Intervista ai registi di Südtirock: suoni di confine – un documentario sugli anni 80-90 della musica estrema/alternativa in Sudtirolo

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L’intervista a Jadel Andreetto e Armin Ferrari, registi del documentario Sudtirock, dedicato alla scena alternativa estrema del Sudtirolo

di Andrea Valentini

Khalmo, Jagoda, No Choice, Graveworm, Anna E I Dentici, Gloomy Solution, Last Man Standing, Okkupazione, Skanners, WC… cos’hanno in comune queste band? Non tanto il sound, ma il Sudtirolo e il fatto di essere state in attività nell’arco fra la fine degli anni 80 e la fine dei 90, rendendo viva la scena musicale “alternativa” (e sotterranea, anche se alcuni di loro hanno riscosso un notevole successo) della loro area geografica.

Il Sudtirolo è un luogo non semplice da inquadrare, per chi non lo ha vissuto o non ci è nato: un po’ Italia e un po’ Austria, più Mitteleuropa che Europa mediterranea, un luogo in cui la violenza del terrorismo separatista ha lacerato il tessuto sociale per decenni. Anche, se vogliamo, un luogo che è facile vittima degli stereotipi tipo montagne / pascoli / mele / lederhosen / dirndl / sci / grappe… insomma un bel campionario di preconcetti in cui di solito non c’è spazio per la musica, se non quella folk.

Invece Jadel Andreetto (sceneggiatore e regista) e Armin Ferrari (regista) ci portano nel “cuore della bestia” con un documentario dedicato proprio alla scena musicale alternativa/estrema del Sudtirolo – dal titolo suggestivo Südtirock – fotografando ciò che è successo lassù fra gli ultimi scampoli del decennio dell’edonismo e la fine degli anni ’90.

Consigliando vivamente la visione (è possibile organizzare proiezioni o acquistare il documentario per una cifra simbolica), cogliamo l’occasione per intervistare i due artefici del progetto, Jadel e Armin.

Prendendola alla lontanissima… qual è il vostro rapporto/legame col Sudtirolo e la sua scena musicale?

Jadel: “Siamo entrambi nati e cresciuti a Bolzano, ma abbiamo qualche anno di differenza. Quando io mi sono trasferito a Bologna, negli anni Novanta, Armin mi ha dato il cambio, per così dire. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo ho fatto parte di diversi progetti, collettivi e gruppi, spesso effimeri e destinati a schiantarsi dopo mezza prova. Come raccontato nel film, era un periodo complicato: la coda lunga del terrorismo irredentista si era fatta velenosa. Gli obiettivi non erano più le infrastrutture statali, spesso lontane dai centri abitati: le bombe avevano iniziato a sconquassare la città. La storia che raccontiamo nel film – come la mia storia musicale – parte proprio da lì, quando, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, il terrorismo conobbe una recrudescenza in chiave neonazista. Infilo il jack nell’ampli del basso per la prima volta pochi giorni dopo l’esplosione in piazza Mazzini, che devasta il palazzo dell’emittente pubblica e fa piombare Bolzano in uno stato d’assedio militare degno di Belfast. La città, in realtà, era già sotto assedio da tempo: strangolata da una noia devastante, coperta da una coltre di eroina, infestata dalle ombre di un paio di serial killer. L’unico suono, oltre a quello soporifero delle salette da cui filtrava del blues rock ormai fuori tempo massimo, era quello delle catene di montaggio. Fantasmi in una città fantasma. Nel capoluogo c’era una piccola oasi: un bar in un – allora famigerato – vicolo del centro storico, attorno al quale si era coagulata una comunità variopinta. Naufraghi in cerca di sopravvivenza, senza annegare del tutto nell’alcol: punk, mod, metallari, fricchettoni, dark, artisti e artistoidi, ma anche operai stanchi, impiegati di banca con la cravatta da allentare, militari di leva insofferenti alla caserma e allo struscio del sabato pomeriggio. E soprattutto italiani di città e tedeschi del “territorio”, esausti, stanchi marci di non poter condividere nulla se non l’astio reciproco. Certo, all’una di notte massimo calava la serranda. Ma era da Holler, in pomeriggi e serate interminabili e folli, che ho trovato altri come me: quelli che si inabissavano nei garage e nelle cantine in cerca d’aria. L’ultimo posto dove trovarla, eppure ce n’era tantissima. E finalmente, con qualche anima più o meno affine, prendevano forma progetti un po’ più stabili. O quasi. La sequela improbabile è lunga, ma due esperienze mi hanno portato sul palco, anche all’estero. Diverse tra loro, ma nate entrambe dalla stessa urgenza. La prima era una creatura malmostosa che fondeva punk, psichedelia e improvvisazione radicale. Si saliva sul palco in tre o quattro con strumenti a caso e si improvvisava qualcosa di estremo, sia a livello musicale che testuale. Chiunque poteva raggiungerci, unirsi a quel rito senza regole o spodestarci. La band non aveva un nome, era “l’evento” ad averlo: Istinto Carnale. L’abbiamo fatto solo un paio di volte. Non poteva durare: era una cosa destinata a bruciare tutto e subito. Nel frattempo, con alcuni dei miei sodali, abbiamo fondato la seconda esperienza sonora più importante per me in quegli anni: gli Jagoda, una band figlia del suo tempo. All’epoca il genere si chiamava crossover, ma per noi mescolare le cose non era tanto una necessità, quanto l’unica possibilità. Non è rimasto quasi nulla, solo due musicassette registrate in sala prove e dal vivo e un VHS divorato dal tempo. Avevamo inciso un EP negli studi della RAI, ma il master è sparito. Non ho mai saputo che fine abbia fatto”.

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Armin: “Il mio legame col Sudtirolo è piuttosto netto: ci sono nato, ci vivo, ci lavoro e ci ho costruito una famiglia. Da un punto di vista musicale ho bazzicato l’ambiente come batterista per molti anni, senza però mai trovare davvero una mia dimensione. Questo limite è sostanzialmente dovuto a me, al mio gusto musicale e al mio modo di immaginare la musica, che è parecchio distante dalla realtà locale. Ma quello che è stato un limite in quell’ambito credo sia stato un vantaggio nel progetto Südtirock, perché ho potuto dare al film uno sguardo un po’ distaccato, che mi permettesse di accompagnare e costruire in modo lucido il racconto assieme a Jadel, che invece nella scena musicale locale era molto coinvolto prima di andarsene”.

Quando nasce l’idea di Südtirock e quanto tempo ci è voluto per arrivare al film finito?

J: “Io e Armin ci siamo conosciuti nel 2018 sul set del suo film A noi rimane il mondo, dedicato alla Wu Ming Foundation e ai progetti con cui collabora, tra cui Resistenze in Cirenaica, di cui sono uno dei fondatori. Scoperto che eravamo entrambi di Bolzano, abbiamo cominciato a chiacchierare di ciò che avevamo in comune. Da un po’ masticavo un titolo, Südtirock, ma non sapevo bene cosa farne. Mentre parlavo con lui, sentivo che c’era una chimica speciale e ho capito che la strada giusta era un’altra. L’ho lanciata lì… ed eccoci qua. In pochi mesi, abbiamo completato il film e l’abbiamo proposto a un paio di festival. La prima risposta, con nostra grande sorpresa, è arrivata dal Biografilm Festival, che voleva mostrarlo in anteprima a Bologna. Poi è stata la volta del Punk Film Festival di Berlino e di quello di Los Angeles. Alla fine, dopo una decina di mesi dal primo ronzio del proiettore, Open DDB si è innamorata del film e ha deciso di distribuirlo…”

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A: “Io e Jadel siamo due tipi piuttosto diversi, ma fra noi vige una reciproca facilità di accesso priva di sovrastrutture. Questa fluidità ha portato, dalla magica parola Südtirock, pronunciata in tempi non sospetti, al documentario di oggi con relativa semplicità. Dico relativa perché, al netto della nostra complicità ed entusiasmo, per realizzare il progetto abbiamo dovuto pianificare la produzione, reperire qualche quattrino, fare una serie considerevole di interviste, raccogliere materiale d’archivio legato al territorio e alla scena musicale e infine shakerare il tutto mantenendo la barra dritta su un racconto che doveva ruotare attorno a un baricentro preciso: la costante oscillazione tra storia locale e storia musicale. Aver fatto tutto questo in circa un anno e con poche risorse credo abbia contribuito a quella resa così ruvida e urgente”.

Il documentario si concentra sugli anni ‘80 e ‘90… questo mi porta a domandarmi con curiosità: cosa succedeva a livello musicale in Sudtirolo prima, per esempio nei ’70?

J: “Per pura coincidenza, negli stessi giorni di Woodstock, a Campo Tures, dalle parti di Brunico, si è tenuto un primo festival all’aperto dallo spirito affine. Tra gli anni ‘60 e ‘70, la scena musicale locale ha vissuto un periodo florido, con una vivace scena beat, in cui gli esponenti più noti sono probabilmente i Barracuda e i Dedy Cemm con la loro Gli Angeli Ci Guardano, e una scena rock un po’ sui generis. Tanto, tantissimo blues e, verso l’inizio del nuovo decennio qualche incursione nel prog con i MadPuppet e alcuni esperimenti in odore di punk. Un panorama, insomma, abbastanza in linea con il resto del paese”.

Anthony Bosin, del negozio Rebel Rebel, nel documentario dice che – forse – l’ultima vera “scena” bolzanina è stata quella che girava intorno ai Khalmo… cosa ne pensate?

J: “La scena hardcore è stata un fenomeno molto sentito, con un pubblico entusiasta, una miriade di band che si formavano e si scioglievano in una serata, e un pugno di gruppi solidissimi come No Choice e Last Man Standing attorno ai quali è nata una comunità unica. Questo ha trasformato il palco del centro giovanile Papperlapapp in un punto di riferimento per moltissimi appassionati, ben oltre i confini della provincia. Poco prima, e in parallelo, metal, crossover, alt-rock e indie erano all’apice. Sembrava davvero una Seattle in miniatura, come dice Anthony. Senza nulla togliere alle band che sono venute dopo, in quel preciso momento storico, come raccontato nel film, abbiamo sfiorato la tempesta perfetta: un mix esplosivo di tensioni sociali, violenza da sublimare, fermento contro-culturale e voglia di riscatto”.

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A un certo punto viene espresso un concetto una frase che mi pare importante: negli anni ‘80-‘90 in zona c’era tantissima musica, spesso anche bella musica, che però non è mai uscita dai confini della regione… concordate? E se sì, secondo te, per quale motivo è successo?

J: “Alcune band hanno ottenuto un discreto successo, soprattutto in ambito hard & heavy, e più che altro all’estero, come gli inossidabili Skanners e i Graveworm, conosciuti in tutto il mondo. Negli anni Ottanta e Novanta, in provincia, c’erano davvero tantissime band. D’altronde, le alternative erano tre: o ti drogavi o ti alcolizzavi o suonavi. O tutte e tre le cose insieme. I garage, le cantine e i fienili traboccavano di gruppi. Essere alla periferia dell’impero poteva essere un vantaggio in termini di originalità, ma quando arrivava il momento di registrare un disco, andare in tour, fare sul serio, tutto si sfaldava sotto il peso della periferia estrema”.

A: “Ricordo che in una delle primissime conversazioni-laboratorio sul progetto abbiamo accennato al Sudtirolo come a un luogo con il “soffitto basso”, che obbliga a una postura un po’ ricurva, come di chi è sfiduciato, o peggio, oppresso. Anche se è un’immagine un po’ grezza credo abbia oggi la stessa efficacia di allora. Questo è un luogo che visto da fuori può apparire perfetto, quasi ieratico nella sua bellezza idealizzata. Ma oltre alla messa in scena favoleggiante a uso turistico ci sono infiniti problemi a vari livelli che portano un senso di pesantezza, di irresolutezza che ammanta e rallenta tutto quanto”.

Adesso, nell’anno 2025, com’è la situazione della “scena” locale?

J: “Nel panorama doom, stoner e metal, Deadsmoke, Slowtorch, Bullet-Proof e Sign Of The Jackal sono nomi consolidati. L’immarcescibile etichetta Riff Records, punto di riferimento per l’indie e dintorni, sforna sempre ottime cose e, anni fa, ha pubblicato People Do Not Know Who Rules dei Sense Of Akasha (un gioiello post rock da riscoprire), i “mikepattoniani” Little White Bunny e il pop sbilenco dei Ferbegy? Tra le realtà più interessanti degli ultimi anni vanno segnalate le sperimentazioni di Satelliti e Controfase e l’eleganza degli Strawdogs che hanno accompagnato il londinese Ed Laurie nel suo splendido “Cathedral”. Sul versante elettronico e di ricerca, impossibile non citare gli expat Claudio Rocchetti, Ulrich Troyer (anche con la Vegetable Orchestra) e Bartolomeo Sailer, in arte Wang Inc. Se vi piace il folk rock con sfumature country potreste concedere una chance ai Mainfelt; mentre, se vi sentite tanto arditi da andare alla scoperta di un folk tirolese fuori dagli schemi, l’Herbert Pixner Project, con il virtuoso Manuel Randi (ex No Choice) alla chitarra potrebbe aprirvi porte inaspettate”.

Per chiudere, faccio la stessa domanda con cui si apre Südtirock: cos’è il Sudtirolo?

J: “Non ne ho ancora un’idea precisa. Davvero. Sono anni che ci rimugino. Ho vissuto più di metà della mia vita lontano da lì e, da un po’ di tempo, ho iniziato a osservarlo con lo sguardo anfibio di chi non è più né una cosa né l’altra, né “indigeno” né “straniero”. L’ho raccontato in due romanzi, un podcast, un melologo, uno spettacolo teatrale e, alla fine, un film. Eppure, più il tempo passa, più i misteri di quel luogo si infittiscono, come se alzassero la posta ogni volta che credo di averli svelati. È un posto estremo, fatto di storie e di persone altrettanto estreme, che però, in superficie, sembrano tutt’altro – quasi un cliché. Il richiamo è irresistibile e la domanda che mi ronza in testa non è tanto ‘perché me ne sono andato’, ma ‘perché non ci torno'”.  Forse potrei citare quel filosofo un po’ cialtrone di Timothy Morton e dire che si tratta di un iperoggetto: un’entità così vasta nello spazio e nel tempo da incrinare l’idea stessa di oggetto. Qualcosa che è insieme un concetto e una realtà concreta, che coinvolge chiunque lo attraversi, intrecciandosi con le sue azioni e gli oggetti con cui entra in contatto, eppure resta sempre sfuggente. Gli iperoggetti infestano il nostro spazio sociale e psichico, sono viscosi, si attaccano a noi senza che ce ne rendiamo conto. In questo senso, la crisi climatica è un iperoggetto. Ma lo è anche un telefono, un social network. Ne siamo immersi e proprio per questo non riusciamo a coglierli nella loro interezza. È come se un sub cercasse di abbracciare con lo sguardo l’intero oceano, con tutte le creature che lo abitano e le forze fisiche che lo muovono. Ecco, il Sudtirolo è così. La sua storia, la sua geografia, la sua politica, le vicende dei suoi abitanti la loro psiche… tutto è viscoso e quando ti ci immergi, be’, non puoi fare a meno di invischiarti, ma se lo fai poi non puoi raccontarlo, spiegarlo, dirlo senza che ti si appiccichi addosso e siamo daccapo”.

A: “Il Sudtirolo è un luogo che pensavo di conoscere e che invece i miei occhi stanno ridefinendo anche attraverso i lavori d’indagine sociale e culturale che sto realizzando negli ultimi anni. Questa ridefinizione ha a che fare anche con il periodo turbolento che la provincia sta attraversando, tra scandali economici e politici, un turismo incentivato compulsivamente che fagocita e destabilizza, la gentrificazione galoppante, il mercato delle case impazzito e tante altre pieghe e zone d’ombra che fanno sbiadire in modo inesorabile quell’immagine da cartolina alla quale ormai crede soltanto l’ufficio del turismo. Una ridefinizione che mi mostra le infinite fragilità di questa terra, ma anche il potenziale (ancora) inespresso che offre e che proprio da quelle fragilità è stimolato. Chissà, forse qualcuno fra 30 anni farà il suo Südtirock raccontando questi anni come noi abbiamo raccontato gli anni ‘80 e ‘90…”

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