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di Luca Gricinella

Nel corso degli anni 90, in Europa, i maggiori Festival cinematografici hanno premiato a ripetizione registi provenienti da Paesi dell’Estremo Oriente come Cina, Giappone, Hong Kong, Corea, Vietnam e Taiwan. Non che fino ad allora, da queste parti, si ignorasse totalmente la filmografia di questi Paesi ma, in quegli anni, l’attenzione europea è aumentata notevolmente, complice il talento di autori come Zhang Yimou, Ang Lee, Wong Kar-wai, Takeshi Kitano, Hou Hsiao-hsien, John Woo, Tsai Ming-liang, Tran Anh Hung, Kim Ki-duk e altri. Il pubblico, insomma, si è appassionato e, nonostante stili ed età differenti, questi registi in qualche modo erano inclusi in uno stesso filone. Così, a fine decennio, nel 1999, a Udine, è nato il Far East Film Festival, una rassegna interamente dedicata al cinema dell’Estremo Oriente.

Uno degli autori più premiati in quegli anni è stato Tsai Ming-liang che, dopo il Leone d’oro a Venezia per Vive L’Amour (1994) e l’Orso d’argento a Berlino per Il fiume (1997), nel 1998 si è presentato a Cannes con The Hole – Il buco, film con un soggetto che oggi, ahinoi, è tornato d’attualità: mentre il nuovo millennio si avvicina – mancano appena sette giorni al 2000 – Taipei è infestata da un misterioso virus che porta molte persone, spinte dalle misure governative, ad abbandonare la città per evitare e limitare il contagio. Per i pochi rimasti tutto è complicato da una pioggia incessante che segna il destino dei due protagonisti, un uomo e una donna, inquilini solitari dello stesso stabile: un idraulico inizia a riparare una perdita ma interrompe il lavoro e lascia aperto un buco nel pavimento di uno e soffitto dell’altro grazie al quale i loro appartamenti diventano comunicanti…

Apro una parentesi personale. Mentre entravamo nel vivo dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, una sera, dal bordo di una trave del soffitto del mio appartamento è cascata improvvisamente dell’acqua e, dopo lo scroscio iniziale, è iniziato un gocciolio costante. Sopra di me vivono tre ragazze – caso vuole, di origine cinese – e quando sono andato a suonare alla loro porta, nonostante avessero le luci accese e io abbia insistito col campanello, non hanno aperto. Neanche l’idraulico del condominio ha risposto alla chiamata, d’altronde un paio d’ore prima c’era stata la conferenza stampa in cui il premier Conte ha detto “Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare con l’espressione io resto a casa“. Per provare a risolvere, l’amministratore del condominio mi ha dato il numero della proprietaria dell’appartamento ma in piena notte la faccenda si è chiusa senza nessun intervento umano: l’acqua ha smesso di cadere. Chiaramente il film di Tsai Ming-liang ha tutt’altri sviluppi ma, in ogni caso, in queste settimane ho cercato di rivederlo, dopo oltre 20 anni e, alla fine, sfruttando l’archivio video di un parente, l’ho recuperato.

Di questi tempi, l’incipit del film suona molto familiare: nei primi tre minuti, infatti, sullo schermo nero, mentre scorrono i titoli di testa, si sentono le voci di cittadini delusi dalle misure prese dal governo per tentare di bloccare l’epidemia, in particolare sono polemici su un decreto che prevede prima la quarantena e poi un’evacuazione generale delle zone colpite. Dopo pochi istanti si capisce che si tratta di interviste fatte da un notiziario in cui si citano anche le “dure critiche” dell’OMS al Ministero della Sanità di Taiwan. Le prime immagini sono ambientate all’interno di un condominio popolare fatiscente della zona in quarantena e, in particolare, nell’appartamento dove entra in azione l’idraulico. Da qui si sviluppa un plot lineare, con poca azione e molti meno dialoghi.

A parte l’ispirazione kafkiana (gli ammalati si comportano come scarafaggi) e la parentela non proprio stretta con il cinema distopico, Tsai Ming-liang, nella sceneggiatura scritta con Yang Pi-ying, gioca con la diffusione delle ansie legate alla fine del 900 anche perché il film gli era stato commissionato dal progetto “2000 vu par…” che ha coinvolto 10 cineasti di altrettanti Paesi per mettere in scena il passaggio di secolo. Il film, inoltre, è stato girato nel 1997 mentre non distante da Taiwan, a Hong Kong, erano stati segnalati i primi casi di infezione umana dal virus dell’influenza aviaria. Niente di realmente paragonabile a quanto sta accadendo oggi con il Coronavirus però quelle voci off sui titoli di testa e la descrizione delle solitudini, per quanto apocalittica, permettono di identificarsi.

La “cura” suggerita da Tsai Ming-liang, la presa di distanza dall’angoscia del contagio, lo stacco immaginario dall’isolamento, è la musica, in particolare quella del passato. Nel film, infatti, ci sono vari “intervalli” da musical che animano una messa in scena narcotica – come vuole lo stile del regista. Ogni canzone è firmata da Grace Chang, diva cinese cresciuta a Hong Kong e in voga dagli inizi degli anni 50 fino alla prima metà dei ’60, molto amata da Tsai Ming-liang, tanto che ha utilizzato la sua musica per un altro film, Il gusto dell’anguria (2005). I costumi e le coreografie delle scene musicali di The Hole prendono ispirazione proprio dai film anni 50 che il regista ha visto durante la propria infanzia.

La musica ha un ruolo salvifico molto più esplicito e concreto in un altro film asiatico, stavolta giapponese, presentato in anteprima a Cannes nel 2005: Shinji Aoyama in Eli Eli Rema Sabakutani? (recuperato dallo stesso archivio) mette in scena un 2015 in cui un misterioso virus induce al suicidio milioni di persone. Come in The Hole ci sono pochi dialoghi e varie scene silenziose: dopo 10 minuti di rumori di fondo e commenti musicali (la colonna sonora è di Nagashima Hiroyuki) c’è un primo, breve, dialogo e, dopo altri cinque minuti abbondanti, ecco, anche qui, un notiziario in cui si parla di molta gente che indossa mascherine per strada e poi si danno cifre impressionanti sui morti (solo in Giappone tre milioni). Più avanti si scopre che – grazie a una suggestiva forzatura narrativa – l’unica medicina che sembra poter bloccare il virus è la musica di un duo noise sperimentale, ancora meglio se sparata a tutto volume da un muro di casse.

Le musiche scelte da Tsai Ming-liang e Shinji Aoyama sono agli antipodi: da una parte pop, leggerezza e sorrisi, dall’altra rumori campionati e distorti con urla (come si vede in un’altra scena assente su YouTube). Nel primo caso fungono da intervallo onirico alla stasi opprimente, nel secondo fanno parte di una sorta di musicoterapia piuttosto aggressiva. Pur non trattandosi di visioni che alleviano le preoccupazioni del periodo che stiamo vivendo, entrambi i film lasciano una speranza. Dato che nelle liste di film su virus, epidemie e pandemie che spopolano in rete (con Contagion e L’esercito delle 12 scimmie in prima linea), per lo più questi due titoli vengono ignorati, ma visto soprattutto che la musica ha un ruolo importante nella narrazione, può valere la pena tenerli presenti.


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