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Reset segna il ritorno dei Bachi Da Pietra dopo Necroide. Non sono più un duo e si sono evoluti in trio. La nuova vita di Giovani Succi, Bruno Dorella e del nuovo baco Marcello Batelli comincia adesso

Di Nicholas David Altea

“L’evoluzione degli insetti è caratterizzata da un rapido adattamento all’ambiente e da una conseguente elevata fecondità. Questa caratteristica ha permesso agli insetti di riprendersi dopo estinzioni di massa ed occupare tutte le nicchie ecologiche disponibili” [Wikipedia]

Questo lo dice Wikipedia, non io, ma non è un caso che i Bachi Da Pietra amino gli insetti, anzi, si sentano proprio affini a questi esseri. I momenti migliori della band noir folk blues/noise rock sono avvenuti quando si sono evoluti e sono cambiati. Non un adattamento pedissequo, la chiameremo più precisamente “un’evoluzione conscia” che ha portato avanti – ottimamente conservati – Giovanni Succi e Bruno Dorella con diciassette anni di coabitazione, un bel po’ di album, tanti live e nuova linfa per l’ultimo disco che ha pochi non detti: Reset, pubblicato da Garrincha Dischi. Sono diventati un trio con l’aggiunta di Marcello Batelli (già al lavoro con Non Voglio Che Clara e Il Teatro degli Orrori) che stava nelle retrovie delle produzioni dei Bachi. Tanti cambiamenti che hanno smosso l’ecosistema dell’ex duo che ci ha raccontato come sono arrivati a questo punto, dopo aver passato il blues più oscuro e il metal più noise. Abbiamo parlato di occasioni perse, dell’importanza della parola, del tanto vituperato nazionalpopolare e di come gli insetti siano esseri incompresi. La nuova vita dei Bachi da Pietra comincia adesso.

03/07 – Bergamo – Bergamo Sottosuolo @Edoné
10/07 – Siena – Corte dei Miracoli
25/07 – Torino – D.U.I. Fest 
07/08 – Schio (VI) Centro Stabile di Cultura w/ Giorgio Canali & Rossofuoco
25/08 – Brescia – Radio Onda d’Urto w/ Ministri

Qua sotto potete guardare in anteprima la live session di Insect Reset, la prima in trio:

Nel vostro disco d’esordio, Tornare Nella Terra (2005), c’era la traccia Primavera Del Sangue in cui dicevate “È una guerra e questa è una battaglia”. Dopo 17 anni, i Bachi Da Pietra l’hanno vinta o l’hanno persa, questa battaglia?

Giovanni Succi: “La primavera del sangue arriva ogni anno, quindi ogni anno questa battaglia è da fare: non la vincerai mai e non la perderai mai. Si tratta sempre di versare lo stesso sangue: non c’è soluzione di continuità”.

I Bachi Da Pietra sono un progetto mutevole, dopo tutto questo tempo immagino vi sarete fatti un’idea del vostro percorso. Che cosa avete imparato da questi diciassette anni di esperienze?

Bruno Dorella: “È la più banale delle risposte ma non abbiamo imparato assolutamente niente. Più che altro abbiamo appreso quello che sapevamo sin dall’inizio: l’unica cosa che sappiamo fare è quello che ci va di fare, e lo facciamo da 17 anni. Praticamente siamo rimasti a quando abbiamo iniziato, nell’esatto momento in cui abbiamo formato il gruppo”.

Giovanni Succi: “Ma sono veramente 17 anni?!… C’è il sette di Reset, frutto di una cabala calcolatissima” (ride).

Siete appassionati di cabala e numeri?

Giovanni Succi: “Un po’ per scherzo e un po’ per davvero. Più che altro i numeri non riesco ad agguantarli, sono proprio la cosa della vita che mi sfugge più di tutte. Ho un rapporto molto conflittuale, cerco di farmi delle storie in testa per cercare di governare la realtà”.

Bruno Dorella: “Parli con due persone che hanno: io, un padre ragioniere che ha cercato di instillarmi fin da piccolo il valore dei numeri e della matematica non riuscendoci; dall’altra parte hai un Succi che è ragioniere…”.

Marcello Batelli: “A completare il tutto hanno chiesto a un filosofo di unirsi”.

Giovanni Succi: “Poi ho rimediato ai cinque anni di ragioneria laureandomi in lettere con una tesi sulla storia dell’italiano del 1500”.

Marcello, tu che sei entrato da poco tempo nel gruppo, come li vedevi e come te li ricordi?

Marcello Batelli: “Così come me li aspettavo, non attendevo grosse sorprese. In realtà, li ho scoperti nella loro seconda metà della carriera, nella fase più rock, e poi ho recuperato quella precedente. Sono come li vedo adesso: c’è una forte famigliarità che sento avere con loro”.

Gli insetti, oltre che nel nome, sono molto presenti nei vostri testi. Come mai avete questa ossessione?

G.S.: “Perché assomigliano tanto al genere umano nelle loro dinamiche e il genere umano, viceversa, somiglia tanto al mondo degli insetti. C’è sempre qualcosa di interessante da imparare perché li si sottovaluta molto. Sono una di quelle tipologie di animali di cui non frega assolutamente nulla agli animalisti, e tutti si sentono superiori a un insetto. È una sorta di micromondo mostruoso. Osservandoli, hanno qualcosa da insegnare, nel bene e nel male”.

Tra Necroide (2015) e Reset (2021) sono passati sei anni. Cosa è capitato e come siete arrivati a questo ultimo disco?

G.S.: “In mezzo ci sono state tante cose: io e Bruno ci siamo distratti un attimo e senza accorgercene sono volati gli anni. Ognuno ha portato avanti i propri progetti ma la pausa non era stata calcolata, è andata così e a un certo punto abbiamo ripreso. Questo è stato un bene perché abbiamo maturato quello che dopo Necroide non poteva che essere un capovolgimento copernicano: avendo suonato per 15 anni in due, registrato sei album in studio con due strumenti e suonato dal vivo sempre noi due con due strumenti. Abbiamo sempre gestito tutto, partendo dal blues catacombale pseudo roots-medievale al cantautorato black metal. L’impossible in coppia lo abbiamo fatto; quando c’è un punto di non ritorno bisogna calcare la mano sul cambiamento e la prima volta che è capitato, io ho introdotto il plettro e Bruno il charleston nella batteria. Questa volta c’è stato un passo molto più grande: abbiamo introdotto Marcello Batelli”.

B.D.: “Mettiamoci pure che in questi anni di pausa ci sono stati trentasei mesi di Marcello Batelli in incognito. Anni di lavoro con lui senza poter svelare il segreto. Ad esempio, facevamo foto in tre che poi postavamo tagliando lui perché non si poteva annunciare che fosse nel gruppo. Poi è arrivata la pandemia e tutto ha subito un ulteriore rallentamento. Il povero Marcello cantava, suonava, faceva il fonico e noi non potevamo nemmeno mostrarlo o nominarlo”.

G.S.: “In Autogrill lo tenevamo nascosto in auto” .

Da circuito chiuso che eravate, avete aperto ed è entrato un terzo. Un cambio importante…

G.S.: “Come il testo di Fessura ‘Lascia entrar frescura in questa stanza chiusa e buia’, prima o poi bisogna aprire le finestre”.

B.D.: “C’è una puzza de’ vecchio (ride)… Anagraficamente, s’intende. Artisticamente siamo sempre freschissimi”.

Marcello, come sei riuscito a entrare e ad allinearti con loro che erano una macchina perfetta?

M.B.: “Quando mi hanno invitato a unirmi all’Insect Army, oltre a pensare che sarebbe stata una figata, ho pensato – ma non gliel’ho detto – che secondo me erano già a posto così. Non serviva nient’altro”.

G.S.: “E poi c’è anche l’elettronica che è tutta gestita da Marcello. Prima era presente solo a livello fantasmatico, cioè erano dei suoni prodotti da me o da Bruno che sembravano elettronici ma erano suoni acustici prodotti in modo diverso dai soliti due strumenti. È come se avessimo evocato per tutto questo tempo qualcosa che poi si è concretizzato. È stato divertente, noi suoniamo perché ci piace”.

L’idea di Reset era già presente prima di tutto quello che è successo nel mondo e che ben sappiamo?

G.S.: “Certo, non era riferita al resto del mondo ma al nostro personale percorso che, a quel punto, si configurava come una sorta di epopea. Se guardi la nostra produzione dall’inizio, è proprio così: una piccola infima insignificante epopea. A quel punto lì, necessitavamo proprio il gesto del ‘reset’. È nato tutto dalla fine dl tour di Necroide, anche se capire come resettarci è stato un altro discorso, ma l’idea di dare un segno forte dopo Necroide e Quintale non era facile da capire per sapere dove andare. Avevamo davvero calato la mano pesante. La risposta sta sempre a monte: ‘Come posso divertirmi ancora?’ ‘Come posso scoprire ancora qualcosa che non ho ancora fatto e che potrei fare meglio?'”.

B.D.: “Dopo Quintale, quello che tutti si aspettavano da noi era un album altrettanto rock, ma un po’ più facile per fare il famoso passo verso il pubblico. Quando ci siamo resi conto come stava crescendo Necroide ci siamo posti delle domande. Fondamentalmente siamo andati in direzione opposta e contraria a quello che sarebbe convenuto. Ci siamo guardati e abbiamo detto ‘ok facciamolo’. Era troppo bello, era il disco che avevamo sempre voluto fare e così sfacciatamente metal non l’avevamo mai fatto. Sapevamo di fare la mossa sbagliata, commercialmente parlando; e l’abbiamo anche pagata, in qualche modo, a livello di opportunità mancata, ma io e Succi ci siamo divertiti come dei bambini. Dopo Quintale ci aspettavano tutti al varco e li abbiamo presi a schiaffoni. Sappiamo di aver perso un’occasione in quel momento, quindi Reset era utile anche a livello mentale”.

Eravate veramente consci che facendo un disco diverso da Necroide avreste potuto sfruttare un’apertura verso un certo pubblico?

B.D.: “Con Quintale si erano aperte porte mai viste prima; i quattro dischi che avevamo pubblicato precedentemente in punta di piedi non si erano nemmeno lontanamente avvicinati ai risultati di quello. La consapevolezza che un altro passo ulteriore verso il pubblico ci avrebbe potuto fare il chimerico salto, c’era”.

G.S.: “È proprio andata così. Quando ti ritrovi con un pezzo come Black Metal è il Mio Folk e quando ti sei reso conto che Fessura aveva aperto delle porte, è ovvio che fai tutto consciamente. Non c’è stato un solo passo, anche il più folle, fatto inconsciamente, ed eccoci qui. In modo conscio e maturo cerchiamo di divertirci”.

È anche un gesto di coerenza fare quello che vi va…

G.S.: “C’è un vecchio me stesso di 12 anni che è molto fiero di questo vecchio catorcio di 52 anni. Non gliene frega niente se guido un’utilitaria di seconda mano”

La coerenza, oggi, nella musica, ha ancora un valore?

G.S.:

Il concetto di coerenza ha a che fare con la morale. Quando mischi la morale con la musica fa schifo. Non possiamo stare qui a dire cosa insegniamo noi. Non esiste. Ognuno è libero di fare quello che vuole, poi gli altri, ognuno per sé, guardando quello che ha fatto, diranno la loro. Non mi sembra un valore assoluto

Reset è andato in una direzione diversa rispetto a Necroide. Come si è sviluppato il suo processo?

M.B.: “C’è molta libertà in Reset, anche condizionata da una serie di scelte casuali o di periodo storico, del fatto di aver registrato in un certo mese e aver chiuso le registrazioni un giorno prima del lockdown totale. Tutti questi aspetti hanno contribuito a creare un suono, partendo dai provini di tre anni fa di Giovanni fino alle prove fatte e al modo in cui è stato registrato. In fase di mixaggio alcune scelte sono state obbligate da alcuni suoni già registrati e che non potevano essere riregistrati. L’album ha subito dei trattamenti chirurgici fatti con le mani come se fosse un corpo, e lo hanno portato a quello che è oggi”.

C’è anche del colore nel disco, soprattutto nella copertina. È raro ripensando alle vostre grafiche…

G.S.: “Volevamo che anche la copertina segnasse un taglio netto: così abbiamo scelto questo colore arancione che solitamente non avremmo mai indossato. Doveva staccarsi da tutta la produzione precedente”.

E poi le illustrazioni medievali fanno la differenza…

G.S.: “Le illustrazioni sono state prodotte da Francesco Scrimaglio, mio conterraneo di Nizza Monferrato. Nascono da serate in cui ci trovavamo a ridere su questioni legate alle miniature medievali dove si vedono questi omini che fanno una fatica assurda piegati sulla terra con delle zappette piccolissime che enfatizzano la fatica, o per enfatizzare che moriranno felici”.

La prima traccia del disco, Di Che razza Siamo Noi, dice “Nazionalpopolare ci ha sempre fatto cagare”. Come vi rapportate con quel mondo?

G.S.: “Nel modo più sincero possibile, cioè, la verità è quella: a noi il nazionalpopolare ci ha sempre fatto cagare. Non è neanche una questione di astio, nessuno è contro qualcuno o qualcosa, semplicemente prendiamo atto di questo fatto. Non siamo mai stati in quella squadra lì”.

B.D.: “Giovanni, non te l’ho mai detto ma è uno dei tuoi versi che mi ha più sorpreso, forse di sempre. Sei spesso molto possibilista sulla musica, questo verso così tranchant mi ha colpito perché ho riconosciuto te, ma stilisticamente di rado avevi espresso un giudizio così, sulla cultura popolare. Anzi, in qualche modo l’hai sempre difesa rispetto alle pretese di alta cultura che solitamente vengono attribuite. Mi ha sorpreso in positivo perché a un certo punto, l’essere possibilista sulla cultura popolare, è anche un modo per togliersi dalla cultura di nicchia, ma allo stesso tempo c’è anche una nostra atavica avversione – sopratutto musicale – su ciò che è smaccatamente popolare”.

G.S.: “Io credo che noi siamo talmente ed evidentemente poco snob, si vede chiaramente che è una dichiarazione di autenticità. Non è astio. È proprio perché non ce ne frega un cazzo e non ce n’è mai fregato un cazzo: era giusto ammetterlo. Non ha niente a che fare con la mia idea di fondere ‘alto’ e ‘basso’, lo faceva già Dante. Quando penso a certe cose che fanno impazzire la gente ogni anno, tipo il reggaeton o la macarena, a me fan cagare. Mi spiace, mi spiace tanto; non è che le toglierei dal mondo. Peraltro, in un pezzo nostro, dove c’è una cavalcatona viking metal c’è un reggaeton caraibico: un qualcosa di contronatura nel brano VooodoViking”.


Nel vostro percorso, l’uso della tua parola è cambiato e parlando un po’ di nazionalpopolare si arriva al rap che ha raggiunto una popolarità ampia. Cosa sei riuscito a prendere dal flow del rap per evolvere il tuo modo di essere paroliere e cantante?

G.S.: “Il flow del rap, per me, comincia con i provenzali, cioè con la prima letteratura volgare in lingua d’oc del MC (millecento) circa. E già allora c’erano dei virtuosi incredibili tipo Arnaut Danièl. Come vedi, mi piacciono cose che mi rendo conto non interessino a nessuno. Io rubo qualsiasi cosa mi possa interessare, io la rubo, in qualsiasi punto si trovi. Ci sono dettagli del rap che mi piacciono e altre che non mi piacciono, per esempio gli stereotipi: non so proprio cosa farmene, sia dal punto di vista formale che del contenuto. Il rap è molto interessante perché riporta una ventata fresca, o almeno in teoria lo ha fatto in molti periodi e in altri casi lo sta facendo anche adesso, sulla contemporaneità e sull’uso avventuroso della parola. Pensare a ragazzi che provano davvero a usare la parola e che in questo momento cercano di incastrare qualche rima strana, è una meraviglia”.

Ritorniamo al nazionalpopolare, in qualche modo…

G.S.: “Non vorrei esser frainteso, o meglio, non vorrei essere frainteso troppo quando dico ‘il nazional popolare ci ha sempre fatto cagare’. Il rap è nazional popolare ma guarda caso, anche lì, i rapper che mi piacciono di più sono quelli che magari si conoscono di meno, non perché l’ho deciso io a monte, ma perché utilizzano meno stereotipi e quindi probabilmente hanno meno successo”.

B.D.: “Il rap ha fatto fare a livello poetico un passaggio importantissimo. Nel folk, un altro stile musicale in cui la parola era importante, si stava perdendo il ritmo della parola a favore della melodia, e col rap è tornato prepotentemente. E i ragazzi adsso capiscono alcuni trucchi stilistici della poesia come l’enjambement, ad esempio. Chi è nato musicalmente col folk o il rock non li capisce o non li maneggia, ma i rapper maneggiano questo e altri effetti stilistici della poesia, e li capiscono. Il rap è stato rivoluzionario”.

G.S.: “Portando in giro lo spettacolo su Dante (Dante, Rime Petrose), faccio notare al pubblico alcune tecniche che poi si trovano in Guè Pequeno, e il pubblico rimane senza parole. Oppure faccio sentire scandito una canzone di Dante su un beat e ti accorgi che ci sta a meraviglia; certo, parla un italiano del 1200, ma funziona perfettamente perché è ritmo e suono. Soltanto in questa sorta di degenerazione della pagina bianca noi ci siamo convinti che la parola poetica è silenzio e chiusura. Non riesci a condividere il suono di quello che leggi, ma per fortuna non è sempre stato così”. 

Voi come band rock in senso ampio avete sempre dato importanza alla parola. Possiamo dire che il rock, in un certo senso, l’aveva persa questa centralità della parola?

G.S.: “Non lo so, tutte le volte che si afferma qualcosa del genere, mi viene in mente qualcosa che lo smentisce, tipo l’ultimo album di Bob Dylan”.

B.D.: “Questa tendenza ad abbandonare il valore etico della parola, con tutti gli ovvi esempi che vanno in direzione opposta, si nota in tantissimi gruppi esordienti o emergenti dove sono tutti molto bravi, la parte musicale è molto curata ma il cantato è buttato lì. Sembra quasi obbligatorio che ci debba essere ma non viene considerato così importante: le parole sono messe a caso come le linee melodiche e spesso il cantante non è un cantante, magari è il bassista o il chitarrista del gruppo che è il meno peggio a cantare. Quello che metti nella tua musica deve essere lì perché ci deve stare, non deve essere forzato: se hai qualcosa dire, metticelo, se non hai niente da dire non dirlo. Negli OvO, per citare un mio altro gruppo, onomatopeizziamo; nei Ronin siamo solo strumentali perché non abbiamo nulla da dire”.

G.S.: “Nel rap, la trap sostanzialmente ha deciso di liberarsi della valenza comunicativa del testo, è una sorta di abdicazione, ma come anche all’ennesimo gruppo metal non interessa dire qualcosa quando c’è l’assolo di chitarra”.

B.D.: “Questo succede quando un genere diventa cliché. La trap all’inizio è stata rivoluzionaria a livello comunicativo, così come il metal satanico dei primi anni 80, poi è diventato tutto cliché e hanno ripetuto le stesse cose senza crederci troppo”.

M.B.: “Il rap è ritornato in modo forte, forse perché ha saputo smarcarsi da certi cliché, è diventato Kendrick Lamar, gli Sleaford Mods o Backxwash che ha deviazioni noise e rap. Questo tipo di cambi di direzione, il rock non è riuscito a farli”

G.S.: “Mi piacerebbe citare un grande gruppo che ha il solo limite di essere italiano: i Uochi Toki. Han fatto delle cose, se non avessero il grande handicap dell’italianità se ne sarebbero accorti in tanti”.

Per chiudere il discorso, c’è un brano di Reset che fa al caso nostro: Il Rock È Morto. Ogni 6-7 mesi eravamo invasi da articoli in cui si poneva la lapide sul rock. Che opinione vi siete fatti?

B.D.: “Il testo dice tutto, è il più compiuto di Giovanni Succi: ‘o distruggi tradizioni o proponi cloni’, io me la tatuerei”.

La canzone Meriterete potrebbe essere il vostro pezzo più pop, ha un flusso particolare. Come lo avete creato?

G.S.: “Sicuramente è il nostro pezzo più pop. Funziona come un trojan: qualcosa che magari farà storcere il naso a chi era abituato a Tornare Nella Terra o Primavera Del Sangue, ma a rischio di far storcere il naso volevamo un pezzo che in modo ballonzolante e salterino ponesse uno specchio di fronte a chi lo dovesse ascoltare. Funziona idealmente come un trojan: è un pezzo semplice e in questo molto pop. Vorrebbe essere un pezzo nazionalpopolare ma non ci riesce perché non è nelle nostre corde”.

B.D.: “Fa un po’ il paio con Il Rock È Morto: la scelta stilistica di queste due tracce, se la paragoni al testo, assume un significato che secondo me, a un ascoltare attento, non dovrebbe sfuggire”.

Qualcuno ha storto il naso?

B.D.: “Meno di quanto pensassimo”.

G.S.: “Il mondo funziona così: tu fai una cosa che ha in mente e la metti nel mondo, da quel momento lì chiunque la può fraintendere e giudicare. Chi produce qualcosa lo mette sempre in conto. A qualcuno piacerà, a qualcuno farà schifo”.

M.B.: “A me, di Meriterete, piace il grottesco, e chi ha capito la teatralità di quel camouflage lì se l’è goduta, qualcun altro più distratto l’ha trovato di un nazionalpopolare non troppo nazionalpopolare”.

Il rapporto tra i Bachi Da Pietra e il pubblico come si è evoluto?

G.S.: “È una cosa che abbiamo sempre constatato e che 15 anni dopo è esplosa nella canzone Ciao, pubblico. Anche i nostri fan ci guardano in modo strano, come a dire ‘Ma che cazzo fate? Ma da dove venite?’. Anni fa, in uno storico studio di registrazione vicino Varese, a La Sauna, avevamo fatto un live e il pubblico era un po’ a disagio. Ci dev’essere qualcosa di profondamente sbagliato in noi”.

B.D.: “Non capiamo perché non piacciamo a tutti tutti”.

G.S.: “E lì, ritorni alla questione degli insetti, non è detto che piacciano a tutti. Tipo una mosca: vola come le farfalle ma come la vedi la ammazzi”.


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