Appunti dalla quarantena è un appuntamento libero con le firme di Rumore. Appunti, stralci, storie, situazioni, consigli e pensieri casuali (e non) che il troppo tempo chiusi nelle quattro mura fa emergere.

di Mauro Fenoglio

La Hardy Toll Road è una delle due autostrade cittadine (perché di questo si tratta, nella città della mobilità singola in auto, chiamata Houston) che porta verso l’aeroporto. La percorro in un tramonto livido di angosce e paure che non si teme d’esplorare fino in fondo. È un giorno qualsiasi della metà di Marzo del 2020, o cosi eravamo abituati a dire, prima che il cigno nero del virus che sta cambiando le esistenze di tutti noi, arrivasse a toglierci il lusso di non dare valore al tempo che passa. Donald Trump ha chiuso i voli dall’Europa pochi giorni prima, in un maldestro e tardivo tentativo di coniugare una sua risposta tardiva all’allargamento del contagio da corona virus, con la sua unta retorica su confini e immigrazione. Si è dimenticato (o non ha voluto) includere il Regno Unito. Cosi ci siamo sentiti al telefono quella stessa sera. Io da una città che ancora pensava di prepararsi alle adolescenti gioie alcoliche dello Spring Break, tu chiuso nella tua cameretta universitaria all’altro capo dell’oceano. Abbiamo deciso che era meglio prenderti un biglietto aereo all’ultimo minuto, prezioso come un salvacondotto, per ricongiungerti all’ansia dei tuoi genitori e ai capelli al vento, indifferenti alle paure, di tua sorella. Qui, nella città delle autostrade, dove sei arrivato bambino e sei andato via da giovane uomo.

Intanto, mentre eri già in volo per attraversare l’oceano, nella sua brama decisionista, Trump ha deciso di includere anche i voli dal Regno Unito nel divieto. Tu non lo sai, mentre probabilmente sei crollato dal sonno, sul tuo sedile a 10,000 metri sul livello del mare. Noi formuliamo mille ipotesi sul tuo possibile destino finale, una volta che atterrerai. Affidato a un agente di frontiera, al suo umore nel momento in cui sfoglierà le pagine del tuo passaporto e valuterà il peso specifico dei suoi timbri. Alle sue domande, incalzanti o gentili, alle tue risposte (che abbiamo provato insieme al telefono per due giorni) credibili o balbettanti. Ripenso a tutto questo, mentre un sole incurante si appoggia sul letto di nuvole che non abbandonano mai completamente l’orizzonte di Houston, anche nelle giornate apparentemente più terse. Incrocio poche automobili, quasi che questa città fosse preparata da sempre a ospitare persone in isolamento, che si sorpassano con le loro auto in autostrade a dodici corsie. E ripenso a quanto il senso di una fine incombente (qualsiasi esso fosse) mi abbia accompagnato come un fantasma plumbeo, negli ultimi vent’anni. Nei libri che ho letto, nelle musiche con cui ho deciso di circondarmi. Quasi che le mie paure per un caldo sempre più opprimente in estati che non finiscono più, gli uragani sempre più frequenti, la mia ansia continua per il futuro tuo e di tua sorella, non fossero solo effetti collaterali di una mezza età mal digerita. Ricordo quando tua madre mi disse che era incinta di te. Ero in ufficio e tornando a casa messi su Slow Riot For New Zero Kanada dei Godspeed You! Black Emperor. Non certo un inno alla gioia o alla speranza. Ma in fondo a quelle lunghe rincorse orchestrali lungo le rovine di un’apocalisse annunciata, c’era sempre una scritta illuminata da una luce incerta. Hope (speranza), che campeggiava anche sul lenzuolo dietro ai palchi su cui l’orchestra post rock canadese ammoniva il mondo, a inizio del ventunesimo secolo. Mi sono sempre aggrappato a quella parola, Hope, che sapevo mi avrebbe comunque atteso, alla fine di ogni tunnel musicale o narrativo, magari dentro agli occhi interrogativi tuoi o di tua sorella alla scoperta di un mondo che era ancora tutto da scrivere. Già, il futuro. L’unica parola che mi è venuta in mente di pronunciare, avventurandomi per la prima volta fra i picchi ghiacciati di Kid A dei Radiohead. Il futuro era qui, fra le sponde algide di Everything In Its Right Place. Non dobbiamo avere paura, anche quando non sembra esserci un appiglio confortevole ed immediatamente riconoscibile. Ma questo lo avevo già capito anni prima, avventurandomi fra gli spigoli vivi di Tri Repetae degli Autechre o abbandonandomi alla sinfonia di una vita nuova, inedita, celata dietro ai suoni alieni di Selected Ambient Works Vol. 2 di Aphex Twin.

Il futuro era già qui, già allora. E allora ripenso anche a quello che ascoltavo il giorno che nacque tua sorella, pochi anni dopo di te. Il futuro che era già qui iniziava a diventare avvertimento. Geogaddi dei Boards Of Canada era un viaggio interplanetario verso un ignoto amniotico. Le macchine analogiche e i sapori quasi prog, come l’ultimo brandello di memoria malinconica prima del tuffo nel vuoto. Giorni di un futuro passato, dove il passato diventa droga e antidoto per curarci dall’idea di un futuro a cui non vogliamo più partecipare. Come avrei imparato con la parabola di Leyland Kirby e dei suoi vari progetti (The Caretaker, The Stranger). La memoria che si sfalda in suoni di vecchie ballroom ingiallite nel tempo, come l’orchestra che suona sul ponte del Titanic, un attimo prima di affondare. Leyland Kirby ha postato recentemente di non essere stato bene. Non sa bene perché e non vuole neanche scoprirlo. Ha cancellato il post pochi giorni dopo, e quel suo gesto mi ha riportato immediatamente ai giorni della mia intervista con lui. Domande spiegate con pazienza infinita e risposte tentate più volte e poi cestinate. Voglia di sparire per sempre dal radar e negoziazioni pazienti per avere comunque la sua voce. Un’esistenza in musica dedicata a fotografare una realtà che abbandona sempre di più le sue certezze, senza rivelarne altre che siano plausibili. Il futuro che si specchia nel passato recente, per trovare conforto. Indagato in Rifts, la raccolta dei primi lavori per l’etichetta No Fun, del cosmonauta elettronico Oneohtrix Point Never, quando quel magma precario di scarti del tempo, che avremmo chiamato ipnagogia stava già iniziando a dipingere i miei ascolti d’inizio secolo. Il futuro già fra noi, l’apocalisse non più solo romanzata come espediente narrativo ma, in qualche modo, attesa. James Ferraro che prova da anni a descrivere le mille ipotesi di quello che potrà venire dopo. Odi digitali all’iPad (Far Side Virtual), sinfonie per grandi magazzini vuoti (Human Story 3) o per metropoli da Strange Days (Skidrow), epopee a puntate di un medioevo virtuale (Requiem For Recycled Earth). Penso a quanto le musiche millenariste che mi hanno attratto in tutti questi anni, mi abbiano in qualche modo preparato a tutto questo, senza dirmelo mai apertamente.

Mentre attendo in uno stato di allerta incontrollabile che tu esca indenne dai controlli, dopo il tuo atterraggio in territorio statunitense. Saranno i 50 minuti più lunghi della mia vita recente. Mi passano davanti i momenti dell’attesa interminabile per la telefonata dall’ospedale, la notte in cui sei nato. La tua prima febbre forte, la prima volta che hai messo i tuoi piccoli piedi immacolati nel mare, aggrappato alle mie braccia. Leyland Kirby, Lopatin, i Boards Of Canada, e anche l’ineffabile Dean Blunt o Laurel Halo, sono tutti con me. La scritta Hope torna a campeggiare, flebile, quando le porte scorrevoli della zona dei controlli si aprono, rivelando la tua sagoma, stanca ma sorridente. Vorrei stringerti in un abbraccio che dica tutto. Mi limito a darti una carezza e basta. La notte ci attende sulla Hardy Toll Road. Sagome di treni fermi sulla ferrovia adiacente all’autostrada su cui sfrecciamo, accompagnano la nostra conversazione e il nostro destino. Davanti l’orizzonte dei grattacieli illuminati di Downtown e Tomorrow’s Harvest dei Boards Of Canada che inizia a dettare il ritmo dei giorni che verranno. Siamo di nuovo tutti insieme. Hope, qualsiasi cosa succeda.