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Si chiama PlayList perché, proprio come una selezione musicale, è composta da testi “che iniziano e finiscono”. Uscirà per Feltrinelli quattro volte all’anno, un numero per ogni stagione, e contiene storie selezionate dall’esperienza della scuola Holden. Si comincia dalla primavera, con racconti di autori come George Saunders, Etgar Keret, Maurizio Maggiani, e Bob Dylan. Proprio di quest’ultimo vi proponiamo il commento al suo testo, The Times They Are A-Changin’:

Guarda caso, tornano utilissime le parole di un cantastorie che abbiamo incontrato pagine fa. Maurizio Maggiani. Sono le parole, anzi è il giro di frasi con cui si apre Scusami, scusami ancor, altro bel racconto di È stata una vertigine. Leggiamo.

Un uomo ha nel cuore una canzone d’amore. Quell’uomo va in giro con la sua canzone notte e giorno, e lui e lei sono una cosa sola, come lo può essere una coppia di cocorite nella gabbietta sul poggiolo, un vagabondo e i suoi fagotti per strada. La canzone è quasi vecchia come l’uomo, così che tutti e due vanno ormai per i cinquanta. In marcia stretti l’uno all’altra, come stretti per la vita sono due esseri che crescono assieme.

Essendo nata nel 1964, The Times They Are A-Changin’ ha vent’anni in meno di Dylan: lei va per i sessanta, lui è a un passo dagli ottanta. Però non è la precisione che qui ci interessa, né tantomeno la pedanteria. Ci interessa che lei e lui vadano stretti l’una all’altra, in marcia, da cinquantasei anni – e chissà se almeno una volta, in cinquantasei anni, si sono stancati l’una dell’altra. Sarebbe magnifico poterlo chiedere a lei.
Comunque, per chi era già al mondo quando la canzone ha carezzato (o graffiato, son gusti) le nostre orecchie la prima volta, ma anche per chi è venuto al mondo dopo quella prima volta, vale la suggestione: può capitare che una canzone e un uomo crescano assieme stretti stretti. E l’impressione è che per The Times They Are A-Changin’ sia andata così. Solo che assieme a lei, oltre a Dylan, c’erano tantissimi altri. Milioni di esseri umani.
Inno, manifesto, protesta, canzonetta, compagna di malinconie e scoramenti, catalizzatore di rivendicazioni, acceleratore di desideri, voce della nostalgia: in cinquantasei anni questa canzone è stata parecchie cose. Però, a prendersi la briga di guardare per un po’ la gente che l’ascolta e la canta, viene da dire che sia stata – e sia ancora – un’altra cosa: una preghiera.
La musica, non solo la musica popolare, può essere una forma laica di preghiera. Sul serio. Le preghiere mica si recitano esclusivamente nei templi o nelle chiese, e cos’altro sono un vecchio localino che puzza di fumo, un palazzetto gremito, un prato dove si radunano a migliaia con la voglia di ballare, cantare a squarciagola e fare l’amore? Stesso discorso per la preghiera in solitudine: si può pregare in camera da letto o su una panca di chiesa, in raccoglimento, inginocchiati, oppure a bordo di un tram o passeggiando soli soletti per un bosco, o sotto la doccia. Ogni forma di preghiera ha il suo luogo, sacro o profano che sia.
Dunque, una preghiera. Però, affinché una manciata di versi accompagnati da chitarra e armonica funzioni da preghiera, servono tre cose. Quantomeno.

Primo: servono le circostanze che spingono noi umani ad affidarci alla preghiera per averne speranza, forza, ispirazione. Insomma, le volte in cui non ci sentiamo abbastanza per il mondo, o le volte in cui il mondo non sembra abbastanza per noi. In modo conciso: le volte in cui c’è un giusto che sentiamo lontano, dentro o fuori da noi. L’abitudine no, quella non conta.
Secondo: è indispensabile che la preghiera arrivi in profondità, fino a toccare un nervo scoperto. Un nervo che richiede un certo tocco, chirurgico ma non troppo. Se torniamo canticchiando a circa metà della canzone, troviamo avvitati lì due versi che parlano di your sons and daughters ormai beyond your command. Bene. Questi figli e figlie che non sopportano né tollerano più l’ordine ereditato dai genitori sono certamente la generazione degli anni Sessanta americani e occidentali, eppure in quei versi possono starci pure le generazioni venute dopo – e magari quelle prima. È una faccenda di elasticità. Cioè della capacità che le parole hanno di fare spazio per accoglierci in un sentimento che loro, intanto, stanno già dicendo per noi. Riformuliamo: la canzone canta un sentimento piuttosto preciso che accomuna parecchia gente, ma nelle parole c’è spazio per tantissime sfumature individuali di quel sentimento. Quanti sono i figli e le figlie che si sono sentiti ostacolati o frenati da chi è venuto prima? Quante volte un ventenne si è sentito morire di fronte all’immobilità in cui è nato, all’impossibilità di cambiare? E quante volte una ventenne, davanti alla stessa immobilità, alla stessa impossibilità, ha osato pensare di ribellarsi? Mica solo quelli degli anni Sessanta. Davvero, no. La preghiera è condivisione, è riconoscere negli altri il colore dominante di un sentimento che, in noi, assume una sfumatura unica. Quindi la preghiera dev’essere sincera a sufficienza, e altrettanto vaga.
Terzo: serve che la musica works its magic. In italiano, serve che la musica faccia ciò che sa fare da tempo immemore: arrivarci fisicamente addosso, e dentro, suscitando emozioni che esistono prima di ogni consapevolezza. Emozioni che esistono a prescindere da qualunque sofisticatissimo tentativo di capire cosa ci ha preso.

Chiunque abbia ascoltato cantare The Times They Are A-Changin’ da qualcuno sotto la doccia, su un prato, in un localino, in uno teatro insieme a centinaia e insieme a Dylan, sa che questa canzone funziona, come preghiera. Se invece non vi è mai capitato di ascoltarla cantare, be’, vi siete persi qualcosa.
La magia non si può spiegare. A quanto dicono i cultori della materia, The Times They Are A-Changin’ è ispirata a vecchie canzoni folk scozzesi, a poesie popolari, e qui e là azzarda rimandi al Vangelo. La melodia, dicono, si rifà all’inno religioso Deliverance Will Come. Ma vallo a sapere, cos’è successo nella testa di Dylan quando si è messo a scriverla. Da quale angolo del cuore gli è salita la prima nota. E quante volte avrà sostituito un verbo (aggettivi no, quasi non ce ne sono) e ripensato gli accordi. Chissà cosa avrà visto dietro le palpebre mentre chiudeva gli occhi mugugnando i versi sulle labbra. Chissà quale memoria musicale – magari un po’ sciamanica – si è impossessata delle sue dita. Chissà. Quello che sappiamo è che ogni volta che questa canzone suona, i tanti figli e le tante figlie che non ne possono più sentono di avere una voce. E insieme, che abbiano venti o sessant’anni, annunciano che il tempo è arrivato, l’acqua sale, è primavera, una primavera di gente e di popoli, tutto sta per cambiare. E lo annunciano, crescendo insieme alla canzone, da cinquantasei anni almeno.
Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma basta così. Dopo tutto quello che avete letto sfogliando questa Playlist, basta così. L’acqua sale. Perciò correte a prendere chitarra e armonica, tirate fuori il vinile, aprite l’app che preferite, fate suonare Dylan…
La stagione sta cambiando.
Fade out.
Ci vediamo quest’estate.

The Times They Are A-Changin’

Come gather ’round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone
If your time to you is worth savin’
Then you better start swimmin’ or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin’
Come writers and critics
Who prophesize with your pen
And keep your eyes wide
The chance won’t come again
And don’t speak too soon
For the wheel’s still in spin
And there’s no tellin’ who that it’s namin’
For the loser now will be later to win
For the times they are a-changin’
Come senators, congressmen
Please heed the call
Don’t stand in the doorway
Don’t block up the hall
For he that gets hurt
Will be he who has stalled
There’s a battle outside and it is ragin’
It’ll soon shake your windows and rattle your walls
For the times they are a-changin’
Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is rapidly agin’
Please get out of the new one if you can’t lend your hand For the times they
are a-changin’
The line it is drawn
The curse it is cast
The slow one now
Will later be fast
As the present now
Will later be past
The order is rapidly fadin’
And the first one now will later be last
For the times they are a-changin’

Tratto da: Bob Dylan, Lyrics 1961-1968, Feltrinelli, Milano 2016.
Pubblicato in “Plyalist Spring”, Feltrinelli 2020


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