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La band belga si racconta in occasione dell’uscita del quinto album, Sand. Un disco nato per ovvi motivi diversamente rispetto ai precedenti

Sand, di cui avete trovato la recensione nel numero di febbraio (se ve lo siete perso lo potete recuperare qui), è il quinto disco dei Balthazar, band belga attiva dal 2004. Quando si accostano le parole band e Belgio, di solito c’è solo un nome che viene in mente e sono i dEUS, soprattutto per chi frequenta queste pagine. Ma esattamente 30 anni dopo la loro nascita, c’è finalmente un’altra band che ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per riportare il piccolo paese fiammingo al centro della musica europea, seppur in modo diverso, cosa che hanno già iniziato a fare con l’eccellente Fever, uscito nel 2019. I Balthazar si descrivono come un collettivo che fa musica pop, ma dietro alla definizione generica di pop c’è una ricerca accurata nei suoni e uno stile ben preciso e ricercato. Se negli album precedenti si potevano sentire diverse anime, dal brit pop, all’R&B, dall’indie rock al cantautorato, con Sand trovano un sound più definito, con molto più groove rispetto a prima. Gli arrangiamenti dei pezzi infatti, come racconta Jinte Deprez (voce e chitarrista della band, nonché uno dei due principali autori) qui sotto rispondendo alle mie domande via mail, sono stati fortemente influenzati dalla condizione di isolamento imposta dal lockdown. La situazione ha cambiato la vita di tutti, ma per una band come i Balthazar, reduci dai loro primi sold out in tutta Europa e con una carriera lanciata verso una svolta importante, può essere pure peggio. Finire di scrivere un disco nuovo subito dopo il tour ed essere costretti a fermarsi con in mano i pezzi quasi pronti deve essere stato un durissimo colpo. L’uscita dell’album è stata rimandata più volte, così come le date del tour a supporto, come capitato a molti. Con la velocità e la quantità di nuova musica che viene macinata oggi, per cui si viene dimenticati molto in fretta, un stop del genere rischia di farti perdere il famoso treno che passa una sola volta nella vita. Soprattutto per una band che ha puntato e investito molto sui live. Lo si capisce molto bene dalle parole di Jinte, ansioso di riprendersi la sua vita, un po’ come tutti noi.

Quando avete iniziato a lavorare a questo disco e quando è stato il momento in cui vi siete resi conto definitivamente che le cose per causa di forza maggiore sarebbero andate diversamente? Avevate già fatto parte del lavoro?

“Abbiamo iniziato a lavorarci durante il tour di Fever, ci siamo divertiti molto a suonarlo dal vivo perché era un po’ più ‘allegro’ rispetto ai precedenti, e ci ha fatto molto piacere che le persone abbiano risposto in modo molto positivo. Questo ci ha ispirato maggiormente e così ci siamo messi subito a lavorare per dare un seguito a quell’esperienza spingendo sul groove. Stavamo quasi finendo il lavoro, scrivendo le ultime canzoni e i testi quando è arrivato il primo lockdown. All’inizio ci ha stimolato a lavorare meglio sugli ultimi ritocchi, ma poi ha completamente cambiato il modo in cui volevamo registrare questo disco, perché la nostra idea iniziale era quella di una registrazione quasi live, con tutta la band al completo nella stessa stanza. Siamo stati costretti a trovare un’alternativa e ci siamo adattati alla situazione, utilizzando maggiormente l’elettronica e i campionamenti, e alla fine è stato anche allettante, il Covid è stato una sorta di sesto musicista, o un produttore, che ha deciso di portare il nostro suono da un’altra parte”.

In un’intervista del 2019 vi definivate come un “collettivo di persone che quando si trovano in una stanza producono un’energia”, come siete riusciti a riprodurre quell’energia stando separati e comunicando attraverso i computer e gli smartphone?

“In qualche modo abbiamo cercato un altro tipo di energia, dal punto di vista musicale il risultato è più minimale, ma ogni musicista è riuscito comunque a mettere la sua personalità nelle parti che ha registrato. Probabilmente sarebbero venute in modo diverso se le avessimo registrate dal vivo, ma il fatto di non essere nella stessa stanza non ha danneggiato le canzoni. Ci ha convinto a trovare altri arrangiamenti ed è bello quando poi il risultato ti sorprende”.

Quindi avete trovato anche degli aspetti positivi in questo metodo di lavoro.

“Ormai siamo abbastanza esperti di registrazioni in studio, quindi non eravamo troppo preoccupati del risultato, in fondo siamo la generazione del laptop. Ci piace abbracciare i fattori esterni che entrano in gioco invece che combatterli, e penso che ogni album abbia il suo modo di venire fuori. Quindi in un certo senso è stato fantastico il modo in cui questo disco si è sviluppato inaspettatamente. Arrivati al quinto album non è banale rimanere ancora stupiti, quindi sì, ci sono stati molti aspetti positivi”.

Ascoltandolo si avverte un deciso cambio di direzione, un suono più compatto, come se aveste lavorato più come band che come singoli, nonostante la distanza. 

“Credo che questo sia una conseguenza di come abbiamo suonato nel tour di Fever, raggiungendo un maggiore affiatamento, alla fine non importa quali strumenti utilizziamo, ci piace comunque mantenere la dimensione umana e un certo calore”.

Anche i testi sono stati influenzati dalla situazione?

“Non direi, ma in un certo modo si adattano all’atmosfera di questi mesi, parlano del tempo, della consapevolezza del tempo che scorre, di irrequietezza e di attesa. Anche le canzoni d’amore in qualche modo sono inserite in questa tematica del tempo. Di solito parliamo delle nostre esperienze personali e anche in questo disco è così, ma alla fine si è rivelato un argomento quasi profetico, perché quei temi sono molto attuali adesso. Siamo tutti un po’ irrequieti e impazienti ora”.

In Belgio la situazione è stata abbastanza pesante per le informazioni che ci sono arrivate, come avete vissuto questo anno particolare dal punto di vista personale più che lavorativo?

“Alla fine penso sia stato difficile un po’ ovunque, la vita delle persone è stata ribaltata, messa in pausa. Anche per noi come band è come se tutto fosse in attesa e poter fare uscire un disco in questo periodo è molto liberatorio, vuol dire che qualcosa sta comunque accadendo, non è proprio tutto fermo. Penso che ognuno di noi abbia vissuto quest’anno in un modo diverso, alcuni si sono annoiati a morte, altri si sono dedicati a mille hobby. Io recentemente ho comprato una casa, quindi ho avuto parecchio da fare. All’inizio mi faceva anche piacere essere finalmente a casa per un po’, dopo dieci anni di tour, ma adesso iniziamo a dare di matto, abbiamo bisogno della vita sociale, abbiamo bisogno di avere uno scopo, e soprattutto con questo album fuori non vediamo l’ora di vederlo prendere vita su un palco”.

Invece come hanno reagito in generale i belgi?

“In qualche modo ognuno si è adattato molto velocemente, i belgi non sono persone molto ostinate, adesso chiaramente iniziano ad essere stanchi, ma è normale”.

Avete affrontato i primi otto mesi di pandemia senza un governo in carica (da quasi due anni eravate in questa situazione), per noi in Italia sarebbe stato impensabile, com’è stata gestita?

“Onestamente abbiamo già avuto un periodo in cui non c’era il governo e non ce ne siamo neanche accorti. La vita scorre come sempre. Il Belgio è uno strano paese dal punto di vista politico, ma la cosa non influenza a livello personale le persone”.

Tornando alla musica, in Sand sembra che manchi un po’ il lato più cantautorale della band, che nei precedenti veniva fuori magari in pezzi come Phone Number o Wait Any Longer, a favore di un approccio più “dance”, sei d’accordo?

“Ma io non la vedo così, sai? Capisco possa essere una reazione comune sentendo canzoni più ballabili, ma alla fine sono state scritte come tutte le altre, con un approccio old school. Dargli più groove aggiunge solo una chiave di lettura diversa, ma se le suonassimo in acustico probabilmente alle orecchie dell’ascoltatore suonerebbero ancora ‘cantautorali’. Ci deve essere sempre sotto una canzone scritta bene per funzionare”.


Se prima si riusciva a distinguere quasi chi aveva scritto il pezzo di voi, oggi si fa quasi fatica a distinguere le vostre voci per come sono ben amalgamate: è come se vi siate fusi in un unico corpo, artisticamente parlando, vi ritrovate in questa descrizione e cosa ne pensate?

“È molto difficile rispondere a questa domanda perché per noi è chiaro chi canta cosa e quindi non posso immedesimarmi in quello che dici, ma è una cosa molto positiva il fatto che suoni come un corpo unico perché è per raggiungere questo risultato che lavoriamo insieme come collettivo. Ci influenziamo molto a vicenda, e quello che viene fuori suona molto diverso da quando per esempio scrivi per un tuo disco solista, suona Balthazar. Adoro quando senti che 1+1 fa 3”.

C’è parecchio falsetto anche rispetto al passato, soprattutto nei ritornelli. Non è una scelta comune oggi. Vi siete ispirati da qualcuno in particolare per questa scelta?

“Inseriamo molti più ritornelli nei pezzi rispetto a qualche anno fa e li abbiamo sempre cantati insieme, man mano son venuti fuori così. Ci piace molto il vecchio funk e il soul dove cantano spesso in falsetto, quindi probabilmente l’influenza viene da quello. Crea uno stacco marcato dalla strofa e ci piace molto, perché così le strofe sembrano quasi parlate in confronto, abbiamo usato anche voci femminili per aggiungere ancora più colore”. 

Non posso esimermi dal farvi questa domanda, come ci è finito Paolo Conte citato in una vostra canzone (Losers)?

“Avevamo appena sentito la canzone ‘L’Orchestrina’, il modo in cui la canta è davvero toccante, quel semplice ‘tralala’ in particolare ci ha colpito molto, ma non conosciamo tutta la sua discografia”.

Guardandoti indietro possiamo dire che Fever, la canzone, è stata un punto di svolta nella vostra carriera e nel vostro suono?

“Sì, ce n’eravamo già accorti mentre finivamo di scriverla che era qualcosa di grosso, per questo l’abbiamo messa in apertura del disco. Mettendo molte canzoni insieme non puoi forzare troppo la mano con gli arrangiamenti, ci deve essere sempre un po’ di coerenza, e quindi quando ti rendi conto di avere in mano qualcosa di speciale che però si inserisce bene nel contesto lo vuoi subito mettere in mostra. Alla fine sono molto contento di averla lasciata così com’è e di non averla accorciata (dura 6 minuti, ndr), dal vivo la possiamo anche tirare per 15 minuti senza annoiare: ci sono dentro tutte le nostre influenze, tutti i generi e gli strumenti che ci piacciono, ne siamo molto orgogliosi”

Secondo te in Sand c’è una canzone in particolare che ha la stessa forza? 

“Secondo me la scrittura in tutte le canzoni di Sand è migliorata molto rispetto a prima, ma accade un po’ con ogni nuovo disco. Forse qui non ce n’è una che ruba i riflettori alle altre, è un disco diverso ma chiaramente non lo dico in modo negativo, anzi. Penso che suonare questi pezzi dal vivo sorprenderà anche noi, una canzone come Moment per esempio, potrebbe sfociare in una lunga jam”.

Guardando avanti invece, qualche tempo fa l’organizzazione del Glastonbury ha annunciato che quest’anno il festival non si farà, così come altri, siete ottimisti per i prossimi mesi oppure vi state già attrezzando per reinventarvi in qualche modo in assenza di concerti dal vivo?

“Cerchiamo di essere ottimisti, ma allo stesso tempo cerchiamo di non pensarci troppo perché è abbastanza deprimente, ci penseremo quando sarà il momento. Abbiamo qualcosa in programma per presentare l’album, ma non posso dire molto a riguardo”.

Se dovessi dare una definizione per la vostra musica, la definirei vintage anche se è un termine un po’ abusato, perché anche se suona molto moderna avete un approccio old style, un’eleganza anni ‘50. In questo album si sente anche qualcosa di nuovo, una vena jazzy, in particolare nell’ultima traccia, Powerless.

“Traiamo molta ispirazione dalla vecchia musica, quindi mi piace come definizione, così come ci piace molto il calore dei vecchi dischi. Il modo in cui è arrangiata Powerless è un po’ vecchio stile in effetti, usiamo molti strumenti che si possono trovare anche nel jazz, ma credo che in fondo sia sempre pop con un respiro un po’ più ampio”.


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