La quiete dopo la tempesta a Les Eurockéennes festival

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Nonostante le prime due giornate annullate causa nubifragio, il festival francese Les Eurockénnes ha come sempre regalato qualità

di Fabio Striani

Attirato da una formula che prevede il camping gratuito con navetta in un magnifico scenario lacustre, ma soprattutto da un cast che si preannunciava formidabile con nomi nuovi e vecchi, collaudati o in piena esplosione, mi sono spinto per Rumore nel cuore dell’Europa tra Francia, Svizzera e Germania. Belfort non fa più di 50mila abitanti, ma ha credenziali di assai alto rispetto, se scorriamo i nomi presenti nelle edizioni passate (Bowie, Radiohead, Kraftwerk, Kanye West, ecc.), un albo d’oro che fa risalire le sue origini al 1989. Il festival è organizzato da Territoire de Musiques, un’associazione senza scopo di lucro che partecipa attivamente allo sviluppo culturale, economico e sociale del territorio della Borgogna durante l’anno. Molto interessante anche l’operazione federativa Deconcert! che unisce, con gli stessi obiettivi, 31 festival tra cui Paléo e Montreux in Svizzera e il Sziget in Ungheria.
Un festival ad un tiro di schioppo dall’Italia, ma con le stesse suggestioni che possono dare altri scenari magari più esotici eppure meno al servizio dell’ospite. Quattro palchi non lontanissimi l’uno dall’altro, ma con connotazioni assai diverse, anche a vederli d’istinto; nessuna corsa disperata per assicurarsi un posto con visibilità micro pur di dire agli amici che c’eri, ristorazione variegata, stanze da bagno visibili e numerose, fluida distribuzione gratuita d’acqua una volta comperato il bicchiere con lo splendido logo di quest’anno. Fruire la musica in questi luoghi ameni è dunque più facile e dispone bene all’ascolto, non costringe a frenetici tour de force per un panino congelato e soprattutto rende ancor più semplice incontrare persone con cui puoi fare la conta dei concerti visti e disporre piani per nuovi ascolti. In questo, essere probabilmente l’unico italiano presente sul posto ha giovato non poco, la presenza massiccia è stata dei francesi di Borgogna, con qualche eccezione germanica e svizzera. Dunque un festival a dimensione local, ma con picchi di qualità mediamente alta.
Non è parso intaccasse quest’atmosfera neppure il nubifragio di giorno 1, che ha divelto transenne d’acciaio e alberi secolari, nonché una parte della tettoia del Main Stage.

Di fronte a 7 persone un po’ ammaccate, semplicemente si è annullata anche la 2a giornata (di sole pieno, va detto), per mettere la zona nelle migliori condizioni d’uso nei due giorni successivi. Direte voi: giovedì potevi vedere Squid, Big Thief o Kalashe e amen. Ma venerdì c’erano cose tipo Geese, Amyl and the Sniffers, Black Pumas, e poi Bicep e Nick Cave: possibile non risolvere in 24 ore? Di fatto gli organizzatori sono stati tranquilli, semafori, come Guzzanti che rifà Prodi. E il pubblico? Pronto a protestare per il giorno mancato di concerti (il secondo su 4)? Ma neanche per idea, il camping in realtà non si è mai fermato con pomeriggi e serate fatti di calciobalilla umano, contest vari e dj set a ripetizione, con la partecipazione di tutti quelli che qualche ora prima avevano sfidato l’uragano con la propria canadese. In ogni caso sabato si accende per primo il palco più grande, che si chiama la Grande Scène, aprono i dirottati (da giovedì) Arka’n, togolesi che si auto-proclamano metal ma che provengono in realtà da diverse realtà musicali del loro Paese: il risultato è l’incontro di svariate ritmiche di musica tradizionale, alternate a fucilate anche estranee al recinto heavy, stile Bad Brains, per intenderci.

Ma è Wu-Lu, previsto in palco Loggia e nostro disco del mese di luglio-agosto, a reclamare la scena postprandiale. Un ancor breve percorso che passa attraverso tappe distanti per raggiungere la natia South London, già immortalata nello stimatissimo video appunto di South. Ad essa si aggiungono, a ritroso, le note Blame, Times e soprattutto il nuovo singolo Scrambled Tricks, per un disco che conferma ispirazioni alte, provenienti da un mondo abbastanza alieno nel contesto francese. Dico questo perché ancora sulla Grande Scène gli alsaziani Last Train ricopiano male suggerimenti piovuti dall’Inghilterra e ci fanno brutta figura. La noia prevale perché rallentare e dilatare non è arte di tutti, con buona pace di tante signore e signori locali che approfittano per usare ventagli e prendere aria.

Il palco sul lago è quindi un sospiro di sollievo dopo tanta boria subita ed esordisce con le giovani beninesi di Star Feminine Band, accolte benissimo dal pubblico che danza sulla sabbia insieme ad una formazione gioiosa e autoironica, per limiti tecnici ma con identità musicale munitissima e quindi pronta al gioco interetnico. Una giovane donna del Benin in un assolo alla Jimi Hendrix è un’immagine che rigenera e fa ben sperare per il futuro, come direbbe qualcuno. La Fève e Oboy, entrambi nella “scatola verde” della Chapiteau Greenroom, non hanno molto in comune se non le diverse accezioni del loro verbo hip-hop. Il primo sa cosa vuol dire parlare sul filo di atmosfere e ritmiche minimali fino al nulla, il secondo più popolare e convenzionale nei contenuti ma aperto alle collaborazioni (vedi quella con Jorja Smith) e ben accolto in sala da fan festanti.

Sul palco centrale i Meute, che hanno sostituito i Foals, coverizzano Laurent Garnier e i Disclosure: proseguono la tradizione delle band tedesche a fiati ma senza avere la stessa verve dei LaBrassBanda. Si mangia, si beve e si discute di questo network strategico di festival nella zona del nordest francese, con proposte spesso a tema tipo il Summer Vibration o il Decibulles, ma con fermi accordi di rete: la pandemia a qualcosa è servita. Tra Tiakola e IzÏa provo ad esplorare la seconda ma lei, idolatrata dal pubblico borgognone, si rivela simile ad una giovane Raffaella Carrà che canta Britney Spears: pubblico in delirio, un mio collega francese dimentica moglie, figli e report per fotografarla in tutte le pose ed angolazioni. Vabbè. Congedo mentalmente certo pop francese e trascuro senza rimorsi il “non capito” Marc Rebillet. Non resta che aprire la pur degna parentesi da boomer ed omaggiare Jim Kerr e Charlie Burchill sul centrale come Federer in giacca e cravatta a Wimbledon. Senza stare a fare il laudator temporis acti cioè fare il vecchio, dico che i Simple Minds sono stati una grande band a dispetto di quello che diceva Paolo Rossi (l’attore, non il calciatore).

Il buon Jim, spesso in mezzo ginocchio come nel 1982, modifica la retrospettiva spostando strategicamente all’inizio del live Waterfront: “get in / get out of the rain” è degna ricompensa per chi (non solo giovedì) ha scelto di sfidare l’oceano di pioggia e ne è uscito con nonchalance. Rimborso Eurotronik (ovvero dance notturna) anche per chi aveva artigianalmente usato piccoli ampli accanto al bar del camping per far ballare nelle sere di blocco totale. Un palco con Kalkbrenner, uno più periferico con la talentuosa Sherelle. Ma è tempo di prendere la coincidenza per Lione, come diceva mio nonno che non vide mai la Francia, ma aveva un grande senso dell’umorismo. Decido di partire senza vedere i Muse e me ne dolgo non tanto per il live, quanto per l’atmosfera leggera e sorridente in quello che verrà ricordato dai suoi abitanti come un semifestival. Il sole è tornato a splendere su Les Eurockéennes di Belfort, e considerata la sospensione del biennio precedente, è un’ottima ripresa, dai.

Redazione Rumore
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Rumore è da oltre 25 anni il mensile di riferimento per la cultura alternativa italiana. Musica (rock, alternative, metal, indie, elettronica, avanguardia, hip hop), soprattutto, ma anche libri, cinema, fumetti, tecnologia e arte. Per chi non si accontenta del “rumore” di sottofondo della quotidianità offerto dagli altri magazine.

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