(Credit: Siebbi – ipernity.com / Wikipedia)

Di Rossano Lo Mele

La storia comincia così: “Ero timido e la musica rappresentava tutto per me. Un giorno spunta fuori un concerto, musica locale, niente di che. Avevo 16 anni e mi ero appena trasferito in città. Eravamo durante le vacanze, non c’era scuola e nella mia nuova zona non avevo amici. Decisi di andarci da solo e siccome era giorno ed ero timido cercai un diversivo: mi portai appresso la macchina fotografica di mio padre, in modo da scattare delle foto durante il concerto. Quando sei timido pensi che la gente passi tutto il tempo a parlare di te, del tipo: ‘Ma cosa ci fa quel tizio lì con una macchina fotografica?’ Insomma, fare delle foto pensavo mi desse una buona ragione per essere lì. Portai poi il rullino a sviluppare al negozio dietro l’angolo di casa e mandai le foto a un giornale. Che le pubblicò! Pensai allora: ‘Wow, questo mi avvicina alla musica’. E siccome la musica era la mia più grande passione ritenni automatico che dovesse diventare anche il soggetto principale delle fotografie. Soltanto molto tempo dopo, cominciando a considerare la fotografia come una forma d’arte, ho imparato ad allargare i miei orizzonti”. Così parlò Anton Corbijn (l’intervista completa sta sul magazine on line heyuguys.com) poco più di un anno fa, in occasione di una mostra italiana (a Lucca) dedicata alla sua opera.

La storia della cultura pop e rock è stata spesso edificata da non musicisti tout court. Peter Grant, Vivienne Westwood, Malcolm McLaren, Gianni Sassi, Richard Branson e via dicendo. Persone che hanno tuttavia costruito e nominato mondi. Fra questi c’è il timido olandese Anton. Di lui potremmo banalmente dire che ha inventato un’iconografia, un logotipo del rock in bianco e nero. Nasce fotografo, cresce come designer e si sviluppa dapprima come regista di videoclip e in seguito di film. Di sé dice: “Non sono un designer ufficiale, infatti molti se la prendono con me per come creo le mie copertine, perché non faccio le cose nel modo giusto, ma per me questo è un segno di personalità”. Anton è la mente dietro le cover di The Joshua Tree degli U2, di Violator e molto altro dei Depeche Mode. Entrambi i gruppi hanno beneficiato della sua cura e – nella delicata fase di passaggio da band di culto a gruppi da arena rock – quel suo stile chiaroscurale (che pure a tratti li ha resi così simili se non sovrapponibili) ha fornito un nuovo taglio alle due formazioni. Il gruppo che si affaccia sulla prima pagina di “Rumore” questo mese, poi: i R.E.M. Corbijn è autore della copertina di Automatic For The People e di una serie di servizi fotografici del periodo, da cui arrivano alcuni degli scatti usati questo mese. Intimo di Michael Stipe – “è sempre un amico”, ha dichiarato – proprio perché condivide con lui la famosa timidezza di cui sopra, Corbijn fu chiamato all’opera pure dai Nirvana. Da storiografia rock l’aneddoto legato al videoclip di Pennyroyal Tea, girato proprio da lui: “Ero al telefono con Kurt e continuavo a spiegargli che c’erano delle cose che andavano fatte diversamente. Dovremmo fare in questo modo e in quest’altro. Ma dall’altro lato non sentivo alcun feedback da parte sua. Dopo 20 minuti di telefonata pensai che si fosse offeso e quindi avesse deciso di non replicare. Solo il giorno dopo ho scoperto che si era addormentato al telefono”. 

Chi ci legge da tempo non avrà certo dimenticato che Anton si è seduto dietro la cinepresa di Control, il film del 2007 che raccontava la vita di Ian Curtis dei Joy Division. Bianco e nero vecchia Gran Bretagna, come al solito: asciutto, disturbante, doloroso.

Se parliamo di Corbijn oggi è però soprattutto per un’altra ragione. Questo nordico allampanato che a breve compirà 65 anni è il regista di Spirits In The Forest, il film dedicato all’ultimo tour dei Depeche Mode. Entrando in sala per la visione ho pregato che non si trattasse del consueto documento live agiografico. Ma Anton è evidentemente molto oltre. E ha ideato una pellicola che, se parliamo di racconti per immagini, casca dritta dentro i capolavori del rock. Partendo da sei storie di vite estreme – estreme proprio nel senso letterale: malattia, geografia, isolamento fisico e mentale, oblio e rinascita – Corbijn racconta una cosa semplice e forse per molti ormai obsoleta: cosa può fare la musica. Sulle vite umane. Non è retorica e, se avete perso il film, da poche settimane lo trovate in vendita. Un uomo che ha saputo creare valore dove il consumo divora l’arte. “Non diamo alle immagini il tempo di svilupparsi nel nostro subconscio. Una volta i giornali stavano in edicola un mese e nel soggiorno dei genitori. Se dentro c’era una bella foto la memorizzavi, mentre ora si scrolla subito. È un bene che ognuno possa scattare foto e mandarle in giro per il mondo, ma allo stesso tempo questo ha reso la fotografia un’arte talvolta senza significato. Ciò premesso, va detto che oggi un sacco di musei mostrano fotografie. Quando sono cresciuto sarebbe stato impensabile. Oggi invece le grandi fotografie diventano tali anche in termine di valore”.