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di Matteo D’amico

Giorni movimentati, questi, per chi vive o è di passaggio a Bologna. Matteo Salvini ha presentato la sua candidata per le prossime regionali di gennaio, lo stesso giorno in piazza Maggiore più di 10.000 persone hanno manifestato contro l’ex ministro e il suo partito al grido “Bologna non si Lega”. E poco più in là, dietro la celebre piazza bolognese, dal 7 novembre (e fino all’8 dicembre) c’è una testimonianza di chi, più di quarant’anni fa, era a Berlino insieme a Iggy Pop e David Bowie. E voi vi starete chiedendo quale sia il nesso e io, se ci penso bene, quel nesso lo trovo tra la Berlino della fine degli anni 70 e la Bologna che resiste, dopo anni, all’avanzare della deriva della politica nazionale. In quegli anni Berlino era il luogo dove le persone andavano per alienarsi dal mondo, per essere dimenticati, per bere da soli nei tanti bar aperti tutta la notte. Ma era anche la città nella quale il muro tra due mondi contrapposti creava tensione, frizione, allarme. Quell’allarme di questi anni italiani che perdura e che forse a Bologna lo senti un po’ meno. O così sembra.

Preambolo chiuso, unica certezza: la mostra Iggy Pop The Passenger. Fotografie di Esther Friedman alla ONO arte contemporanea di Bologna spacca. Racconta la storia di due anni, dal 1976 al 1978, in cui Iggy Pop e David Bowie vissero nella Berlino divisa dal muro al numero 155 di Hauptstrasse, in un quartiere abitato prevalentemente da immigrati turchi. Quei due anni vissuti nell’enclave occidentale della DDR hanno dato vita ad alcuni dei dischi più importanti e innovativi della storia della musica pop. Canzoni buie, pericolose e urgenti che hanno influenzato generazioni di musicisti, scrittori, registi e artisti fino ai giorni nostri. La fotografa Esther Friedman in quel periodo era lì con loro e con Iggy Pop iniziò nel 1977 una relazione sentimentale, una relazione che durerà per 7 anni e che permetterà alla fotografa tedesca di ritrarre intimamente James Newell Osterberg, alias Iggy Pop, come mai era accaduto prima e mai accadrà dopo nonostante il performer di Detroit sia stato immortalato dai più importanti fotografi del mondo. Che siano immagini scattate nel loro appartamento, in giro per Berlino, in tour negli Stati Uniti, in vacanza in Kenya, la Friedman stabilisce con Iggy Pop un modo unico e complesso di comunicare con la macchina fotografica. Un modo privo di parole, affascinante e collaborativo di mostrare come fosse la loro vita in quegli anni. Iggy Pop ne ha vissuto tante di vite, sopravvivendo a se stesso, e negli scatti per lo più in bianco e nero di quegli anni, emerge il suo aspetto creativo-distruttivo. La macchina fotografica di Esther Friedman è affascinata dalla plasticità del suo fisico da performer e dall’espressività del suo volto, non lontana dai canoni estetici dell’espressionismo tedesco ai quali David Bowie introdusse Iggy proprio in quegli anni. E proprio l’avventura a Berlino con Bowie è una delle più affascinanti, struggenti e romanzate storie nella quale ci si possa imbattere tra le tante che hanno arricchito la cosiddetta cultura popolare e che a distanza di 40 anni mostra ancora un fascino ineguagliabile attraverso il lavoro di fotografi come Esther Friedman. La mostra (7 novembre – 8 dicembre) si compone di 25 fotografie e di una proiezione che ricostruisce il landscape urbano di Berlino, Est e Ovest.

Scrive Esther Friedman:

“A Berlino Iggy Pop e David Bowie hanno lavorato come pazzi, scrivendo e registrando Low, Heroes, Lodger, The Idiot, e Lust for Life ovvero i loro dischi migliori di sempre. Musica che ha segnato infinite generazioni e influenzato i musicisti, gli scrittori, gli artisti, i registi e i performer che sarebbero venuti dopo. Ricordo molto bene quando a casa Jim (Iggy Pop, ndr) mi suonò una versione incompleta di China Girl che poi David avrebbe fatto diventare un successo planetario. Le registrazioni venivano fatte negli studi chiamati Hansa By The Wall, le cui vetrate si affacciavano proprio sul Muro di Berlino. David era molto professionale e non voleva che persone esterne alle registrazioni potessero accedere agli studi. Poi imparò a fidarsi di me e quindi potei assistere a molte registrazioni. David era straordinario come produttore e tirò fuori il meglio del lavoro con Iggy. Non imponeva uno schema di lavoro ma si adeguava alle caratteristiche della persona con la quale lavorava e lavorare con Iggy gli piaceva. Era davvero un grande fan di Iggy e degli Stooges nonostante lui e Jim fossero fondamentalmente agli opposti: un gentleman britannico e un americano nato nel Midwest”.


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