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(Cover album: To The 5 Boroughs, 2004)

Di Rossano Lo Mele

20 anni fa esatti rientravo dalla Germania. Mi ero trasferito a Berlino per il mio ultimo anno accademico: ero intenzionato a laurearmi in letteratura nordamericana e volevo scrivere una tesi che riguardasse la cultura statunitense e la musica assieme, ma senza passare attraverso gli obbligatori Dylan e Springsteen. Proposi così alla mia docente di riferimento una tesi sul rapporto tra postmodernismo e popular music. Feci domanda per una borsa di studio, la vinsi e mi trasferii. Quell’anno accademico lo passai dentro al John Fitzgerald Kennedy, il più grande centro europeo di americanistica. Tuffandosi nel mare magnum della musica americana, dovendo sintetizzare il concetto di postmodernismo – in breve: una continua capacità di inventare il presente partendo dal passato, citando abbondantemente tranci di cultura di ieri, immersi nella quotidianità dell’oggi: ossia ciò che alla fine siamo poi diventati tutti – c’era un nome che svettava. Quello dei Beastie Boys. Partiti con il punk, divenuti stelle (bianche) del rap, per poi inventare qualcosa di nuovo partendo dalla musica (suonata) del passato, mescolando tutto: funk, soul, hip hop, hardcore, lounge, rock e quasi qualsiasi altro genere possa venire in mente. 

Non senza una certa fatica scrissi la mia tesi, come si dice in questi casi “di ricerca” e non compilativa. Usando i Beasties come epitome del fenomeno, quanto alla musica. Tornai in Italia, mi laureai e continuai con il mio lungo curriculum nel precariato nazionale di chi intende scrivere. Alcuni anni dopo, nel 2004, i Beastie Boys pubblicarono un nuovo album: To The 5 Boroughs. I tre vennero a promuovere il disco a Roma. Per l’occasione mi misi in ginocchio affinché la redazione mi desse l’occasione di andarli a intervistare di persona. Presi il treno e una copia della mia tesi. E mi recai in via del Babuino, dove la band alloggiava in uno di quei lussuosissimi hotel per turisti americani. Furono gradevoli, ma fondamentalmente distratti: finita l’intervista gli lasciai una copia del mio scritto rilegato. Mi chiesero ridendo se l’università mi avesse concesso di laurearmi con quella tesi. Dopodiché, con sveltezza, uscirono per andare a comprare delle sneakers in un rinomato negozio vintage della capitale.

Ci rimasi un po’ così, ma poi crescendo capisci: perché avrebbero dovuto trattarmi diversamente? Con tutta la gente che incontrano e che li omaggia di cose in tutto il mondo. Passato qualche anno mi capitò di incontrare l’autore della copertina di quel disco di metà anni zero. Si chiama Matteo Pericoli ed è un architetto, illustratore, disegnatore. Matteo è originario di Milano, ma ha deciso di abbandonare la città nel 1995. Si trasferì a New York e lì nel 2001 realizzo Manhattan Unfurled. Un libro in cui ricreava con il suo tratto lo skyline di tutta l’isola newyorkese. Manhattan è una delle cinque divisioni amministrative (i famosi 5 boroughs, appunto) di New York: la moglie di Adam Yauch – meglio noto come MCA, per i Beastie Boys e i numerosi fan e ascoltatori – conosceva il lavoro di Matteo. Così lo contattò, affinché una porzione della sua opera diventasse la copertina del disco che la band incise come atto d’amore nei confronti della propria città. Quel tratto in bianco e nero che sta sulla copertina è quindi opera di Matteo: un ragazzo loquace, ma schivo. Che da alcuni anni vive a Torino, ma non prima di aver insegnato nel dispendioso liceo privato frequentato dai tre Beastie Boys (Saint Ann’s School a Brooklyn: no, per ragioni anagrafiche non sono stati suoi allievi). Quando gli ho chiesto di raccontarmi un po’ dell’incontro con la band si è limitato a pochi tratti. Li conobbe nel loro studio, all’epoca in Canal Street: Yauch era il tramite, così quando Mike D e Ad-Rock lo conobbero lo chiamarono semplicemente the artist. L’artista è stato poi nell’appartamento di Yauch. Ha disegnato la città dalla casa di Adam per il progetto Finestre Su New York: 63 Visioni Della Grande Mela, libro tradotto in Italia di recente da Il Saggiatore. Come saprete e leggerete nelle prossime pagine, Yauch era l’ideologo dei Beasties, scomparso purtroppo nel 2012 a causa di una malattia. Matteo lo ricorda come un uomo dolce, disponibile e di enorme curiosità. Nel testo associato al ritratto di New York realizzato dalla sua finestra, Adam scrisse: “In una città in cui accadono così tante cose dà un senso di calma tornare a casa, guardare dalla finestra e vedere il fiume Hudson. Non so bene perché, ma osservare un grande specchio d’acqua sortisce proprio quell’effetto. Chissà per quanto ancora avremo questa vista. A New York è sempre e solo questione di tempo prima che qualcuno costruisca davanti a te, però siamo stati abbastanza fortunati da goderne per dieci anni, e speriamo che duri ancora un po’”. Speranza vana, come detto. Noi almeno, questo sì, siamo stati fortunati a godere della musica di Adam e dei Beastie Boys. Che durerà per un tempo illimitato. Buona lettura e buona estate a tutti.


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