mi piacerebbe approfondire questo ambito, magari iscrivendomi a un corso o studiando con un arrangiatore. Un sogno nel cassetto al quale penso ormai da tempo, sarebbe scrivere le musiche per un disco di impronta orchestrale, ma realizzato con sintetizzatori ed elettronica: un lavoro più compositivo che performativo”.
Come trascorri la tua giornata e oggi dove e con chi vivi?
“Quando non sono in giro a suonare, la giornata si divide tra Trento e Vigo Meano; in quest’ultima trascorro il tempo nel mio studio, approfondisco, studio batteria e pianoforte, compongo, mixo, porto avanti i miei lavori; e riesco anche a vedere genitori e fratello. Nel tardo pomeriggio scendo in città dalla mia compagna, Lisa. A fine marzo ci sposeremo e a maggio é previsto l’arrivo nostro primogenito: sono mesi particolari, in cui cerco di essere il più produttivo possibile durante il giorno per potermi ritagliare la sera come momento da dedicare a noi. Cuciniamo quasi sempre insieme e, dopo aver sistemato, passiamo tempo assieme, ci rilassiamo”.
Come percepisci la situazione geopolitica attuale, l’orrore che ci circonda, tra guerre, prepotenze, disuguaglianze, povertà e iniquità?
“Ciò che percepisco, pur non essendo materia mia, è che abbiamo raggiunto un livello di caos e complessità umana e sociale spaventoso. Le classi dirigenti sembrano sempre più sfrontate nei confronti del ceto medio-basso, e assisto a forme di bullismo verbale inaudite da parte della politica verso avversari considerati scomodi, spesso prendendo di mira singole persone. È incredibile che esponenti politici o persone con un forte privilegio economico possano permettersi di mettere alla gogna pubblica individui che non hanno le stesse possibilità di controbattere, spesso usando fake news come argomentazioni. Capisco (pur senza giustificare) chi ha perso fiducia nella politica e, di conseguenza, se ne disinteressa completamente. Anche il mondo dell’informazione mi sembra arrivato al limite dell’inutilità: con l’arrivo dell’AI è diventato difficile distinguere chi fa informazione da chi fa puro clickbait, diffondendo falsità o manipolando la realtà. A livello geopolitico, la situazione attuale mi appare piuttosto preoccupante; anche se negli ultimi duemila anni non c’è mai stato un solo anno senza conflitti armati sulla Terra, quindi forse c’é sempre stato da preoccuparsi. L’essere umano fatica a imparare dalla storia, cosa che non mi stupisce più. Negli ultimi anni abbiamo visto diminuire il potere di organizzazioni internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia e l’ONU: mandati di arresto internazionale non rispettati, Stati membri dell’ONU che attaccano altri Paesi e conseguenze che sembrano, troppo spesso, limitate o inefficaci, facendo si che i criminali di prima classe rimangano spesso impuniti”.
Cosa pensi dell’AI?
“Personalmente utilizzo ChatGPT soprattutto per velocizzare gli aspetti più burocratici del lavoro, mentre per la parte artistica cerco di usarla il meno possibile. È uno strumento molto potente ma va usato con consapevolezza e misura. Sono perplesso, in particolare, rispetto alle AI applicate alla creazione musicale: credo possano essere un’arma a doppio taglio. Mi immagino giovani musicisti che, usandole, possano sentirsi professionisti prima ancora di aver compreso come funziona il linguaggio musicale. Un altro tasto dolente è l’uso dell’AI per scopi poco costruttivi o come motore di ricerca (che non è), contribuendo ad alimentare ulteriormente il problema dell’impatto ambientale”.
Hai altre passioni?
“Cucinare. Lisa dice che penso sempre al cibo. Come nella musica e nella vita, cucinare è un processo che richiede tempo e cura e lascia spazio alla fantasia; posso ascoltare musica, per esempio, e posso farlo ogni giorno. Mia mamma è una cuoca eccezionale e mi ha trasmesso questa passione. Amo anche molto giocare a calcetto a cinque in palestra con gli amici. Non seguo il calcio ma mi piace lo sport, che ho anche praticato in squadra per anni. È un appuntamento settimanale che mi permette di sfogarmi e ‘ossigenarmi’. Anche in Finlandia ho giocato nella squadra di calcetto della University of the Arts. Mi piace molto correre nel verde dei boschi dietro casa e fare giri in montagna alla scoperta di posti nuovi. Ci sono stati anni in cui riuscivo ad andare più volte alla settimana, anche affrontando percorsi piuttosto impegnativi in poco tempo, sfruttando le montagne che circondano Trento. In generale ci sono tante attività che, in altre vite, mi piacerebbe provare; in questa cerco di portare avanti la mia passione per la musica”.
Cosa leggi e qual è il tuo scrittore preferito?
“Nelle mie giornate è davvero difficile trovare tempo per leggere: riuscire a stare al passo con le attività lavorative e familiari è già un’impresa, il tempo che mi rimane lo dedico perlopiù all’ascolto mirato di dischi. Leggo durante le vacanze, anche se è diventato più complicato, le ultime vacanze con Lisa si sono trasformate in veri e propri tour museali (che adoro). Lisa lavora per la Soprintendenza dei Beni Culturali della Provincia di Trento e mi fa scoprire tante cose; grazie a lei ho iniziato ad apprezzare molto anche la pittura e la scultura. Tornando alla lettura, leggo quasi sempre libri legati alla musica, al jazz o ai musicisti in generale: li trovo stimolanti e mi aiutano ad avere una visione più chiara di come si sono sviluppate molte dinamiche musicali nel tempo. Sto leggendo On Drumming: The Psychology And Philosophy Of Improvisation, libro molto interessante; penso che il prossimo sarà Notes and Tones: Musician to Musician Interviews“.
Trovi il tempo per andare al cinema o a teatro o ai concerti? Ti piace farlo?
“Quando riesco vado volentieri ai concerti. Ne guardo molti su YouTube, che è spesso l’unico modo davvero accessibile per seguire musicisti che vivono in altri Paesi. Per me guardare e ascoltare concerti dal vivo, soprattutto di un certo livello, è un modo costante per aggiornarmi, oltre a essere fonte di ispirazione. Al cinema mi capita di andare circa una volta l’anno, mentre a teatro un po’ più spesso. Solitamente sfrutto l’occasione del Trento film festival per partecipare a proiezioni o conferenze”.
Ci sono altre novità delle quali ci vuoi parlare?
“A dicembre ho vinto il primo premio nella categoria Senior, nella sezione Batteria, del concorso di percussioni indetto dalla Percussive Arts Society Italiana. Sono orgoglioso del riconoscimento, anche perché la giuria era composta da importanti batteristi internazionali che stimo. Negli ultimi anni ho vinto altri premi e ricevuto riconoscimenti con diverse band, ma ammetto di essere particolarmente soddisfatto di questi due premi (Upload Sounds e Italy PAS). Per la prima volta sono stato premiato per il mio lavoro personale, e mi rende particolarmente felice il fatto che si tratti di due riconoscimenti molto diversi tra loro: uno come batterista e l’altro come artista a tutto tondo”.



