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La prima volta dei CCCP 35 anni dopo

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Cccp Berlino
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CCCP IN DDDR – Astra Kulturhaus, Berlino, 24 febbraio 2024.
Il racconto del concerto evento berlinese della reunion.

RUMORE COVER FB NATALE 2023

di Arturo Compagnoni

La musica che ascoltiamo non è fatta solo di dischi, canzoni e concerti. Se non tutta la musica, perlomeno la quota cui teniamo maggiormente, quella più importante, quella che lascia il segno. La musica che nel tempo ci rimane appiccicata addosso è quella che in qualche modo è stata capace di creare attorno a sé, e di conseguenza anche attorno a noi, un mondo, grande o piccolo che sia. Concetto elementare per chi è nato in specifici periodi storici e cresciuto in determinati luoghi: la San Francisco dei ’60, la Londra del ‘77 come la New York di quegli stessi mesi o la Manchester poco oltre e tante altre date e luoghi che incastrandosi gli uni negli altri hanno definito ciò che ognuno di noi è diventato, culturalmente e non, nel bene come nel male. Il contesto non è tutto ma fa molto, il non considerarlo riduce la visione d’insieme e limita la portata di qualunque valutazione. 

Questo per dire che no, il ritorno dei CCCP non è stato un ritorno come tanti altri, non lo è stato per nulla. Non solo perché la banda di Reggio Emilia è stata una delle più notevoli che il mondo del rock alternativo italiano abbia prodotto negli ultimi 40 anni, ma anche perché le modalità con cui il suo rientro è andato in scena sono state tali da renderlo unico ed eccezionale. Una conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, che la band di Ferretti e Zamboni non è mai stata “solo” una rock band, ma un progetto dal respiro ben più ampio, aggregando al proprio perimetro e a quello dei loro fan situazioni e storie che sono andate ben oltre l’aspetto meramente musicale, aspetto peraltro degno di assoluto rilievo.

I CCCP sono stati capaci di costruire un mondo, appunto. 

Il loro ritorno è stata la composizione di un grande puzzle dove poco alla volta tutte le tessere sono andate a incastrarsi tra loro. Sin dalla scorsa estate, quando sul doppio binario Kissing Gorbaciov/Felicitazioni! si è rimesso in movimento il treno. Un direttissimo che in questi mesi ha preso una velocità tale da travolgere qualunque altro argomento, evento o situazione si stagliasse all’orizzonte dell’italico cielo rock. In questo quadro le modalità scelte per tornare sul palcoscenico sono state perfette quanto quelle elette a premessa (documentario e mostra, per l’appunto), creando un’attesa che è montata nel tempo, fino a raggiungere livelli parossistici. 

L’Astra Kulturhaus è un vecchio fabbricato industriale, ex casa della cultura delle ferrovie di stato della DDR a Friedrichshain (non a Kreuzberg altrimenti saremmo stati a ovest e non a est, il contesto conta, eccome), incastrato tra Warschauer Brücke, il ponte sulla Warschauer Straße e i tanti ex magazzini trasformati in locali e club che costituiscono il RAW, un complesso dedicato a un progetto culturale alternativo, il cui motto – fornire cultura di alta qualità con bassa soglia – dice già tutto. Qui non è il successo commerciale a determinare la pianificazione del programma, ma la qualità del programma stesso. Un piccolo mondo destinato a scomparire, come successo a tante altre zone della Berlino alternativa negli ultimi anni, giacché la nuova proprietà dell’area probabilmente sacrificherà il carattere alternativo del complesso in nome della imperante (e assai irritante) gentrificazione.

La sala concerti che accoglie i CCCP e il loro pubblico, quasi esclusivamente italiano, ha un fascino che flirta con la vecchia Ost-Berlin, a partire dai lampadari della sala di ingresso il cui design ricalca piuttosto fedelmente quello delle luci un tempo appese al soffitto del Palast der Republik, antica sede del parlamento della DDR oggi completamente smantellata e sostituita da una ricostruzione del precedente castello, edificio dotato di un’architettura dal gusto a dir poco rivedibile. Le note di Der Mussolini dei DAF, selezionate dal dj, sono la giusta introduzione al nostro ingresso, così come l’antico inno nazionale della fu Repubblica Democratica Tedesca, vibrante e solenne, sono il preambolo ideale all’ingresso della band in formazione ampliata sull’asse Üstmamò, con basso, violino e abbondante presenza di percussioni a condire e dar respiro al suono. A riportarci indietro nel tempo sono le due bandiere piantate alla sinistra del palco, DDR e Partito Comunista Italiano, ça va sans dire, e il vagare sul palco di Fatur che gioca col suo personaggio tra grottesco e farsa, mentre Annarella appare e scompare come un fantasma, splendida e austera tra un cambio d’abito e il successivo.

La prima parte del concerto fatica a prendere quota, complice l’inevitabile rodaggio a cui l’insieme deve sottoporre il proprio motore in questa primissima fase della nuova vita, ma subito dopo la Tomorrow rotolata sul palco da un video d’epoca – scelta bizzarra ma tutto sommato funzionale – la marcia scala e il motore ruggisce: Curami muove le gambe all’intera Kulturhaus, Andrea Scanzi entra in scena per assolvere la funzione che presumibilmente gli era stata assegnata (detonatore di sala e sveglia per il Ferretti più sciamanico e provocatorio) e a seguire una Emilia Paranoica in versione da apocalisse fatta e finita, capace di trasformare fischi e ululati del pubblico in boato fragoroso e ipnosi collettiva. Un trittico del genere, siparietto di Scanzi incluso, fornisce volano al resto di una serata che di lì in avanti non lascia spazio a dubbi ed equivoci: il metronomo di Punk Islam, la cover di Bang Bang che si trasforma quasi inevitabilmente nel caos di Spara Juri e quella di Kebab-Träume dal repertorio DAF che chiude un cerchio tra passato e presente con la sua intro Kebab-Träume in der Mauerstadt tramutata da Giovanni Lindo nel marchio di fabbrica di queste giornate: CCCP in DDDR, prima di lasciare il microfono al suo vecchio socio Massimo. Poi come in ogni grande commedia, dopo il dramma, la tensione e l’azione arriva anche il tempo per le lacrime: Zamboni seduto su una cassa con l’acustica in mano, Ferretti in piedi davanti al leggio, l’emerita soubrette e l’artista del popolo al suo fianco, le millecinquecento voci di fronte a loro che con loro cantano una versione di Annarella che avrebbe commosso anche il più austero vopo di frontiera. Il bis è Amandoti, canzone che sigilla il live e chiude con eleganza il primo concerto dei CCCP dopo trentacinque anni di assenza dalle scene.

Un concerto che è stato l’evento che doveva essere, ma che non era per nulla certo sarebbe effettivamente stato.