di Elena Rebecca Odelli

Cristiano Godano, uno dei capi assoluti della generazione anni 90 pubblica il suo primo disco solista Mi Ero Perso Il Cuore. Non è la prima volta che Cristiano Godano decide di affrontare il mondo lontano dai Marlene Kuntz. Da anni, infatti, porta in giro per l’Italia il suo one man show presentando versioni a spina staccata del proprio repertorio. Nel 2014 condivise una serie di date anche con l’amico GianCarlo Onorato, traendo poi il disco dal vivo, Ex Live. Così se da una parte in Mi Ero Perso Il Cuore troviamo un Godano solo ad affrontare, scrivere e poi cantare della dicotomia tra ragione e cuore prendendosi una licenza per linguaggio e atmosfere dai Marlene Kuntz, dall’altra troviamo ancora una volta la dimensione gruppo, perché per intraprendere questo viaggio ci sono nomi noti che hanno costellato volente o nolente anche il percorso della band di Cuneo, come Gianni Maroccolo, oppure stimati colleghi come i due Ustmamò Luca Rossi e Simone Filippi (già visti in tour al fianco di Giovanni Lindo Ferretti), e il Maestro Enrico Gabrielli, a colorare gli arrangiamenti con flauti, sax e violini.

Mi ero perso il cuore è un disco permeato da un senso di perdita, perdersi e ritrovarsi. La perdita è abbastanza palese in tutto il disco mentre per il ritrovarsi c’è una dichiarazione di intenti subito all’inizio ne La mia vincita “io mi ritrovo ma la mia mente non è qui con me” c’è un nuovo senso di se stesso che si ripercorre tra i vari brani.

“Il percorso è favorito dalla scaletta scelta. Mi sono affidato a una prima imbastitura di Maroccolo che è un mago delle scalette, anche con i Marlene ci piaceva che dicesse la sua. Io ho fatto un paio di aggiustamenti per questioni sentimentali, ma la scaletta è rimasta quella. La scaletta propone un percorso. Ogni canzone viaggiava per conto suo. Ho cercato di affrontare da parecchi punti di vista quella dimensione esistenziale che poi è caratterizzata dalla dialettica cuore e mente, ogni canzone la sviscera. Vale per Padre e Figlio seguita da Figlio e Padre. C’è il brano Il lamento del depresso in cui ci sono due amici ma la situazione che si palesa è tutt’atro che benevola, invece in Ti voglio dire in cui si presenta una situazione sperabile. La mia vincita è un inizio ottimistico del disco, è come dire venite vi accolgo, poi durante il ritornello si insinua il dubbio del durerà e per quanto. La vincita raccontata è quella dell’esser riuscito a capire che bisogna saper recuperare la parte emotiva di noi stessi quando il raziocinio diventa prevaricante. Queste sono cose che vengono anche raccontate dallo yoga, dalle pubblicazioni trascendentali, sono cose che ho imparato dopo. Il processo di avvicinamento e consapevolezza, di conoscenza compaiono anche nella meditazione trascendentale dove il goal è di recuperare il cuore, lasciare che la mente scivoli via, senza farsi distrarre dal circostante”.

Non c’è però anche una visione cinica quando dici “Il cuore batte non si ferma e a noi non ci resta che andare avanti” nell’ultima traccia Ma il cuore batte?

“No, il disco è fatto di tracce che sviscerano il dualismo da più prospettive come ti dicevo e chiude con un brano che traccia come fine di quel percorso l’assunto: il cuore c’è, il cuore batte. La canzone che avrebbe potuto esserci successivamente avrebbe dovuto essere una canzone simile a La mia vincita. Non è cinica come visione. Dopo undici canzoni problematiche e una falsa apertura ottimistica alla fine si dice che non dobbiamo dimenticarci che il cuore c’è, batte ed è sinonimo di vitalità”.

Approcciarsi con un disco da solista vuol dire prendersi delle responsabilità verso se stessi e l’ascoltatore. Cosa vuol dire presentarsi con un disco che mette in luce paura, panico, maschere che ognuno di noi nella vita sperimenta? Potevi, anche se completamente distante dall’immagine che abbiamo artisticamente di Godano, presentare qualche brano più radio friendly.

“Non ho proprio idea di come si faccia un disco radio friendly, non ho idea di come si costruisca un pezzo che sia un tormentone. Bisogna non dimenticare che io, come la stragrande maggioranza dei miei colleghi, prima strimpelliamo la chitarra e poi mettiamo i testi. Io avevo strimpellato nell’arco di un anno e mezzo, due partendo da tre anni fa circa e avevo ottenuto una sessantina di spunti. Diciamo che cinquantacinque su sessanta hanno questo tipo di mood. Quando prendo in mano la chitarra in casa io suono così, mi diletto e mi piace tantissimo suonare giri come quelli di Ti voglio dire o Sei sempre qui con me. In questo caso mi ero prefisso di dare questa direzione e cercare dei musicisti per ottenere questo sound che non avrei potuto ottenere con i Marlene. Il mood di di Mi ero perso il cuore è quello di un clima rasserenato, è un tono dimesso, quasi densamente umile come suono. Alcune ballate di Neil Young sono molto simili come suono. Quell’atmosfera mi ha evocato un certo tipo di testi. Non era esattamente semplice su quel tipo di musiche scrivere dei testi che non fossero in sintonia, poi è pur vero che nel periodo in cui io scrivevo i testi ero esattamente pervaso da quel tipo di emozione, subivo la mente come un vortice pericolo da prenderne guardia. Era terreno fertile”.

Hai affrontato il tema Padre Figlio e Figlio e Padre, non nuovo considerando Canzone per un figlio che usciva nel 2009. C’è una contrapposizione di intenti forte tra le parole del padre rivolte al figlio e ciò che avviene nella canzone successiva Figlio e Padre.

“Non è un caso che ci sia un ordine invertito degli addendi. Ognuno può pensare al perché se vuole. Non è detto che il figlio e il padre siano la stessa persona. Sono due punti di vista differenti perché i soggetti non sono gli stessi. Il fatto che sia padre e figlio prima e figlio padre dopo è una piccola indicazione, per chi ha voglia, di provare a capire come mai”.

Per quanto riguarda il tema ricerca di empatia e offerta di aiuto a terzi. Come l’hai vissuto non a livello privato ma nel mondo attuale e come lo vivi in quello che ci circonda. Perché io che ascolto posso caricarli di una sere di miei vissuti nel mio tempo, che sono diversi da chi li scrive.

“Questo per me è fonte di particolare soddisfazione perché penso che sia una fascinosa esclusività tra autore e ogni suo ascoltare. Ci sono piccoli cortocircuiti, per me è molto bello che questo circuito venga compreso non necessariamente dal punto di vista esistenziale, non serve che ogni canzone faccia dire sta parlando anche di me. Si può godere di qualcosa che rende le due anime affini in quell’istante. Mi piace molto quando i testi si svincolano dall’io e diventano in qualche modo universali. Mi sembra di poter dire che siamo in una fase storica molto difficile e i motivi sono tanti. Sicuramente il mondo è in turbolenza, il clima è il problema principale. I sovranismi per me sono un grave problema, che porta alle divisioni e queste divisioni si stanno palesando a livello di frustrazione sociale, i politici cavalcano questa situazione e sono tutte cose che la storia ci ha presentato varie volte ed è abbastanza palese che la faccenda dell’empatia e dell’offrire aiuto sia rara. Mi ricordo con gioia di aver scritto proprio in Canzoni per un figlio, la canzone Pensa che è una canzone sulla gentilezza e questo avvenne 11 anni fa. Sono molto felice di aver intercettato già l’assenza di valori come la gentilezza di cui ora si parla molto, cercando di far capire alle persone il valore della gentilezza”.

Chi sei oggi?

“Sono un uomo che non abdica alla qualità delle cose che fa. Forse non abdicheremo mai, cercheremo anche con i Marlene di essere sempre qualitativamente all’altezza della situazione. Intercetteremo sempre qualcuno che sosterrà che ci siamo sputtanati da tempo. Tutte le volte che intercetterò stronzate di questo tipo sarò un po’ dispiaciuto, ma continuerò a ritenere che noi siamo eroicamente protesi sempre a cercare di fare qualcosa dal punto di vista musicale che non riguarda i giovani musicisti di adesso. Non i rockettari, posto che ce ne siano, la musica non è più qualcosa di attrattivo tra i giovani. Sono attratti dall’idea di marketing più che dal fare musica personale. Si cerca di uniformarsi al suono che ci circonda e qui si apre lo scenario della remunerazione della musica. Sono molto poco felice di quello che sta accadendo alla musica perché si sta andando incontro a un cambio epocale che sta modificando tutto”.