di Doriana Tozzi

Niklas Paschburg è un navigatore del regno della Musica, un ammiraglio degli 88 tasti che percorre anche controvento per ricostruire le suggestioni degli ambienti che lo circondano. Dopo aver inaugurato il suo percorso con gli scenari postapocalittici dell’EP del 2016, Tuur Mang Weltin, il pianista, compositore e produttore tedesco ha esordito su lunga distanza nel 2018 con Oceanic e da lì è presto salpato verso il freddo Nord visitando le glaciali terre dell’isola di Svalbard di cui ci testimonia il nuovo disco uscito il 28 febbraio. Questo nuovo capitolo del suo “diario di bordo” scalda con le melodie minimali e malinconiche mentre procede tra campi oscuri, innevati e ostili, affrontando letteralmente terribili bufere (come in Cyan, brano scritto dopo esser stato travolto da un vento gelido che, mentre si stava recando nel suo studio di registrazione, gli ha bloccato ogni movimento). Il linguaggio neoclassico sublimato dall’elettronica con cui Paschburg traduce in musica le sue esperienze racconta con le note i diversi aspetti della natura incontaminata che incontra durante i suoi viaggi. In questa intervista l’artista di Amburgo ci svela i retroscena delle sue ispirazioni, la genesi dei brani di Svalbard e la collaborazione con il fondatore dei Lamb, Andy Barlow, che ha prodotto il disco.

Per comporre il tuo secondo disco hai scelto di trasferirti in uno dei posti più freddi del pianeta, il piccolo villaggio di Svalbard, appunto, da cui l’album prende il nome. Come mai hai scelto proprio questo villaggio e com’è stata questa esperienza?

“Quando ho cominciato a pensare al mio secondo album sapevo già di voler andare in un posto freddo e nevoso. Ero curioso di vedere come i paesaggi invernali avrebbero condizionato la mia musica. Durante la mia ricerca di un posto adatto ho scoperto Svalbard. Avevo già sentito parlare di questa isola per via della banca dei semi (la Svalbard Global Seed Vault, ‘deposito globale di semi delle Svalbard’, che custodisce il ‘patrimonio genetico tradizionale’ delle sementi scongiurandone o arginandone la perdita, ndr). Quando poi ho scoperto che durante l’inverno il Sole non sorge mai e sei circondato per tutto il giorno dall’oscurità sono rimasto definitivamente affascinato da quest’isola. È stata un’esperienza incredibile visitare Svalbard ed essere circondato solo da ghiaccio e neve. Il paesaggio è uno dei più belli che io abbia mai visto. Trovarmi così appartato su di un’isola senza luce solare mi ha fatto provare emozioni davvero intense che mi hanno ispirato moltissimo nella scrittura della mia musica”.

Quali sono i momenti della giornata o le situazioni che ti ispirano maggiormente?

“La mia più grande ispirazione viene soprattutto dalla natura. Stare all’aria aperta a passeggiare nella natura mi ispira immediatamente. La canzone Cyan ne è un ottimo esempio. Mi trovavo nel mezzo di una tempesta di neve mentre ero a Svalbard. Stavo andando in studio e quando finalmente ci sono arrivato ho cominciato direttamente a scrivere una canzone su quella tempesta di neve, che è diventata appunto Cyan“.

Seguire la natura in cerca di ispirazione è sempre stata una tua caratteristica, infatti anche per la composizione di Oceanic ti sei trasferito altrove, in quel caso a Grömitz, sul Mar Baltico. Come aveva influenzato la tua scrittura il clima di mare e come invece l’ha influenzata l’inospitale e gelida terra di Svalbard?

“Da quando ero bambino sono sempre andato sul Mar Baltico in vacanza. Ho un legame molto forte con il mare, con tanti ricordi della mia infanzia. Tutto ciò, insieme al clima mite del mare è stato di ispirazione per comporre Oceanic. Per questo motivo, in confronto al nuovo disco, nel primo c’erano composizioni più calde e luminose a livello di suoni. Per il secondo album ho voluto invece scoprire luoghi musicali più scuri e strepitanti ed è quello che ho trovato in Svalbard per i suoi territori ghiacciati e inospitali”.

Effettivamente si sente in maniera chiara, confrontando i due dischi, che il freddo clima norvegese ti ha ispirato composizioni cariche di pathos, alcune più tese (come appunto Cyan, di cui parlavi prima), altre più intime (come Duvet, il tuo singolo più recente). Qual è il brano che ha richiesto un maggior lavoro, tra scrittura e arrangiamento?

“Una canzone che è venuta fuori istintivamente è stata Little Orc. Sin dall’inizio avevo una visione chiara di dove volevo arrivare con questo brano e che suoni e strumenti usare. Penso di aver scritto l’intera canzone con l’arrangiamento finale in soli due giorni. Arctic Teal invece è stata un po’ più complicata. Ho scritto la prima parte del ritornello abbastanza velocemente ma poi da quel punto non sapevo più dove andare. In questa traccia ho sperimentato delle nuove tecniche sonore che non avevo mai usato prima e suppongo che sia stata questa la ragione per cui c’è voluto un po’ più tempo per trovare la giusta forma”.

In studio hai lavorato con Andy Barlow. Com’è nata la collaborazione con lui?

“Io e il mio manager abbiamo contattato Andy e gli abbiamo chiesto se fosse interessato a produrre e missare l’album. Sentivamo che il suo suono sarebbe stato perfetto per questo disco. Così Andy ci ha invitati nel suo studio a Brighton e gli ho suonato alcune demo da Svalbard. Lui è rimasto molto entusiasta dei pezzi e ha avuto immediatamente delle idee su come potevamo svilupparli. E quelle idee si adattavano perfettamente alle mie intenzioni. Abbiamo trovato insieme la giusta forma da dare all’album, scegliendo dalle 15 demo che avevo portato da ascoltare, i pezzi migliori per il disco. Di alcune tracce non abbiamo cambiato molto, lui ha semplicemente trovato la giusta collocazione dei suoni nel mix finale; in altre tracce siamo andati più a fondo agli arrangiamenti e al processo di scrittura perché sentivamo che mancava ancora qualcosa. Alla fine la collaborazione con Andy è stata un continuo splendido viaggio in cui non ci siamo mai bloccati”.

In questo disco si avverte una maggior attenzione ai timbri dei suoni che accompagnano il pianoforte (penso ad esempio alle fisarmoniche di Little Orc o Opera). Quale strumentazione hai usato per ottenere le diverse sfumature e i vari effetti?

“Oltre al pianoforte, la fisarmonica è lo strumento più importante di questo disco. Negli anni è diventata la mia seconda voce in musica. Insieme alla fisarmonica ho poi suonato un vocoder che ha una parte importante in Opera, e il mio sintetizzatore polifonico analogico costruisce la struttura fondamentale del suono. Intorno a quel livello sonoro di base ogni canzone ha dettagli di suoni differenti. Alcune sono più focalizzate sui suoni di batteria e percussioni e altre più sui suoni melodici del sintetizzatore”.

Da pochi giorni è uscito il tuo nuovo singolo, Duvet, che anticipa l’uscita di Svalbard. Il brano è uno dei più malinconici e pop del disco. Qual è stata la sua genesi?

“Ho scritto Duvet con il produttore Andy Barlow durante una sessione estiva a tarda sera a Brighton, quando tutto intorno a noi già dormiva e c’era solo una calda brezza estiva. Quando abbiamo registrato il piano, un’ape ha volato sul microfono e abbiamo deciso di non tagliarla o fare un’altra registrazione ‘perfetta’. È una ripresa onesta della vibrazione di quella notte e se ascolti attentamente puoi sentire l’ape”.

Ci saranno altre date in Italia per presentare il disco?

“Stiamo lavorando su qualche data in Italia. Sono sempre felice di suonare nel vostro paese. Gli spettacoli e le vibrazioni sono differenti da città a città ed è una cosa che adoro. E altrettanto amo il cibo italiano, perciò non c’è niente di meglio che un tour in Italia”.