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di Davide ‘Deiv’ Agazzi

La follia richiede pazienza. O, forse, solo ulteriori dosi di follia, che sopprimano inevitabilmente quel poco di lucidità che rischiava di affiorare. Si tratta solo di scegliere se essere pecore o capre.

È un po’ questa la lezione di vita che hanno avuto quei (purtroppo) pochi fortunati che ieri sera hanno scelto di abbandonare il divano per recarsi all’Estragon di Bologna per una delle due date italiane dei Cake, vera e propria band di culto, di impossibile catalogazione. Quattrocento persone, a occhio, con un Estragon pieno neanche a metà. Da un punto di vista numerico è un flop, inutile girarci attorno. Ma la serata regalerà momenti di autentica euforia agli intervenuti.

Si comincia presto, precisi, alle 21:30. C’è un pezzo suonato da intro alla band, è War, di Vince DiCola dalla colonna sonora di Rocky IV, che viene mandata per tutta la sua interezza, sei minuti, senza che nessuno salga sul palco. Un inizio del genere sarebbe un boomerang per chiunque, ma non per i Cake: quando la band finalmente si prende il palco, il leader John McCrea si attarda ulteriormente nel salutare la folla, gustandosi sornione il proprio momento di gloria. Sarà Frank Sinatra a dare il via a quello che sarà una sorta di funzione rock’n’roll. La chitarra vintage di McCrea fa il paio con quella distorta di Xan McCurdy, la tastiera di Vince Fiore fa il resto: è questa la combo vincente che tiene in piedi i pezzi della band, pezzi che si prestano particolarmente al voluto ed incessante singalong del pubblico: Sheeps Go To Heaven, Perhaps Perhaps Perhaps, Sick OF You ne sono un ottimo esempio. Spazio anche a Sinking Ships, singolo del nuovo album in arrivo a brevissimo.

Il concerto implica anche un’importante dose di cazzeggio: tra un pezzo e un altro c’è tempo per le chiacchiere, compreso un intervallo di dieci minuti tra il primo e secondo tempo annunciato dalla band ad inizio show. Non sempre tutto funziona, ma questo è il mondo dei Cake, prendere o lasciare: è McCrea ad avere in mano la situazione, a dettare i tempi del manicomio, ad assegnare al pubblico differenti parti del ritornello da cantare. E il pubblico non vede l’ora di farsi assegnare qualcosa da cantare. È come una messa dove i chierichetti hanno messo l’acido nell’incensiere e tutti sono completamente di fuori: non ha assolutamente senso la cosa, sospesa così tra il grottesco e l’assurdo ma, incredibilmente, funziona. Funziona alla grande.

La vera arma segreta della band è inevitabilmente il polistrumentista Vince Fiore che si alterna senza soluzione di continuità tra tastiera, tromba e balocchi vari: è proprio l’ottone a regalare dinamica a pezzi altrimenti relativamente semplici, tra scarti di vecchi jukebox, improbabili sigle di cartoni che nessun bimbo vorrebbe vedere e melodie per carillon andati a male.

Al termine dell’intervallo (per tornare alla questione del cazzeggio) si riprende col quiz dell’albero: McCrea si è portato sul palco una piccola pianta, al pubblico il compito di indovinarne la specie.

“È un qualcosa che non si vede spesso nel mondo del rock” dichiara orgoglioso McCrea.

Eh, e come darti torto John.

Il fortunato vincitore potrà portarsi a casa il vegetale, a patto che se ne prenda cura e e che ne invii testimonianza tramite fotografie, immagini che poi il gruppo di Sacramento caricherà sul proprio sito creando così una mappa globale di alberelli. Giuro, se non ci credete andate sul sito della band nella sezione ‘forest’. Tutto bello eh, per carità, peccato che quel guascone di McCrea abbia ben pensato di portarsi su una pianta che nessuno riesce ad indovinare (il bergamotto) e così quello che doveva essere un simpatico divertissement dura quasi 10 minuti, dopo che c’erano già stati altrettanti di intervallo. Indovinare quella pianta è un po’ come indovinare che genere facciano i Cake, fatevi pure avanti.

Penso che nessuno sarebbe riuscito a rimettere in piedi un concerto dopo un momento del genere, e invece la seconda parte, se possibile, è ancora più godibile della prima. Love You Madly, Walk On By, l’improbabile Stickshifts and Safetybelts, e la doppietta dell’amore perduto I Will Survive/Never There disegnano sorrisi enormi sulla faccia di chiunque. Finale con Short Skirt/Long Jacket seguita a ruota da The Distance, prima storica hit della band.

I Californiani, nonostante qualche saltuario successo, vivono da sempre in un limbo musicale, un zona grigia tutta loro, inclassificabile: oggi il pubblico accorso, messo di fronte ad una prova non facile, ha potuto farsi artefice del proprio destino, scegliendo se abbandonare quel limbo in direzione inferno o paradiso.

“Sheeps go to heaven, goats go to hell”.


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