ovo

di Francesco Bommartini

OvO è una creatura a due teste, quelle di Bruno Dorella e Stefania Pedrelli. Due entità che viaggiano all’unisono nei meandri bui della musica. Unite, in passato, anche sentimentalmente. Oltre che da performance rispondenti ai nomi di Assassine, Vae Victis, My first cowboy, Cicatrici, Miastenia, Crocevia, Cor Cordium. Li attende un tour provante, con molte date sia in Italia che all’estero. Nonostante l’estrema interpretabilità della loro proposta i due musicisti si dimostrano sicuri del proprio percorso. E continuano a percorrerlo, senza timore. Consci della loro proposta borderline e delle potenzialità che li contraddistinguono.

Abisso: un titolo che rispecchia fedelmente il contenuto del vostro ultimo lavoro. Lamenti, rumorismo, pezzi dilanianti e marziali. Cosa significa per voi fare musica come Ovo?

Bruno: “Significa una parte di noi stessi, come mangiare, dormire e tutte quelle belle cose che si citano quando si parla di funzioni vitali e simili. Siamo da quelle parti, insomma”.

Ho trovato i vostri album a Londra. Vi riconoscete in qualche frangia della musica italiana o preferite puntare altrove? Importa dove?

Bruno: “Non importa, la musica è musica. Anagraficamente siamo italiani. Ma siamo anche cittadini del mondo, e siamo parte della comunità variegata dei “musicisti”. Sottogenere: noise, in tour perenne. Questo è quello che conta. Veniamo a portarvi la nostra musica ovunque siate interessati ad ascoltarla. Che sia Kazan o Forlì”.

Il vostro tour di promozione di Abisso è cominciato l’1 novembre dall’Angelo Mai di Roma. Suonerete una trentina di date in Italia ed una decina all’estero. Cosa vi aspettate e quali differenze avete trovato tra le due situazioni in passato?

Bruno: “Alla fine le date in Italia saranno di più, se ne stanno aggiungendo altre a marzo, ma soprattutto quelle all’estero saranno molte di più. La decina di date che vedi adesso sono quelle ufficializzate e confermate, ma il tour sarà dal 15 Gennaio all’11 Febbraio e suoneremo tutte le sere, e poi ci sarà una coda ad aprile in Gran Bretagna. Questo tour è molto diverso dagli altri, già dal punto di vista estetico: ci togliamo le maschere, ci mostriamo per quello che siamo. I pezzi sono molto meno “assalto punk all’arma bianca”, più rituali, e con molte più complessità e sfaccettature. Stiamo riscontrando una grande attenzione da parte del pubblico, e non era scontato, visto che prima prendevamo il pubblico per le palle con una performance tritatutto, ed oggi invece lo portiamo ad ascoltare e farsi un viaggio diverso”.

Vi ho visti live ad Interzona il 18 novembre 2008, insieme a Zu e Lightining Bolt. E’ stata una bella serata. Vi ho trovati… stranianti. Provocare una reazione, anche profonda, negli ascoltatori è uno degli obiettivi che volete raggiungere con la vostra musica?

Stefania: “Per quanto mi riguarda sì, o meglio più che un obiettivo è una naturale conseguenza del nostro modo di suonare. Se la mia voce scaturisce dalle mie cavità più profonde ed emozionali, penso sia naturale che l’ascoltatore lo percepisca e che questo suono rientri e si ripercuota nelle sue profondità”.

Come vivete i momenti precedenti e successivi ad un concerto mentre siete in tour?

Bruno: “Il momento immediatamente precedente è di solito abbastanza concitato, perché quasi sempre c’è da fare un cambio palco in tempi rapidi, e dobbiamo avere il tempo di indossare costumi, maschere e simili. Quello immediatamente successivo invece è dedicato alla distensione, alla raccolta discreta di feedback sul concerto, per il sottoscritto al fermare la sudorazione dopo aver mulinato le braccia a mille per una quarantina di minuti, e infine allo sbrigare le formalità del concerto: pagamento, compilazione di SIAE o corrispondenti stranieri. Il tutto innaffiato da quanti più free drinks possibile e da un ragionevole numero di chiacchiere con amici, conoscenti, avventori. Invece, in tour, c’è anche un prima e dopo che riguarda le ore e ore di furgone, il carico e scarico, le funzioni vitali tipo “dove e cosa si mangia”, “dove e quanto si dorme”, “dove si parcheggia un furgone carico di strumenti che sono la nostra vita”, ecc ecc. Questa è la parte avventurosa, e qui si vede veramente la differenza tra chi è tagliato per questa vita e chi no”.

Non trovate che oggi ci sia un eccesso di considerazione per alcuni progetti che fanno della sperimentazione estrema il loro punto di forza, spesso solo presunto? Mi spiego: leggo recensioni entusiastiche di progetti che, francamente, mi sembrano poco rilevanti e derivativi. E semplicemente perché osano, o provano a farlo, vengono ricoperti di lodi.

Bruno: “È tutto soggettivo. Chi ricopre di lodi questi progetti magari ne snobba altri che a te sembrano rilevanti. È quel miscuglio di mercato, hype, qualità, gusto, e tante altre cose che rendono la musica un’esperienza speciale e del tutto personale. Se bastasse “osare” o “provare” per essere ricoperti di lodi lo farebbero tutti, e noi saremmo ricchi sfondati”.

Inizialmente mascherati, ora a volto scoperto. Quanto conta l’estetica per gli OvO e cosa volete comunicare, visivamente parlando?

Stefania: Per me conta molto, si fonde con il mio approccio alla musica ed alla musica live. Non ha un significato ben preciso, ma permette di calarsi e far calare il pubblico in un immaginario, in un rito.

Qualcuno diceva che le canzoni nascono da sole. In Abisso sono venute parecchio lunghe. A cosa è dovuto?

Stefania: “Da parte mia dal desiderio di inserire un po’ di black metal in questo disco, dal fatto che ero infortunata durante le preproduzioni del disco e che riportavo ancora delle piccole conseguenze durante le registrazioni; mi sono trovata a non riuscire a suonare contemporaneamente chitarra e voce, questo mi ha portato a dedicare più attenzione alla chitarra e a creare la voce solo in fase di registrazione”.

Con quali band ed artisti avete stretto rapporti particolarmente profondi durante la vostra carriera e come è accaduto?

Bruno: “I primi sono stati i Rollerball, che sono tuttora la nostra “american family”. Poi negli anni abbiamo stretto rapporti stretti con i Nadja, gli USA Is A Monster, e con molti gruppi italiani con cui condividiamo spesso il palco, tra cui cito in particolare gli Uochi Toki, solo per sottolineare come si possano creare dei rapporti profondi anche in generi molto diversi. Ed ora con gli ospiti del disco, Alan Dubin e Carla Bozulich“.

Che tipo di formazione musicale avete? Stefania come approccia la sua vocalità dal punto di vista tecnico?

Stefania: “Io sono completamente autodidatta, sono partita da un approccio completamente naif e basato sull’improvvisazione. Ora, dopo 15 anni che suono, posso dire che ho creato un mio “stile” e che continuo a studiarmi e mettermi alla prova, decostruendo ciò che ho imparato e scoprendo nuove vie per la mia voce e corpo”.

Vivere di musica: si può? Come fanno gli OvO? I numeri sono ben accetti.

Stefania: “Direi che sopravvivere di musica si può, basta scegliere un modo diverso di vivere la vita, basandosi su esigenze differenti e spostando l’asse dei bisogni”.
Bruno: “Bisogna essere molto adattabili, e accettare il fatto di non avere la certezza della busta paga a fine mese. Non è così semplice. E poi bisogna essere disposti a farsi un culo incredibile, in cui suonare diventa l’ultima delle preoccupazioni. Tutto intorno c’è una vita che ci rende molto più vicini alla categoria degli autotrasportatori, dei facchini, degli impiegati che all’immaginario associato agli artisti. E ti assicuro che tanti, dopo aver provato per qualche tempo, tornano di corsa alle certezze delle loro vite precedenti”.