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Appunti dalla quarantena è un appuntamento libero con le firme di Rumore. Appunti, stralci, storie, situazioni, pensieri casuali (e non) che il troppo tempo chiusi nelle quattro mura fa emergere.

di Letizia Bognanni

Campobasso, settimana 1

È uno dei primi giorni di quarantena, io vivo felicemente sola e non sono una persona che ha problemi a stare in casa, anzi. La sto prendendo bene, sto pensando a tutte le cose che voglio fare in questo periodo, in particolare alle cose che vorrei scrivere: fra queste, mi piacerebbe un pezzo per il trentennale di Violator dei Depeche Mode, che cade proprio in questi giorni. Poi ricevo un messaggio, una mazzata: è morta (no coronavirus) una persona a cui voglio bene, la madre di due mie amiche – quasi sorelle, lei quasi una zia. Non c’è mai un momento giusto per la morte, ma può essercene uno sbagliato, e questo, cazzo se lo è.

All I ever wanted, all I ever needed is here in my arms, dice la canzone più famosa di quell’album, che ha la stessa età della nostra amicizia, e io, che ho passato gli ultimi giorni a scherzare su quale benedizione siano le nuove regole per noi contattofobici, adesso vorrei tanto abbracciare le mie amiche, vorrei abbracciare mia madre che sento piangere al telefono.

Enjoy The Silence, si intitola la canzone, ma ora di tutto ho bisogno tranne che di silenzio, allora metto su il disco, e mi meraviglio di quanto sia consolatorio nella sua cupezza, e di quanto suoni attuale. Forse perché è uscito esattamente tra la fine e l’inizio di due decenni tanto significativi, ed entra nell’età della maturità in questo momento a dir poco strano, in cui al cambio di decennio si uniscono l’incertezza, la paura, l’isolamento, la sensazione che, a dispetto di tutti i flash mob dai balconi e gli hashtag motivazionali, niente sarà più come prima. Violator si apre con il giro del mondo da fermi di World In My Eyes e si chiude con Clean (inserire battuta sull’amuchina per sdrammatizzare): I’ve broken my fall, put an end to it all, I’ve changed my routine. Le abitudini stravolte, le piccole e grandi cose date per scontate – una passeggiata, un funerale – che non lo sono più…

Più ascolto e più mi sembra di capire perché Violator sia diventato quello che è: perché, dietro una perfezione formale che lo rende all’apparenza troppo pop, quasi patinato, c’è un ritratto spietato e dolente dell’Essere Umano. Solitario, fragile e fiero come la rosa che fiorisce dal nero della copertina, disarmato di fronte alla vita, alla morte, alla crescita, ai cambiamenti. Alla perenne, disperata ricerca di qualcuno o qualcosa a cui affidarsi – Someone to hear your prayers, someone who cares –, di un contatto, di qualcuno che lo ami o lo faccia sentire meno solo. In costante attesa di un attimo, anche solo un attimo, when everything is bearable, and there in the still, all that you feel is tranquillity.

Il giorno dopo messaggio con le mie amiche. “Mai perdere l’ottimismo”, mi scrive una di loro, “ce l’ha insegnato mamma”. Non credo ci sia altro da aggiungere, words are very unnecessary, davvero. Ne verremo fuori, come rose dal nero profondo.


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