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di Andrea Valentini

La Strana Officina è senza ombra di dubbio una band fondamentale per la storia della musica hard’n’heavy del Bel Paese. Un gruppo che vanta una carriera iniziata nel lontano 1975, stoppatasi bruscamente 20 anni dopo, per l’improvvisa morte dei fratelli Fabio e Roberto Cappanera (in quell’infausto 23 luglio 1993) – per poi riprendere con la reunion del 2006 e giungere in ottima salute fino a oggi. La scorsa primavera è arrivato sul mercato l’ultimo lavoro della band in ordine cronologico, ossia l’album Law Of The Jungle (su etichetta Jolly Roger) e ne abbiamo parlato con il batterista Rolando Cappanera (R.) e il frontman Daniele “Bud” Ancillotti (D.).

Come definireste la strana Officina nel 2020, dopo una carriera così lunga, ma anche travagliata? Siete una rock band, una metal band, una famiglia, una gang…

R.: “Siamo senza dubbio una rock family metal band. Come in tutte le famiglie si passano momenti belli e meno belli, ci abbracciamo e discutiamo. Da sempre”.

Nonostante la Strana Officina sia da sempre fedele all’heavy e al rock più sanguigno, il vostro ultimo album Law Of The Jungle sembra avere più momenti in cui il ritmo rallenta, a beneficio di atmosfere meno tirate. È stata una scelta mirata?

R.: “Noi da sempre siamo amanti delle ‘canzoni’, non siamo per forza attaccati a un genere. La Strana Officina nasce dal rock blues più sanguigno per poi arrivare al metal di stampo anglosassone. Nel metal ci troviamo a nostro agio perché da sempre ci piace picchiare duro, ma diventerebbe monotono se tutti i brani fossero composizioni speed ad alta velocità. Con ritmi più lenti riusciamo a esprimerci meglio, muovendoci con la dinamica e con le atmosfere. Come ho detto prima, non abbiamo un preconcetto su come devono uscire i brani: per Law Of The Jungle i pezzi sono venuti fuori così. E comunque si può essere una Metal band anche con ballad e mid-tempo conditi con una giusta dose di velocità”.

La Strana Officina ebbe l’opportunità di suonare al festival metal di Certaldo, uno degli eventi-chiave nella storia del metal in Italia. Bud ed Enzo c’erano… cosa ricordate di quella giornata? C’erano molti metallari? Chi suonò oltre a voi?

D.: “Eh già, io ed Enzo c’eravamo con Marcello Masi alla chitarra e ovviamente i fratelli Cappanera! Be’ parliamo del mitico concerto evento al teatro tenda di Certaldo del maggio 1983, il primo festival metal italiano, l’anno zero dei metal festival di questo Paese! Che dire, è stato epocale di sicuro, una giornata incredibile con delle grandi band come i Death SS con alla guida Paul Chain e Sanctis Ghoram alla voce, poi c’erano i mitici Steel Crown del compianto Yaco De Bonis, cavalli di razza HM per davvero, i romani Raff, da Savona gli altri pionieri Vanexa, i Revenge da Pesaro, i baresi Shining Blade, da firenze Rollerball, i viareggini Monolith… poi noi che giocavamo in casa e a detta di molti si fece una gran bella performance, intensa e memorabile! Comunque le band erano tutte ottime promesse di una scena tricolore nascente, la crema Heavy Metal d’Italia si può dire! Poi spenderei due parole per l’organizzatore dell’evento Enrico Dell’Omo che fece davvero del suo meglio per la riuscita dell’evento nel piccolo comune fiorentino, calorosissimi furono i numerosi metallari accorsi da tutta Italia per l’evento e non si risparmiarono neppure nello scontro epico con le frange di punkettoni del posto hahaha! Davvero la genesi, il principio di tutto fu quel festival, indimenticabile!”

La scena metal italiana negli anni Ottanta era in subbuglio – c’erano molte band – ma pareva esserci anche molta rivalità. Voi come ricordate quegli anni? Avevate band a cui vi sentivate o eravate particolarmente vicini? E qualche arcinemico-rivale?

D.: “Assolutamente sì la scena pullulava di giovani metal band lungo tutto lo Stivale. Da nord a sud nascevano gruppi validi e motivati, alimentati dai venti metallici generati dagli ampli d’oltremanica delle metal band inglesi. C’era davvero una bella atmosfera, l’elettricità nell’aria e voglia di fare, spaccare tutto e conoscere “gente” come te… per rispondere alla tua domanda, se avessimo gruppi rivali o avversari: direi proprio di no!  Avevamo altre priorità, che erano “battere il martello”, cioè fare la miglior musica heavy possibile, e anzi si cercava sempre di fraternizzare con band di altre zone con cui venivi a contatto in tempi senza i social network e amicizie virtuali. A quei tempi era tutto vero. Poi se devo nominare un gruppo italiano con cui c’era un rapporto di vera stima e sincera amicizia, oltre che erano una band fenomenale, devo citare i fiorentini Sabotage: dei fratelli veramente!”

La Strana Officina è senza ombra di dubbio un gruppo di culto in ambito metal italiano. Gode di grande credito e considerazione, è nota e ha fan fedeli. Stupisce, però che la produzione discografica, a livello quantitativo, sia piuttosto esigua (tre album di inediti, al netto di EP e raccolte). A cosa è imputabile?

R.: “I motivi sono diversi… dal 1993 al 2006 praticamente la band non è stata in attività se non per un tour commemorativo dal 1993 al 1995 – dopo la scomparsa di Fabio e Roberto. Il 1995, dopo aver cercato un nuovo assetto, ha in realtà sancito l’inizio di una lunga pausa. Secondo me sarebbe stato in realtà il periodo migliore per una crescita, soprattutto la seconda metà dei Novanta fino a metà 2000: è in quel decennio che, secondo me, in Italia c’è stato il massimo “splendore” per le band alternative, rock, metal e affini. I locali erano vivi, le label – anche estere – osservavano con interesse le nostre produzioni… insomma c’era fermento. Per noi, invece, è stato un periodo di silenzio senza nessuna esigenza di ricominciare, Nel 2006 però siamo ripartiti! Grazie ad Andrea Pieroni e la Rock’n’Dogs che ci ha invitati come headliner al Gods Of Metal del 2006. Saremmo dovuti uscire con un album di inediti, ma sentivamo ancora il peso di dover scrivere materiale nuovo con la nuova formazione. Il primo album di inediti è arrivato nel 2010. Comunque non credo, da un certo punto di vista, che per una band come la Strana Officina siano i nuovi album a fare la differenza: i fan nuovi e storici amano il vecchio repertorio (in Italiano) non tanto perché sia migliore o peggiore quanto perché è quello che in loro risveglia ricordi ed emozioni. I nuovi brani piacciono e sono richiesti anche live, ma senza il vecchio repertorio non ci sarebbe storia”.

In quasi 45 anni di rock vissuto e suonato, la Strana Officina ha collezionato qualche rimpianto? Fareste qualcosa di diverso, potendo fare rewind?

R.: “Direi, che come anticipato prima, che se fossimo riusciti ad andare avanti dopo il 1995 sicuramente avremmo potuto oggi godere di qualche chance in più nel momento migliore per la scena italiana. Personalmente, come figlio di Roberto, non ho mai digerito il passaggio alla lingua inglese – che con il senno di poi sarebbe stata la loro arma vincente. A quei tempi l’inglese sembrava essere la chiave per l’estero, ma ritengo che con la qualità che la Strana Officina riusciva a ottenere in italiano sarebbe stata veramente una bomba nella scena metal italiana”. 

Qualche anno fa è uscito un libro dedicato alla Strana Officina, per le edizioni Crac. A mente fredda, cosa ne pensate? Vi ha soddisfatto? E come ci si sente a divenire oggetto di un libro biografico?

R.: “Il libro è fatto bene e racconta cose interessanti dietro alla storia da tutti comunemente conosciuta. La prefazione è bellissima perché evidenzia il legame indissolubile con la città di Livorno. Secondo era doveroso raccontare una storia così particolare ricca di gioie e di profondi dolori. Devo dire che la sensazione spesso è quella che quando vengono menzionati degli eventi o delle persone ci sarebbe stato bisogno di un altro libro ogni volta per andarlo a raccontare. L’impronta di chi lo ha scritto è stata quella di fare un racconto in linea cronologica andando a riportare le parole dei diretti interessati. Il mio parere è che se a leggerlo è un neofita il libro è interessantissimo, se invece a leggerlo è un fan che cerca cose inedite ci sarebbe potuto essere qualche elemento in più”.


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